Medellín non è più la città degli anni '90, il cui picco di tasso di omicidi si aggirava sui 300/400 ogni 100.000 abitanti. Erano gli anni del cartello di Pablo Escobar e il territorio colombiano entrava in una spirale di violenza che solo recentemente è andato in ribasso. Nel 2015 i dati parlano di 20 ogni 100 mila, riflettendo una trasformazione avvenuta all'interno della nazione sudamericana (oggi il tasso è stimato attorno a 11/12, il livello più basso degli ultimi 50 anni). La criminalità organizzata, ridotta, non è più l'unica fonte di pericolo. All'interno della violenza colombiana si situano anche dinamiche interpersonali ma soprattutto una violenza meno visibile nel quotidiano.
VIOLENZA STRUTTURALE
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Questa mano invisibile infatti viene espressa da termini come violenza strutturale, simbolica e culturale. Ingiustizie sociali e distribuzione ineguale delle risorse che conducono a povertà estrema e mancato accesso a salute ed istruzione. In un Sudamerica sempre più privatizzato e militarizzato, le frange marginali della popolazioni si vedono erodere sempre di più possibilità sociali e diritti al riconoscimento di apparire nella società. La violenza diventa mezzo per legittimare un'esistenza, trovando quel rispetto che viene costantemente negato dalla società. Un tema, che si riflette comunque nelle piccole pratiche quotidiane, come dimostrato nel caso dell'omicidio di Denilson Mena, calciatore colombiano.
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