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QUELLA LITIGATA CON VIANI...

DDD Story – Pepe Schiaffino “Arbitri venduti”, ma lui non si permetteva nemmeno il caffè…

TURIN, ITALY - NOVEMBER 25  :Juventus player Giampiero Boniperti with Schiaffino during  Juventus - Milan on November 25, 1956 in Turin, Italy. (Photo by Juventus FC - Archive/Juventus FC via Getty Images)

Vinse 3 scudetti con il Milan e il lunedì nel giorno libero andava in Svizzera...

Redazione DDD

di Luigi Furini -

Era avaro, ma fuori dal normale. Un sabato prima di Genoa-Milan alcuni giocatori rossoneri sono a spasso per via XX Settembre. Sentono la gara, vogliono giusto fare due passi. Ma fa freddo e tira vento di tramontana. Ecco Liedholm che suggerisce: “Ragazzi, prendiamo un caffè”. Tutti accettano. Stanno per entrare in un bar. Ma lui eccepisce “Paga la società, vero?”. ”No, stavolta ognuno paga il suo”, ribatte Nordahl. E allora lui si smarca: “Io vi aspetto fuori, il caffè mi rende nervoso”.

 (Photo by Keystone/Getty Images)

(Photo by Keystone/Getty Images)

Lui è Juan Alberto Schiaffino, nato a Montevideo nel 1925, giocatore di purissima classe, prima al Penarol e poi al Milan, passano per le Nazionali di Uruguay e Italia. E perché ha giocato anche in azzurro? Perché era un oriundo (si diceva così, allora, per gli stranieri figli o nipoti di italiani emigrati). Suo nonno, da Camogli o da Portofino (l’origine è incerta) emigra verso La Merica (molti scrivevano così) verso gli inizi del Novecento e apre una macelleria. Il padre, invece, è impiegato all’ippodromo. La famiglia di trasferisce a Pocitos, di fianco al quartiere Palermo. Di qui i liguri, di là i siciliani (Montevideo era una piccola Italia in quei tempi). Nella squadra locale il centravanti è Raul Schiaffino, suo fratello. Così prendono anche lui, ma i soldi non bastano. E deve arrotondare facendo il fornaio, il commesso in una cartoleria e l’operaio in una fabbrica di alluminio. Ha un caratterino niente male. Sua madre lo ribattezza “Pepe”, perché chiuso e introverso. Tende sempre a fare di testa sua, portando spesso malumore fra i compagni. Ma allora vale la pena metterlo in squadra? Sì. Quando passa dal Penarol al Milan, i giornali in Uruguay scrivono: “Se ne è andato il Dio del calcio. E’ una perdita irreparabile”. Ed Eduardo Galeano, forse il miglior scrittore di storie di Futbol, aggiunge: “Con le sue giocate magistrali organizzava la squadra come se stesse vedendo il campo dalla torre più alta dello stadio”.

E’ protagonista del “Maracanazo”, cioè campione del mondo nel 1950 quando l’Uruguay batte in Brasile nella finale di fronte a 200 mila spettatori, E vince cinque scudetti con il Penarol prima di arrivare in Italia. Nel 1954 lo prende il Milan per 52 milioni di lire. Per Gianni Brera era “impareggiabile”. Per Cesare Maldini “aveva un radar al posto dei piedi”. Con il Milan vince subito tre scudetti, ma debutta con un’espulsione. Durante una partita contro l’Udinese, avvicina l’arbitro e gli strofina davanti l’indice e il pollice. Poi aggiunge: “Voi arbitri italiani siete tutti venduti”. Risultato: cinque giornate di squalifica. Già, i soldi. Schiaffino è anche orgoglioso della sua avarizia. Non ha mai comprato un’auto (né fuoriserie, né utilitaria). Sono i giovani ragazzi del Milan che passano a prenderlo per portarlo agli allenamenti. E poi c’è il lunedì di riposo. Che cosa fa Schiaffino? Prende il treno e va in Svizzera, entra in banca e si mette a comprare e vendere valute. Diventa imprenditore, la sua ricchezza aumenta. Litiga con Gipo Viani e viene venduto alla Roma, anche se i tifosi rossoneri insorgono. Arretra per giocare da libero. E’ considerato l’inventore del tackle in scivolata, per rubare la palla intervenendo da dietro. Nel 1962 smette e torna in Uruguay. Tenta di fare l’allenatore. Gli affidano la nazionale e poi anche le giovanili del Penarol, ma i risultati non arrivano. E allora spuntano le vecchie passioni: le speculazioni in Borsa e gli affari nel settore immobiliare. Si diverte andando a pesca (forse lo svago meno costoso). Muore nel 2003 a causa di un tumore.

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