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Il secondo padre di tutti: “Aho…”, ecco tutta l’umanità e le storie di Carletto Mazzone!

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Raccontare Mazzone...non ci si annoia mai....

Redazione DDD

Lo scorso 19 marzo Carletto Mazzonme ha compiuto 18 anni. I "suoi" ragazzi non lo dimenticheranno mai. Ecco tutte le testimonianze. Alessandro Calori: “Sono stato tre anni con Mazzone,Il mister si definiva una brava persona ed a modo suo diceva sempre la verità. Il suo lato simpatico era sotto gli occhi di tutti e mi viene in mente un episodio in particolare. Una volta dovevamo giocare a Lecce e Mazzone stava scendendo le scale con una gamba sola, mentre saltellava. Io che mi trovavo dietro di lui, chiesi: “Mister, ma cosa sta facendo? E lui: Ahò, non te li fai mai li c×××  tua?? “Ricordo anche il martedì, durante la riunione tecnica, le sue sfuriate nei confronti di chi aveva sbagliato durante la partita. Diciamo che a chi toccava si doveva fare il segno della croce, perché il mister sentenziava in maniera diretta e senza giri di parole. Nella partita tra il Perugia e Juventus, la gara nella quale segnai e feci vincere lo scudetto alla Lazio, ricordo che Mazzone fece un’intervista nel post partita nella quale disse: “Ahò per fare vincere il campionato ai laziali, ci voleva il romanista”.

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Alessandro Melli a FootballNews24: Ho avuto Mazzone per un solo anno a Perugia. Quello fu un campionato particolare, diventato storico, perché vincemmo con la Juventus e permettemmo alla Lazio di vincere lo scudetto. Il mister è una persona diretta, schietta e molto sincera, uno di quelli: pane al pane e vino al vino; quello che doveva dire lo diceva, diciamo che non aveva molti filtri. Ricorderò sempre di lui un episodio accaduto nel prepartita di quel Perugia-JuventusEravamo in ritiro la domenica mattina ed un politico, pseudo parente dell’allora compagna del presidente Gauccisi permise durante il post pranzo di dire a Mazzone di stare attento, perché buona parte dei giocatori si vendeva le partite. Il mister in quel momento si trovava al bar e ricordo che divenne nero dalla rabbia; iniziò a spingerlo lontano e urlò che i venduti erano le persone come lui. Tutti noi calciatori apprezzammo tantissimo quel gesto, perché oltre a difenderci aveva protetto la nostra categoria. Fu strano vedere un omone del genere spingere ed urlare in faccia ad un semi sconosciuto, ma per noi fu una cosa molto gradita”.

Fabio Rossitto: Mazzone arrivò a Napoli ed il suo percorso durò solamente un mese. Durante quel pochissimo tempo ebbi la possibilità di conoscere un tipo di persona che purtroppo nel calcio d’oggi non esiste più. Si trattava di un uomo puro che sapeva entrarti dentro. Mi rimase impresso, durante il ritiro, che non voleva che uscissimo dalle camere per andare a fare colazione. Solitamente era il contrario, tutti gli allenatori davano degli orari e volevano che la colazione si facesse tutti insieme. Invece lui ci diceva sempre che non ci dovevamo stancare, perché poi in campo avremmo dovuto dare tutto. Il messaggio velato era che voleva che stessimo bene e voleva darci la massima importanza. Per questo esempio, e per tanti altri, la gestione del giocatore era eccezionale. Lui in questo modo ci insegnò che la cosa importante era saper prendere a livello mentale i ragazzi, era un vero e proprio maestro. Mi ricordo anche che prima della gara passava nello spogliatoio con le maglie e le dava lui personalmente in mano ad ognuno di noi; ogni volta ci diceva sempre: “Tieni, riportamela sudata!. Devo dire che ho visto fare delle cose a lui che non è mai più capitato di rivedere”.

Fabio Petruzzi: “Il mister per me è stato un secondo padre, una persona importantissima che mi ha fatto crescere come calciatore, ma soprattutto umanamente. Una persona splendida, meravigliosa che dall’esterno può sembrare tosta e dura. Un uomo schietto e sincero che diceva in faccia tutto quanto e nel mondo di oggi non è facile; io con lui inizialmente ebbi anche degli scontri. Nel 1994 rientravo a Roma dall’Udinese e fisicamente ero a pezzi, perché avevo avuto l’ernia del disco e proprio per questo motivo ad Udine avevo giocato poco e niente. Tornando a Roma trovai Mazzone e d’impatto mi mise soggezione, più che altro perché lo vedevo come un sergente di ferro. Andammo in ritiro e, dopo aver effettuato alcuni test, ci divise in gruppi in base alle condizioni fisiche. Io ovviamente venni inserito nell’ultimo gruppo, quello con i portieri, proprio perché fisicamente stavo a pezzi, il mister mi spronava anche con parole forti ed all’epoca, a causa della mia giovane età, lo vedevo come un qualcosa che mi poteva far male. Oggi, a distanza di anni, non posso che ringraziarlo, perché ho capito che voleva spingermi con decisione a tirar fuori caratterialmente quel qualcosa in più. Tornando in città, dopo il ritiro, non sapevo ancora se sarei rimasto oppure se sarei andato a giocare in Serie B o C. Roma dovevamo fare l’amichevole per la presentazione della squadra all’Olimpico con il Valencia. Un dirigente mi disse che Mazzone aveva parlato bene di me e che mi avrebbe voluto giudicare durante la partita. Ebbi la comunicazione che avrei cominciato dalla panchina e di conseguenza dissi a Totti di andare ad allenarci nello stanzino dello stadio, nel quale si poteva giocare anche a calcio tennis. Solitamente ricordo che chi non partiva dall’inizio scendeva di sotto e andava a riscaldarsi in quel modo. La sfortuna volle che appoggiando il piede a terra si girò la caviglia e mi feci male“.

“Andai dal medico Alicicco e gli dissi che non ce la facevo nemmeno a mettere lo scarpino e lui mi disse di non dire niente e di andare in campo. Nel frattempo arrivò Mazzone e chiese cosa stesse accadendo. A quel punto il medico gli disse che mi ero fatto male alla caviglia giocando a calcio tennis e lui si arrabbiò di brutto; dalla sua bocca uscì di tutto e di più. Devo ammettere però che da quel momento cambiò tutto e tra noi si instaurò un rapporto di ammirazione e stima reciproca. Dopo circa un mese da quell’episodio stavo per firmare per l’Avellino, visto che i titolari erano AnnoniLanna ed Aldair e si giocava con la difesa a 3. Improvvisamente si fece male Annoni ed il mister mi diede la chance all’Olimpico per Roma-Cagliari, gara in posticipo serale ai tempi su Telepiù. Mi ricordo che Mazzone venne da me, mi diede la maglia numero quattro e mi disse: “Io non faccio il lattaro, se ti do la maglia significa che ci puoi stare. Da quel momento iniziò la mia carriera, feci un’ottima gara e da lì giocai sempre. Alla fine dell’anno arrivò anche la convocazione da parte di Sacchi in nazionale. Tutto questo racconto è per ringraziare Mazzone, perché è grazie a lui se ho avuto la carriera che ho fatto. Ho un’ammirazione immensa per questo uomo, gli voglio bene, come voglio bene alla moglie; sono persone splendide. Quando lui andò a Brescia mi chiamò, io in quel periodo avevo ancora due anni di contratto con la Roma, ma avevo problemi con Capello. Non esitai un attimo anche se sapevo di lasciare la Roma, la mia città e la famiglia”.

Francesco Moriero: Mazzone quando venne a Lecce mi fece esordire in Coppa italia contro la Juventus. Io facevo parte della Primavera e ricordo che quella partita si giocava a Ferragosto. Ero al mare ed a ridosso della gara si fece male un giocatore. Il mister mi convocò in fretta e furia e andai in ritiro pensando al massimo di poter andare in panchina. Incontrai Mazzone per la prima volta in albergo vicino all’ascensore e sinceramente mi fece impressione per lo sguardo intenso che aveva. Il mister mi vide intimorito e mi disse: “A ragazzì sei emozionato? No mister, perché dovrei esserlo?“, pensando appunto di andare solamente in panchina. E lui: “Tanto non me ne frega un c×××, oggi giochi. Questo fu il mio primo impatto con Mazzone, da quel giorno mi diede la maglia e non l’ho più tolta. Mi ricordo anche il mio primo gol al Via del Mare contro il Messina in Serie B. Quella gara non dovevo assolutamente giocarla, perché il sabato in ritiro avevo avuto un attacco di appendicite. Ricordo che mi portarono all’ospedale con il dottore Palaia e tornai in albergo durante la notte. Mazzone il giorno dopo, durante il pranzo mentre lo guardavo per cercare di attirare la sua attenzione, mi disse: “Non mi guardare, perché stai male e non giochi”. A quel punto io risposi: “Se mi fa giocare faccio gol”, e così fu, segnai e lo andai ad abbracciare. Da quella volta ad ogni mio gol, sia a Lecce che a Cagliari, lo andavo ad abbracciare e questo successe anche con l’Atalanta per il mio primo gol in Serie A“.

“Per me Mazzone è stato un padre, mi portò anche in ritiro insieme a lui in Serie B. Stavamo in albergo da soli, io avevo 17 anni e mi insegnò a vivere da professionista. Facevamo colazione, pranzo e cena insieme ed alle 21 dovevo andare a letto. Il mister mi volle anche a Cagliari e mi ricordo che Cellino mi voleva fare il contratto a 5 milioni di lire a gol, però Mazzone glielo vietò dicendo: “ No presidente, glielo faccia ad assist, altrimenti questo tira sempre in porta”. Il risultato fu che quell’anno feci 22 assist. Ho avuto Mazzone per sei anni ed ho tanti episodi che mi legano a lui. Ricordo anche a Roma per esempio che prendeva le magliette e le dava in mano e quando arrivava il mio turno, dandomi la numero sette, mi diceva sempre: “Ahò, ricordati chi ha avuto sta maglia (Bruno Conti) e vedi quello che devi fare”.

Gennaro Ruotolo: Ho avuto Mazzone solamente pochi mesi a Livorno. Fin da subito, nonostante fosse subentrato, è riuscito a mettere nelle condizioni migliori la squadra, soprattutto a livello mentale. Ha messo a disposizione la sua esperienza, il suo modo di fare, di lavorare e di agire. Non abbiamo avuto molto tempo per stare insieme, ma ho potuto conoscere una persona straordinaria, che cercava il dialogo dando tanta importanza all’aspetto umano. Il suo modo di parlare e di porsi era molto piacevole. Mi ricordo che Mazzone dava molto spazio anche ai suoi collaboratori, soprattutto al suo vice Scarafoni. Molte volte lasciava dirigere l’allenamento a loro, dando spazio ed importanza a tutti quanti. A volte era come se volesse mettersi in disparte, però ripeto che a livello umano metteva tutti nelle condizioni migliori per fare bene a calcio”.

Luigi Garzya: Se ho fatto e continuo a fare questo lavoro è grazie a lui. Il vero allenatore che mi ha lanciato a Lecce è stato Carlo, che poi ho ritrovato anche a Roma; ricordo che prima di lui c’era Carlos Bianchi ed ebbi la fortuna di riaverlo nel mio ultimo anno a RomaMazzone era una persona buona ed è stato il primo allenatore al quale ho visto fare i regali di Natale sia ai giocatori che alle rispettive mogli, l’unico nella mia carriera, si trattava di un vero signore. Mi ha insegnato molto, dallo stare in campo, alla concentrazione, a volte anche in maniera brusca, perché era il suo modo, si incazzava tanto, era sanguigno. Le cose le diceva in faccia e nell’ambito calcistico non è così scontato. Mazzone è stato quello più preparato in assoluto“.

Massimiliano Esposito: Ho avuto il mister sia a Perugia che a Brescia, mentre a Napoli non ci siamo incrociati. Lui è sempre stato un allenatore di grandi valori umani, quelli che purtroppo mancano oggi. Per me è stato un maestro e lo porto sempre come esempio; Mazzone è un tecnico sempre attuale ed alla moda. A noi calciatori ci diceva sempre: “Se avete un problema ditemelo che lo risolviamo insieme, se non parlate significa che non ci sono problemi”. Fuori dal campo ci lasciava liberi, perché sapeva che aveva a che fare con uomini veri, però in campo voleva il massimo. Ricordo la storia con i cani che è diventata una sorta di barzelletta“.

“Solitamente al Brescia, nel campo dove ci allenavamo, alcuni miei ex compagni portavano i loro cani; uno di questi per esempio era il grande Vittorio Mero. Un giorno un mio compagno portò il cane al campo d’allenamento e Mazzone disse: “Ahò, di chi è sto cane, mica siamo al canile, portatelo via”. Quel giorno in campo non c’era Roberto Baggio che dunque non vide la scena. Roby, nemmeno a farlo apposta il giorno dopo, portò i suoi due cani da caccia ed accadde la stessa scena. Mazzone direttamente dalla scalinata della tribuna disse: “Ahò, ma che me state a prende per il culo? Di chi sono sti cani? Qualcuno disse: “Mister, sono di Baggio, e la sua risposta fu: “Ah, se sono di Roby famoli giocà, damoje du biscottini”.

Massimo Paganin: Ho avuto Mazzone a Bologna e quella fu una stagione importante nella quale raggiungemmo la semifinale di Coppa Italiae quella di Coppa Uefa. Sempre in quella stagione, grazie alla vittoria nello spareggio con l’Inter, abbiamo raggiunto anche la qualificazione alla Coppa Uefa. Il mister fece molto bene e fu bravissimo perché arrivò subito dopo Renzo Ulivieri e fu eccezionale nella gestione del gruppo, riuscendo ad amalgamare bene la squadra. Nel primo anno attorno al suo nome c’era molto scetticismo, ma lui è stato bravo a gestire il gruppo, riuscendo a far in modo che i giocatori fossero liberi di pensare autonomamente e di poter crescere. Io durante i primi mesi mi feci male, fu un infortunio importante all’adduttore ed agli obliqui degli addominali, che mi tenne fermo per tre mesi e mezzo”.

Igor Protti: Ho avuto Mazzone solamente un mese come allenatore. Mi ricordo che uno dei suoi motti era:  difensore scivoloso, difensore pericoloso. Lui infatti quando vedeva il difensore entrare in scivolata si arrabbiava, perché era sempre a rischio fallo da rigore. Un’altra cosa che mi ricordo fu appena arrivò, che giocammo a Roma contro la Lazio in Coppa Italia. All’epoca non c’era l’area tecnica e quindi l’allenatore si poteva muovere liberamente. Io, ogni volta che mi giravo verso la panchina, lo trovavo ovunque, avrà fatto dieci chilometri. Mi ricordo che perdemmo ed il giorno dopo ci disse: “A regà, mo basta scherzà, io ieri stavo al quaranta%“. Proprio perché come ti dicevo aveva fatto un sacco di chilometri ed era in grado anche di farne di più”.

Pietro Paolo Virdis: Ho conosciuto Mazzone a Lecce, avevo già 32 anni e quindi non ho potuto dare il meglio di me a Carletto. Nonostante questo è stata una bella esperienza ed un bell’incontro, ci siamo subito capiti. Con lui si lavorava molto bene, in maniera rilassata e diciamo che era capace di stimolare nella maniera giusta anche un 32enne come me. Io l’ho avuto un anno, ci siamo salvati e fu una bella stagione. Ricordo che l’anno successivo arrivò Boniek e retrocedemmo. Sia io che Mazzone eravamo molto competitivi, quindi una volta capitò di avere una discussione animata, però poi ci siamo subito chiariti. Quel suo Lecce era una squadra che giocava in maniera offensiva, con due punte (Pasculli e Paciocco) più l’argentino Barbas che era un regista-trequartista e qualche giovane tipo Francesco Moriero; giocavamo assolutamente per creare calcio”.

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