Per chi è stato bambino negli anni ’90, la Serie A era religione e l’album Panini il suo Vangelo. Si studiavano le formazioni più del catechismo, e si scambiavano doppioni come se fossero reliquie. Tra quelle figurine, c’era anche quella di Michele Paramatti. Campione d’Italia 2001-2002 con la Juventus, capitano del Bologna quando il Dall’Ara tornava a sentirsi grande, Paramatti è stato uno di quei calciatori concreti, senza effetti speciali, ma con il vizio del gol.
Intervista
ESCLUSIVA – Dal Bologna al 5 maggio: Paramatti punge ancora l’Inter

Oggi Michele si è tagliato i capelli e il pizzetto, ma ha ancora lo sguardo diretto e la stessa ironia di chi è partito dalla Serie C. Nella sua carriera c’è stato un prima e un dopo, e forse anche nella sua idea di calcio. Abbiamo provato a farcele raccontare, e anche a strappargli un pronostico su Inter-Juve.
“Se mi dici Bologna, penso alla felicità”
—Ciao Michele, iniziamo la nostra chiacchierata così: se ti dico Bologna, qual è la prima cosa che ti viene in mente?
Se mi dici Bologna, mi viene in mente la felicità. È una sensazione, più che un'immagine, perché è stato un periodo della mia carriera molto importante, molto bello, e probabilmente quello in cui ho raccolto più soddisfazioni, sia sul campo che fuori. Bologna è una tappa fondamentale del mio percorso.
… Un percorso che è stato un po' particolare. Dicevano che fossi un “terzino operaio”: è una definizione in cui ti ritrovi o è un’invenzione di chi scrive? Insomma, che faccia fai quando ti capita di leggerla?
Penso di essere stato un giocatore che ha sempre fatto del suo meglio, lavorando sulle proprie difficoltà e cercando di migliorarsi. È stato così da quando tiravo i primi calci al pallone e fino a quando ho smesso. Ho sempre cercato di mettermi a disposizione della squadra e dei compagni, e forse il mio modo di essere e di interpretare il calcio ha portato a questo appellativo. Che comunque non mi dispiace proprio.
A 27 anni ti sei ritrovato disoccupato. Poi è arrivata la telefonata di Oriali… Come sarebbe andata se non ti avesse chiamato? Se non avessi fatto il calciatore, che cosa avresti fatto?
All’epoca non si applicava ancora la sentenza Bosman. Le società potevano tenere vincolati i giocatori in scadenza di contratto e chiedere un parametro per liberarli. Questo mi ha portato a trovarmi, diciamo, disoccupato. Ho sempre creduto di poter meritare un posto nel mondo del calcio, e non mi preoccupava più di tanto restare senza squadra per un periodo. La SPAL mi aveva richiamato, ma a certe condizioni – o così o rimani fermo tutto l'anno – e quando è arrivata la telefonata di Oriali ho colto al volo la possibilità di rientrare. Ero consapevole che potevo giocarmela e avrei avuto la possibilità di dimostrarlo. Certo, avevo anche un piano B: mi sono diplomato in ragioneria e l'alternativa poteva essere lavorare in banca o in ambito finanziario, mi piacevano i numeri… avevo anche iniziato a studiare scienze motorie, prima di capire davvero che giocare in Serie A sarebbe stata la mia strada. Ho lasciato a cinque o sei esami dalla fine, peccato.
Magari, anche senza il pezzo di carta, ti è stato comunque utile…
Sicuramente, la conoscenza delle materie tecnico sportive e anatomiche mi ha aiutato molto nella gestione del mio corpo e nella pratica dell'attività sportiva. Sentivo quando avevo un piccolo dolore, e riuscivo a capire se poteva essere un problema. Insomma, sono sempre stato uno che si sa adattare, in campo e fuori, e per tornare alla domanda di prima, se non avessi fatto il calciatore non mi spaventava dover fare qualcos’altro.
Michele Paramatti, l'inchino alla Curva Nord
—A proposito di paura, in quegli anni hai giocato con diversi mostri sacri. C'è stato qualcuno che ti ha fatto pensare: “ok, questo è proprio di un altro pianeta”?
Le capacità di Ronaldo il Fenomeno erano fuori scala rispetto allo standard dei calciatori allora in circolazione, in tutto il mondo. Metteva velocità nelle giocate tecniche, quindi era quasi imprendibile. Poi ti posso nominare Zidane, che in allenamento era un giocoliere e ti faceva molto divertire. Poi c’era Baggio, Signori, Del Piero… era una Serie A molto divertente. I migliori del mondo venivano in Italia, solo per giocare nel nostro campionato.
Una volta hai detto che ti piaceva molto l'Inter, ma nel senso che ti piaceva farle gol. Sono andata a controllare quanti ne hai segnati nei vari incroci tra Inter e Bologna…
Eh sì, all’Inter ne ho fatti 4…
Sono più di quelli che ha fatto Ronaldo…
Oh beh, questa è una casualità! (Ride) mettiamola così: per me San Siro è lo stadio più bello in cui si possa giocare. Le tribune sono a ridosso del campo, a guardarti ci sono 80.000 persone, l’emozione che dà è indescrivibile. A darmi la carica c’erano i miei tifosi, che erano tanti, ma soprattutto i fischi e gli scherni degli avversari. Una volta, forse l'ultima volta che ho fatto gol all'Inter, dopo tre partite consecutive in cui avevo sempre segnato, a un quarto d'ora dalla fine la Curva Nord ha iniziato a cantare: “Paramatti, facci un gol”. Fatto sta che, due minuti dopo, ho segnato di testa su calcio d'angolo. E poi ho pure fatto l'inchino: lo avevano chiesto loro, e io avevo soddisfatto la richiesta!
È stato il tuo gol preferito?
È stato sicuramente il più gradito, perché è stato divertente. Giocare a Milano è sempre qualcosa di speciale, per me lo è stato fin dalla prima volta – quando ho fatto gol su assist di Baggio e abbiamo vinto 1-0 – ma anche quando abbiamo vinto lo spareggio per la UEFA nel 1999... sì, possiamo proprio dire che l'Inter mi ero affezionato!
Tra l'altro, quando è arrivato il momento di salutare il Bologna, nella trattativa c'era anche l'Inter. Il direttore sportivo era ancora Oriali, e un'alternativa poteva proprio essere quella. Ma sono juventino dalla nascita, e la chiamata della Juventus è stata un invito troppo allettante.
Com'è per un tifoso diventare un calciatore professionista con un'altra squadra?
Il mio è stato un percorso graduale e in salita. Sono partito dal settore giovanile della SPAL, ho fatto un paio d’anni nei dilettanti, poi sono ritornato alla SPAL e ho giocato in C2, in C1 e in B. Mi sono sempre preso a cuore le sorti della squadra in cui giocavo: so che sembra una frase fatta, ma ero davvero legato alla maglia. Ero un aziendalista.
Quando col Bologna ho fatto gol alla Juventus, non mi sono certo vergognato, anzi. Non esultare quando fai gol è una mancanza di rispetto verso i tuoi tifosi.
Paramatti, la Juventus, il 5 maggio 2002

Ma ora, passiamo a parlare dello scudetto della Juve, quello del 5 maggio 2002…
Bellissimo, un'emozione incredibile. Arrivo a Torino a 32 anni, bello maturo, e firmo un contratto di tre anni, sapendo che qualcosa avrei vinto di sicuro. La Juve era una corazzata, quindi mi presento con la consapevolezza di non essere il fenomeno della squadra, ma con la voglia di dare il mio contributo, che fosse per una, dieci, o cinquanta partite: il mio compito era farmi sempre trovare pronto. Vado a fare il primo allenamento, e mi sembra quasi di disputare la finale di Champions League, per dirti il livello di competitività e quanto tutti ci tenevano a far bene. È così che ci siamo ritrovati a maggio 2002, a vincere uno scudetto impensabile all'ultima giornata… sempre grazie all'Inter, a cui penso sempre con molta simpatia!
La sera di San Valentino si gioca Inter-Juve: chi vince?
Non seguo più molto il calcio, anche se controllo ancora i risultati delle squadre in cui sono stato, perché mi fa piacere se vincono. Come dico sempre, spero che vinca chi merita. Dovrebbe essere così, anche se poi non sempre succede.
Il calcio è diventato meno divertente?
Lo trovo meno divertente. Mi piace lo sport, ma più che guardarlo preferisco praticarlo. Stare a guardare non mi piaceva molto neanche quando ero in panchina. Preferisco andare a giocare a golf, anche se ogni tanto mi capita di andare allo stadio.
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