CAPU…T DERBY – Il Razzismo contro Elliott

Analisi e approfondimenti

di Redazione DDD

di Giovanni Capuano –

C’è un filo che lega le parole irrispettose che accompagnarono l’avventura italiana di Thohir (ricordate quando fu sbrigativamente ridefinito ‘filippino’ da Ferrero?) alle recenti vicende del fondo Elliott. Non perché non sia lecito pretendere chiarezza su chi tiene in mano il destino di un club che è patrimonio di tutti, non solo dei milioni di tifosi del Milan in Italia e all’estero. Anzi. E’ lecito e anche doveroso. Ma perché a Singer e ai suoi uomini viene applicato in sostanza lo stesso trattamento riservato da Thohir in poi a tutte le proprietà straniere sbarcate in Serie A.

Paul Singer

Thohir, Suning, Pallotta, Friedkin (non appena la luna di miele sarà finita), Commisso, Elliott: tutti accumunati dall’accusa – sempre meno velata – di essere venuti in Italia per fare affari e non per un sano spirito di amore per i club che hanno rilevato. Nella maggior parte dei casi presi, a un passo o quasi da default, proprio perché considerati potenziali business da valorizzare anche attraverso le operazioni collegate, prime fra tutte quelle legate alla costruzione di stadi nuovi e distretti commerciali annessi. Che grande scoperta. Come se fosse un peccato originale non emendabile. Come se si dovesse chiedere a Elliott e a tutti gli altri di comportarsi come le grandi dinastie che nel calcio romantico hanno speso fortune, spesso dilapidandole, senza investire nel futuro che oggi è il presente. E che ci vede irrimediabilmente staccati dal resto d’Europa dove i grandi fondi e i grandi investitori stranieri li conoscono da decenni senza fare troppo gli schizzinosi.

Ora che Elliott ha chiarito di essere proprietario del Milan (al netto delle inchieste era abbastanza intuitivo avendoci messo oltre 600 milioni di euro in due anni), sarebbe il caso di concentrarsi su altro. Ad esempio evitare che, come sono arrivati, i grandi patrimoni stranieri se ne vadano lasciando il calcio italiano sul lastrico. Dal 2009 al 2019 le proprietà della Serie A hanno gettato denaro fresco nei club per 2,8 miliardi di euro senza i quali molte società, anche di primissimo livello, sarebbero fallite. E non c’era ancora il Covid. Sapete quanti di quei 2,8 miliardi sono venuti da padroni italiani? Meno del 20%. Briciole. Il resto da fuori. Quel fuori che, con provincialismo un po’ altezzoso, continuiamo a guardare con sospetto e a ritenere ontologicamente poco adatto a prendersi cura della nostra passione.

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