DDD
I migliori video scelti dal nostro canale

IL GIUDIZIO DEL SAN NICOLA

No, non è questo il derby che Taranto sognava di tornare a giocare…

No, non è questo il derby che Taranto sognava di tornare a giocare…

Il dopo Bari-Taranto 3-1, il derby del contraccolpo per gli sconfitti...

Redazione DDD

analisi di Dario Gallitelli per Cosmopolismedia.it -

Ci saremmo aspettati, sangue e botte (calcistiche, sia chiaro), ci saremmo aspettati la voglia degna di una finale mondiale, ci saremmo aspettati di mettere il pepe in culo ai cugini, di rendere loro difficile la vita dopo 30 anni trascorsi a cantare che puzzano di sterco, di beccarci i complimenti da parte degli undicimila presenti e non di essere etichettati come la “squadra peggiore vista al San Nicola”. Sperando di non urtare la suscettibilità degli amici del campanile ma soprattutto quelli politically correct (che laddove dovessero risentirsi, se ne faranno una ragione), devo ammettere che la sensazione che ho provato ieri entrando al San Nicola è simile a quella che imperversa in un africano che approccia per la prima volta con una metropoli europea. Non mi soffermo sul parcheggio interno per i giornalisti, e nemmeno sulle Hostess e sugli Steward vestiti di tutto punto che ti davano del lei, e vi assicuro che non è una cosa che accade ovunque. Non mi soffermo sull’ingresso della tribuna centrale e nemmeno sul plastico dello stadio stile Bruno Vespa (citazione di Govanni Saracino, ndr) nella sala di ingresso, tantomeno sull’imponenza della Mix Zone o sull’area Hospitality.

Non perdo tempo a parlare dell’area ristorazione adiacente alla poltronissima, dove i camerieri erano vestiti come gli invitati del mio matrimonio. Forse leggermente meglio. Credo sia corretto evitare di commentare la pulizia dei cessi, il fatto che lo stadio (sessantamila posti) sia tutto agibile, i venditori di bibite che passeggiavano in poltronissima, le famiglie ed i bambini presenti nel settore d’èlite dove il biglietto più costoso arriva, udite udite, alla bellezza di 32 Euro. Tribuna scoperta pure là, sia chiaro…ma almeno culo su un sediolino decente. Tutti, dall’ultimo tifoso assiepato in curva a De Laurentis. Tralascio la tribuna stampa, perché mi deprimo a pensare alle condizioni da terzo mondo nelle quali lavoriamo noi, seduti sulle panche di legno tipo Piazza Marconi con le vetrate zozze e mancanti di componenti, ai gabbiotti fatiscenti, alle prese di corrente adattate, all’unico ascensore per tutto lo stadio, che consente in tempi ultrabiblici, alle persone che non ce la fanno con le proprie gambe di raggiungere il posto assegnato. Quello su cui mi piacerebbe porre l’accento rabbioso invece, è il senso di grandezza che si respira a 90 chilometri da casa nostra. Città abituata ad un certo tipo di eventi. Stadio da grande calcio. Palcoscenico che anche ieri, in una gara contro una piccola (il campo dice che quello siamo, ndr) profumava di professionismo. Lo Store Ufficiale, i prodotti ufficiali, non il banchetto con le bandiere dietro il distributore di benzina.  La possibilità di trascorre allo stadio una giornata con amici e parenti, di partecipare alle attività collaterali organizzate dalla società. Di fidelizzare il bambino, regalandogli un gadget da 1 Euro, di farlo crescere nella cultura della propria squadra, nell’idea del tifo, non in quella dell’odio nei confronti delle FdO. Poi sia chiaro, non è che a Bari ci sia solo gente civile, ma ieri cori che costano cinquecento euro l’uno, non ne ho sentiti. Ci credete che nessuno e dico nessuno, pur sentendoci parlare, ha osato appellarci in alcuna maniera? Nessuno tranne un coglione all’ingresso, ha manifestato astio nei nostri confronti.

Volete che vi racconti cosa ha passato un collega di Catania allo “Iacovone” qualche settimana addietro? La riflessione che mi sale, in misura direttamente proporzionale al mix composto di rabbia ed invidia, è che siamo tornati a competere con piazze importanti, che abbiamo ritrovato sfide che hanno fatto la storia del nostro calcio ma che trent’anni di oblio ci abbiano certamente lasciato i segni sulla pelle, bloccandoci inesorabilmente indietro rispetto al calcio che è diventato. Siamo fermi al 1993. Siamo fermi a quello che era, quando socialmente ed economicamente potevamo competere con buona parte dell’Italia, quando il calcio era un altro calcio, quando il mondo era un altro mondo. Siamo tornati al San Nicola, torneremo al Barbera, poi al Cibali. Abbiamo ritrovato lo Zaccheria, il Partenio, negli anni passati siamo andati anche in gita al Via del Mare. Bene, ma non basta. Giochiamo nello stesso campionato ma abbiamo concezioni differenti di cosa sia diventato il pallone nel 2021, lo viviamo con approcci differenti. Il gap è enorme, e lo dico con la tristezza più vera che possa esistere, che alberga nel mio cuore. Siamo diventati una provinciale, sul campo e fuori, perché se da un lato quanto sopra descritto mette in luce le falle emerse dopo trent’anni di torpore politico, imprenditoriale, sociale e solo in ultima analisi sportivo, che hanno di fatto costretto la Taranto pallonara a perdersi tutti quei processi di cambiamento che da metà anni novanta ad oggi hanno rovesciato il sistema calcio, dall’altro il Taranto sceso in campo ieri sembrava avere lo stesso piglio reverenziale che avevano Gelbison e Mariano Keller quando mettevano il muso allo Iacovone. La rinascita del calcio dalle nostre parti passa in maniera incontrovertibile dalla realizzazione di un processo serio che volga lo sguardo stadio di proprietà, calibrato attraverso la formulazione di un bando ad hoc, forgiato da mani e menti sapienti che possano mirare con raziocinio ad una nuova concezione di proprietà e non elemosinare che qualche sconosciuto benefattore venga a gettare soldi in un pozzo di san Patrizio, senza avere la possibilità di un tornaconto. Bello l’amore incondizionato ma quello riguarda i tifosi, il calcio è azienda a perdere dalle nostre parti e gli imprenditori vanno coccolati, cari i miei gestori della Res Publica.

Tornando al campo, al netto delle assenze, degli infortuni, del valore delle rose, ieri non si è visto lo spirito, quello implorato, gridato dai tifosi per una settimana intera, e questo fa male. Ci sta essere sognatori ma in pochi speravano di uscire con i tre punti dal San Nicola, tutti però ci saremmo aspettati una prestazione diversa dai ragazzi. Ci saremmo aspettati, sangue e botte (calcistiche, sia chiaro), ci saremmo aspettati la voglia degna di una finale mondiale, ci saremmo aspettati di mettere il pepe in culo ai cugini, di rendere loro difficile la vita dopo 30 anni trascorsi a cantare che puzzano di sterco, di beccarci i complimenti da parte degli undicimila presenti e non di essere etichettati come la “squadra peggiore vista al San Nicola”. Perdere, lo capisco. Aspettare che l’esecuzione abbia inizio, no. Mi porto avanti col lavoro, e pertanto annuisco, conscio che l’obiettivo di questa squadra è, ed è sempre stato la salvezza, e che la classifica continui a sorridere, ma non si dimentichi che questo Taranto gode da inizio stagione di una fiducia accordata dalla piazza che mai nessuno ha avuto il piacere di ricevere nella storia. La tifoseria, che tutti conosciamo e che come ogni entità vivente possiede pregi e difetti, ha accettato il campionato “a salvarsi” senza battere ciglio, non lesinando applausi anche dopo prove inguardabili, sintomo che a modo nostro, stiamo lentamente maturando. La città tifa per la squadra, a prescindere dallo spettacolo offerto e dall’obiettivo. Taranto ama il Taranto sempre e comunque. Le belle parole, i propositi, i percorsi di crescita però, adesso stanno a zero. Bisogna tornare a far punti, a salire la china sportiva mettendo nell’album dei ricordi, da dimenticare, l’ultimo derby con la consapevolezza che il prossimo dovrà essere onorato diversamente, per i tifosi, per la città e per tutti gli innamorati di Taranto.

tutte le notizie di