Rampulla non si nasconde e, con la libertà di chi ha già vinto tutto, dice essere convinto che con due acquisti giusti si può tornare a lottare per il titolo.
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Da bambino siciliano innamorato di Pietro Anastasi a portiere della Juventus: la storia di Michelangelo Rampulla è quella di un sogno che si è avverato. E chi ha vissuto la Juve così — dalla pancia, non solo dalla testa — ha un modo tutto suo di leggere il presente bianconero. In questa intervista esclusiva con DerbyDerbyDerby.it, Rampulla parla di Spalletti come agente del cambiamento, difende Di Gregorio dai paragoni impossibili e indica la strada per tornare a vincere.
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Michelangelo, da quando Spalletti è arrivato la Juventus sembra una squadra diversa — più compatta, più consapevole. Cosa ha cambiato secondo lei nella testa di questi ragazzi? È più una questione di identità di gioco o di carattere?
"Credo sia una questione di esperienza. Il calciatore riconosce un'autorità importante e se viene allenato da chi ha già vinto e ha una propria identità di gioco, ti ascolta con tutt'altra attenzione. Con un allenatore giovane, magari dalle buone idee ma senza titoli, c'è il rischio di essere trattati con una certa leggerezza. Spalletti ha portato esattamente questo: il peso della sua carriera, che i calciatori riconoscono e rispettano. Dal punto di vista tecnico e tattico non si discute — la sua storia parla per lui. È un grandissimo allenatore".
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Quattro partite, tutte sulla carta abbordabili: Verona e Lecce che lottano per non retrocedere, la Fiorentina non ancora salva, e il Derby col Torino in trasferta. Ma spesso sono proprio queste partite a fare brutti scherzi. Cosa teme di più in questo finale di stagione?
"Sono partite in cui bisogna tenere alta l'attenzione. Con Milan, Inter o Roma sei dentro mentalmente da subito, sai che è una partita importante. Con le squadre cosiddette 'più deboli' il rischio di un calo c'è sempre. Però la posta in palio è altissima e poi, come dicevamo prima, un allenatore come Spalletti sa esattamente come tenere i giocatori sull'attenti. In ogni caso, Fiorentina e Torino non sono affatto partite facili: la rivalità storica con la Viola e il derby col Toro sono gare a sé stanti. Da tifoso juventino mi auguro che la Juve entri nelle prime quattro — , anche se è dura per chi è abituato a vincere accontentarsi di un posto in Champions, ma in un'annata di magra così va bene anche questo."
Per parlare del Suo legame con la Juve, io immagino che per un ragazzino tifoso di una squadra che riesce a realizzare il sogno di essere calciatore della squadra del cuore sia stato un'emozione pazzesca. Com'è stato quel decennio in bianconero?
"Sono stati veramente degli anni bellissimi. Poi era un calcio ancora ‘romantico’: tutti noi da ragazzini ci siamo affezionati prima che alla maglia, al campione che giocava con quella maglia. Io, la mia famiglia, mio padre... siamo da sempre juventini. E quindi, quando Anastasi è arrivato a Torino, alla Juve, noi siciliani ci siamo un po' identificati nel 'Pelé bianco'. Questo ha rafforzato il tifo verso la Juve. Andare poi a giocare con quella maglia è un'emozione davvero, è il sogno di un bambino che vuole giocare nella squadra del cuore e che vede quel sogno avverarsi. È difficile spiegare a parole la gioia di giocare con quella maglia".
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Rampulla: "Se dovessi investire, lo farei in altre zone del campo, non in porta"
Molti tifosi della Juventus criticano Di Gregorio. Lei che ha indossato quei guanti conosce il peso di quella maglia. È un giudizio giusto o ingiusto? E più in generale: pensa che la Juventus debba intervenire in porta sul mercato, oppure Di Gregorio è un punto fermo anche per la prossima stagione?"Il problema di chi arriva dopo un'epopea di grandi portieri è il confronto. Certamente il tifoso la prima cosa che fa è paragonarlo a Buffon, perché il portiere della Juve è Buffon. Diventa un paragone ingiusto e che diventa insostenibile per chiunque, secondo me. Ma Di Gregorio lo sta reggendo bene: ha carattere e un aplomb da portiere della Juve. Poi, sul lato tecnico tutti dobbiamo e possiamo migliorare, però gli errori capitano a tutti — capitavano anche a Buffon, a Zoff, a Peruzzi — e si evidenziano di più quando la squadra non è quella di un tempo. Io ho sempre detto che la Juve ha due ottimi portieri. Se dovessi investire, lo farei in altre zone del campo. L'unica eccezione sarebbe Donnarumma: forte, giovane, italiano, con già un'esperienza straordinaria. Ma altrimenti per un portiere di 34-35 anni con due o tre anni davanti, non muoverei risorse importanti."
E quale zona di campo sarebbe? Si parla dell’interesse del Bayern Monaco su Vlahovic e allo stesso tempo si questiona tanto della mancanza di attaccanti. Si fanno i nomi di Osimhen, Gabriel Jesus... se dovesse scegliere Lei un attaccante con un DNA juventino chi indicherebbe?
"Vlahović è un grandissimo campione con caratteristiche ben precise: attacca la profondità, vede la porta come pochi, non molla mai, ha un bel tiro. È un attaccante vero, ma dipende dall'allenatore di cosa abbia bisogno, se di un attaccante di manovra e di dialogo con gli altri Io dei grandi campioni non mi priverei mai, a meno di cifre irrinunciabili. Anche Osimhen è un ottimo giocatore — e Spalletti lo conosce bene, sa come valorizzarlo. Avere poi Conceição e Yildiz sugli esterni è già una base importante. Personalmente, con Vlahović al cento per cento, lo terrei e affiancherei una punta giovane di grande prospettiva da far crescere con lui. In generale, la Juve è una buonissima squadra: non servono tanti innesti, ma un paio nel posto giusto — centrocampo e difesa più che la porta".
E facendo questi acquisti, Lei crede che questa Juventus possa tornare stabilmente a lottare per lo Scudetto?
"Sono convinto di sì. La distanza non è enorme. L'Inter ha il vantaggio di avere 16-18 giocatori più o meno allo stesso livello — ed è questo che fa la differenza in un campionato lungo, quando arrivano infortuni e squalifiche. Il Napoli quest'anno ne ha fatto le spese in maniera clamorosa. Se la Juve azzecca due o tre acquisti di livello, può lottare. Anche il fatto di continuare a cambiare tutti gli anni tanti giocatori non giova a nessuna squadra. L'Inter sta cambiando poco, ha un blocco da diversi anni e con quello va avanti. Ma io credo che se ne parliamo di un segreto nel calcio sia questo: serve una base di giocatori italiani, che sanno cosa significa quella maglia e quella storia. Chi arriva da fuori viene a giocare in una squadra; chi è italiano sa dove sta andando e cosa rappresenta. E poi ogni anno, mantenendo quella base, si può aggiungere uno o due elementi che possono migliorare la rosa, questo sì, però se continui a cambiare sette o otto elementi ogni anno diventa complicato essere competitivo. Io la penso così, poi magari mi sbaglio".
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