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di Max Bambara – La sconfitta nel derby ha lasciato delle scorie non soltanto nella squadra rossonera, ma anche all’esterno di essa. C’è una fetta importante di tifosi infatti che rimprovera a Gattuso un atteggiamento tattico troppo...

Redazione Derby Derby Derby

di Max Bambara -

La sconfitta nel derby ha lasciato delle scorie non soltanto nella squadra rossonera, ma anche all’esterno di essa. C’è una fetta importante di tifosi infatti che rimprovera a Gattuso un atteggiamento tattico troppo difensivo e prudenziale, un approccio alle partite molto rispettoso dell’avversario, nei fatti quindi un Milan poco offensivo e poco in linea con i suoi parametri storici. Tutte queste obiezioni hanno un senso ma vanno contestualizzate e, soprattutto, vanno analizzate in relazione al tipo di squadra che il mister rossonero si trova a disposizione. Ragionare esclusivamente su categorie tipiche (calcio offensivo, calcio difensivo) senza rendersi conto delle caratteristiche dei giocatori, può essere fuorviante e, a volte, persino poco credibile.

Che allenatore è oggi Rino Gattuso? Rispondere a questa domanda non è un esercizio semplice. Giudicare un tecnico sulla base di 16 mesi di carriera ad alto livello, rischia di essere un enorme azzardo. Di certo Rino ha fatto la gavetta prima di arrivare al Milan, ma l’ha fatta sempre in situazioni emergenziali (Sion, Palermo, Ofi Creta, Pisa), in cui l’aspetto gestionale prendeva inevitabilmente il sopravvento sulle questioni di campo. Nel Milan è subentrato a Montella alla fine di novembre del 2017, portandosi dietro l’etichetta (terribile e poco nobile usanza del calcio nostrano) di “allenatore tutta grinta”. Nel calcio, purtroppo, il luogo comune regna sovrano. Gattuso ha quindi già provveduto a smentire quest’etichetta poco rispettosa del professionista, retaggio di una carriera da podista illuminato.

L’ha smentita con la sua credibilità di allenatore preparato e serio. Il Milan, nei mesi successivi al suo avvento, è riuscito a trovare una dimensione tecnica preziosa; non è stato un momento estemporaneo, bensì il frutto di un lavoro certosino sulle distanze fra i reparti, sul lavoro fra le catene, sull’uscita della palla dalla fase difensiva. Questo Milan però, non è riuscito ad andare oltre il concetto di credibilità. Difficile dire quanto le responsabilità siano di Gattuso o quanto invece ci siano alcuni limiti di troppi giocatori chiave di questa squadra. Il Milan, puntualmente, fallisce le grandi partite (quelle che possono cambiare la stagione) sul piano della tenuta mentale del match.

Era già successo l’anno scorso contro l’Arsenal nella partita di andata giocata a San Siro, si è riverificato contro la Juventus, in una finale di Coppa Italia che i milanisti preferiscono dimenticare; e la problematica si è purtroppo riproposta in questa stagione sia nel derby di andata, sia nel derby di ritorno, in cui i demeriti rossoneri sono stati prevalenti sui meriti nerazzurri. Sul piano del gioco però, la questione non può essere ricondotta all’interno di categorie fisse e spesso vuote. Perché imputare a Gattuso di schierare un Milan che gioca troppo basso e che non ha il giusto atteggiamento offensivo, è un’accusa figlia di una serie incredibile di lacune nella valutazione dell’attuale organico rossonero.

Per alzare il baricentro di una squadra, è infatti necessario attaccare la palla alta. Nel Milan di Ancelotti il giocatore chiave, deputato a portare sù la squadra era proprio Rino Gattuso che aveva dentro di sé i tempi del pressing. Nel Milan attuale, il giocatore che dovrebbe farlo, Kessiè, non ha queste caratteristiche. Centrocampista più pulito del Rino giocatore nei tocchi e nella protezione della palla, ma meno carismatico e poco trascinatore. Peraltro, se anche Kessiè avesse queste caratteristiche, il Milan ha limiti strutturali che rendono precaria la sua situazione di campo ogni volta che la squadra perde compattezza. Non è un caso che Gattuso consideri un male assoluto quei momento in cui la squadra perde le distanze fra i reparti, con conseguenze spesso mortifere per la porta rossonera.

Il Milan non ha un centrale forte in velocità sui 30 metri ed i due centrali titolari (Musacchio e Romagnoli) sono bravi in un calcio di sistema ma, per caratteristiche, non amano uscire per prendere alto un giocatore fra le linee. Non a caso, quando il Milan si trova contro un giocatore che gioca verticale fra gli spazi (Saponara, Vecino), va in difficoltà perché sfugge al radar della sua difesa. Vero è che il Milan un centrale molto rapido in organico lo ha ed è Cristian Zapata. Il colombiano però è un giocatore con tanti limiti sia tecnici, sia caratteriali (negli anni è stato subissato di critiche e contestazioni per sbavature e disattenzioni clamorose) ed ha un difetto che porta spesso Gattuso a preferirgli Musacchio.

Zapata, infatti, non è un play difensivo ed una squadra che tiene Bakayoko davanti alla difesa (ossia un mediano che non gioca mai in verticale e che non sa imbucare) ha la necessità di avere due difensori centrali bravi quando hanno la palla fra i piedi. Il rischio, altrimenti, è quello di essere troppo pressabili in fase di uscita della palla. Vi è, inoltre, un’altra questione estremamente sottovalutata che impedisce al Milan di esprimere un calcio offensivo di livello ed è relativa al suo attacco. La composizione del suo reparto offensivo è unica nel panorama europeo: nei fatti la squadra rossonera è l’unica che gioca un 4-3-3 senza schierare ali pure.

Suso e Calhanoglu sono registi di fascia che raramente creano la superiorità numerica saltando l’uomo. Lo spagnolo determina tecnicamente quando è in condizione, ma lo fa sempre nella stessa mattonella di campo; il turco invece è un buon palleggiatore che non tenta quasi mai l’uno contro uno ed a sinistra è un adattato. In panchina le alternativeesprimono dedizione, non valori tecnici superiori.

Ad oggi, Gattuso si vede peraltro preclusa la possibilità di giocare col doppio centravanti. Sia Piatek e sia Cutrone sono due giocatori d’area. Sanno muoversi egregiamente all’interno dei sedici metri, ma nessuno dei due ha le caratteristiche per fare la seconda punta e quindi di saper giocare in funzione dei movimenti dell’altro. Possono giocare insieme in situazioni emergenziali (come è avvenuto nel secondo tempo del derby in cui il Milan è stato generoso, ma estremamente svagato e privo delle sue certezze), non in un contesto strutturale, dato che la squadra non si può permettere di perdere due giocatori in fase di costruzione del gioco.

Con queste contraddizioni e questi limiti di struttura, imputare all’allenatore del Milan poco coraggio e la mancanza di un gioco offensivo, appare una contestazione figlia del desiderio più che delle analisi. Il gioco, in una squadra, dipende molto dagli interpreti. Nessuno per esempio, fa notare che senza l’apporto fondamentale di Jack Bonaventura, la fase di uscita della palla del Milan ha perso qualità ed efficacia perché manca un giocatore bravo a proteggere la palla sulla salita dei terzini. La critica all’allenatore è spesso la più facile perché più rapida e più comoda. Spesso però è l’occhio che guarda il dito, ma che non riesce a vedere la luna.

Sia consentita, semmai, una piccola chiosa. L’aggettivo “illuminato”, usato sopra per descrivere il Gattuso calciatore, sporadicamente lo si è notato nel suo percorso di allenatore. In quest’aspetto Rino può e deve fare un grande salto mentale, perché deve essere bravo ad andare oltre la preparazione semplice di certe partite. Deve essere abile nel superare la gestione corretta e perfettina dell’ordinario, per acquisire quella visione illuminata che l’allenatore del Milan deve avere e, per certi aspetti, non può permettersi di non possedere. Deve farlo nelle dichiarazioni, nel linguaggio del corpo, in alcune sfumature di campo ed in certe letture del gioco.

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