Oggi è al cimitero monumentale di Torino, ma quante ne ha fatte e dette Liddas...

di Luigi Furini -

“Tranquillo papà, vado in Italia un anno, al massimo due, e poi torno”. E’ l’agosto del 1949 e dopo un lungo corteggiamento, il Milan ingaggia un giovanotto alto alto, capace di giocare in attacco, in difesa, a centrocampo. Nel suo Paese, finora, si è visto pochino (ha vinto il torneo olimpico nel 1948 ma la grande carriera verrà dopo) ed è più noto per aver giocato a “bandy”, una sorta di hockey su giacchio, violentissimo, dove si esce pesti e sanguinanti ad ogni incontro. Nils Erik Liedholm non ha mantenuto la promessa fatta a suo padre. In Italia ci è rimasto fino alla morte perché, dopo aver smesso con il calcio, si è messo a produrre vino in Monferrato. E’ l’8 agosto 1949. Il suo amico Gunnar Nordahl e suo compagno al Norrkoeping ha appena firmato per il Milan. E cerca di convincerlo a fare altrettanto. Insieme al direttore tecnico rossonero, Busini, discutono una notte intera. “Accettai soprattutto per stanchezza”, dirà poi Liedholm.

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La sua sarà una carriera piena di trionfi. Nello stesso anno arriva al Milan anche Gunnar Gren. I giornalisti faticano a scrivere i cognomi dei tre assi svedesi e così nasce la Gre-No-Li. Il Milan vince subito il campionato e il “Barone” (Liedholm sarà ribattezzato così per la sua eleganza) si impone come il vero padrone del centrocampo. E guai a dargli ordini. L’allenatore Viani gli urla qualcosa ma lui, serafico, risponde: “Lei comanda fuori dal campo, io sono il capitano e comando in campo”. Nel 1961 smette di giocare e diventa allenatore. Gira mezza Italia: Milan, Verona, Monza, Varese, Fiorentina e Roma, dove arriva alla finale di Coppa Campioni, persa in casa ai rigori contro il Liverpool (1983). Lo vorrebbero anche l’Inter e la Juve. In nerazzurro non va perché alla fine, il presidente Fraizzoli, lo considerò “troppo milanista” ed è lo stesso Barone a rifiutare la Juve. “I bianconeri sono già forti, se vado io uccidiamo il campionato. Lo faccio per lealtà”, dirà a un giornalista.

Si tramandano ancora le sue frasi celebri: “Se teniamo il pallone 90 minuti, di sicuro l’avversario non segna”. E ancora: ”Gli schemi sono belli in allenamento: senza avversari riescono tutti”. E infine: “La partita perfetta è quella che finisce 0-0”. Era anche molto scaramantico. Negli spogliatoi prendeva le maglie dal sacco e le distribuiva. “Una volta – racconta Pietro Vierchowod – sapendo il mio numero ho preso la mia e l’ho sfilata dal mucchio. Il mister mi ha fulminato. Se succede qualcosa è colpa tua”. Nelle tasche del suo cappotto c’era di tutto: sale, ciondoli, amuleti, boccettine e cornetti”. L’italiano l’ha imparato ma non benissimo, anche se, per forza, doveva usarlo quando parlava con Rocco (che preferiva il dialetto triestino). “Quel mona de Baron – diceva -. Con lui me toca parlar italiano”. Finita la carriera, ormai il padre era morto e la promessa non valeva più, è rimasto nella sua tenuta di Cuccaro Monferrato a produrre vino. E’ morto nel 2007 ed è sepolto nel cimitero monumentale di Torino.

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