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23 ottobre 1999, Stamford Bridge. È uno di quei pomeriggi londinesi in cui il cielo ha lo stesso colore del Tamigi. Si gioca Chelsea-Arsenal, e la serata non sembra promettere bene per i Gooners. Piove. Il Chelsea di Gianluca Vialli non ha mai subito gol in casa da tutta la stagione, e i colpi di testa di Tore Andre Flo e Dan Petrescu sembrano aver chiuso la questione.
Manca un quarto d’ora alla fine, nel settore ospiti si respira un clima di rassegnazione. Quello che nessuno si aspetta è che, tra qualche istante, entrerà in scena l’uomo della Provvidenza: Nwanko Kanu.
Se è vero che nessuno avrebbe scommesso su quanto stava per succedere, è anche vero che Nwanko Kanu non era un attaccante qualsiasi.
Classe 1976, versatile, longilineo e dal piede educatissimo, oro olimpico con la Nigeria ad Atlanta 1996, due volte Calciatore africano dell’anno e candidato al Pallone d’Oro, era cresciuto nell’Ajax delle meraviglie di Van Gaal. Affascinato dal suo gioco di gambe, eccezionale per qualcuno alto 197 cm, Massimo Moratti lo vuole all’Inter.
Durante le visite mediche di rito, però, emerge una malformazione cardiaca congenita, che rischia di mettere fine alla sua carriera proprio sul più bello. Ma il presidente nerazzurro si impunta, e paga di tasca sua l’intervento alla valvola aortica. E, contro ogni pronostico, nel 1998 Kanu torna in campo. Quell’anno, l’Inter solleverà la Coppa UEFA.
Ma il reparto offensivo nerazzurro, in quel periodo, è piuttosto affollato. Così, nel gennaio 1999 l’attaccante nigeriano attraversa la Manica per andare a vestire la maglia dell’Arsenal. Sarà l’inizio di una giostra di gol spettacolari e panchine frequenti.
Kanu non partiva sempre da titolare, ma ogni volta entrava in campo con una mentalità e una grinta che lo rendevano decisivo. E qui torniamo a quel pomeriggio piovoso: al 75’ di quel Chelsea-Arsenal, su un tiro un po’ sporco di Marc Overmars, insacca la palla, lasciandosi indietro Ed de Goey tra le pozzanghere. 2-1, un segnale che, forse, un altro finale è ancora possibile.
Adesso, il pareggio sembra a portata di mano, e i tifosi dei Gunners ci metterebbero la firma. All’83’, Kanu li accontenta, con un elegante controllo in area e un destro preciso: ed è 2-2. A questo punto, il clima a Stamford Bridge è cambiato, e l’euforia si è spostata di tribuna.
Manca solo un minuto, quando Kanu insegue un pallone quasi morto sulla linea di fondo, supera Albert Ferrer e riesce di nuovo a saltare de Goey. In area ci sono dei compagni che aspettano il suo cross. Lui, invece, tira.
Il pallone vola, trova un varco impossibile tra due difensori e finisce dritto all’incrocio dei pali: tripletta. Finisce così, Chelsea-Arsenal, con un 2-3 che nessuno avrebbe mai potuto prevedere, e che rende la serata dei Gunners dolcissima.
Quell’anno, l’Arsenal concluderà la stagione con un secondo posto, dietro al Manchester United, e una finale europea. Nessun trofeo, eppure, chi c’era difficilmente dimenticherà quei 15 minuti e Nwanko Kanu.
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