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DDD Story – Boskov, l’amore e una birra davanti alla tv

PARMA, ITALY - MAY 04:  The UC Sampdoria fans display a giant banner to thank the Vijadin Boskov before the Serie A match between Parma FC and UC Sampdoria at Stadio Ennio Tardini on May 4, 2014 in Parma, Italy.  (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Tante massime, ma anche tanto calcio...

Redazione DDD

di Luigi Furini -

“Se uomo ama donna più di birra gelata davanti a tv con finale Champions, forse vero amore, ma non vero uomo”. Insomma, un vero uomo deve preferire una birra e una partita di calcio all’amore per un donna. Chi l’ha detta? Vujadin Boskov, grande centrocampista e grande allenatore, nato nel 1931, scomparso nel 2014. Ha lasciato un segno profondo là dove è passato. Le sue frasi sono pietre miliari. Poche parole, che fanno sempre riflettere. “Rigore è quando arbitro fischia”, spiega. Come dire: inutile lamentarsi. Era fatalista, Boskov. “Pallone entra quando Dio vuole”. E poi eccone altre. “Meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0”. “Chi non tira in porta non segna”. “Gli allenatori sono come le gonne: un anno vanno di moda le mini, l’anno dopo le metti nell’armadio”.

 Vujadin Boskov- Mandatory Credit: Alex Livesey /Allsport

Vujadin Boskov- Mandatory Credit: Alex Livesey /Allsport

Ecco una massima sullo stare in campo. “No serve essere 15 in squadra se tutti in propria area”. E sui cambi di modulo. “La zona? Un brocco resta brocco anche se gioca a zona. Dove è lo spettacolo”? Ne aveva anche per i suoi giocatori. “Benny Carbone con sue finte disorienta gli avversari, ma pure compagni”. E su Gullit, quando è arrivato nella sua Sampdoria: “Gullit è come cervo che esce di foresta”. Ma poi il giocatore torna al Milan. “Gullit è come cervo ritornato in foresta”. A volte è implacabile: “Se io slego mio cane, lui gioca meglio di Perdomo”. E una volta, nello spogliatoio prima di un Sampdoria-Juventus: “Loro come noi, due gambe e undici giocatori in campo. Più di noi hanno solo le Fiat”.

Boskov era nato vicino a Novi Sad, in Vojvodina (ora parte della Serbia) e lì aveva tirato i primi calci. Era poi stato un anno alla Samp e quindi in Svizzera, negli Young Fellows di Zurigo. Qui l’allenatore si infortuna, lascia il campo e gli consegna il fischietto. “Vai avanti tu”, gli dice. Lui smette di giocare e prende la panchina. Torna al Vojvodina, poi la nazionale Jugoslava, in Olanda, al Real Madrid e in Italia. Le sue tappe sono Ascoli, Sampdoria, Roma, Napoli e ancora Samp, dove nel 1990-91 vince l’unico scudetto, che ora tutti ricordano perché in squadra c’erano Mancini e Vialli. Tornato in patria porta ancora la Jugoslavia agli europei del 2000. Quindi smette e decide di restare nella sua Serbia (la guerra dei Balcani ha diviso la Jugoslavia di Tito in tanti Stati). Era laureato in storia e appassionato di geografia e politica. E sposato a una giornalista e intellettuale che tanto ha inciso nella sua vita. Lui, abituato in un Paese dalle tante etnie e tante religioni (musulmani, cattolici, ortodossi) spiega che, almeno nel calcio, si può stare tutti insieme. “Sui campi – diceva – ho visto giocatori fare segno di croce, altri ringraziare Allah, altri non fare niente. Eppure tutti riusciva a giocare insieme senza problemi”. Già, la Jugoslavia. I più giovani ne sanno poco, ma fino agli anni ’80 era “il Brasile d’Europa”. Poi la guerra e la storia hanno disegnato altri confini.

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