UN PROVVEDIMENTO INSENSATO

Decreto Crescita addio

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Quelli che esultano sono gli stessi che non vogliono uno stadio di proprietà per vetero-ambientalismo, gli stessi che si sono strappati le vesti per la SuperLega per aumentare i ricavi. Magari gli stessi che poi pretendono anche il mercato dei...
Redazione Derby Derby Derby

di Max Bambara -

I politici italiani, da destra a sinistra, sono quasi tutti affetti da una strana sindrome populista e demagogica in base alla quale devono aumentare la tassazione sui ricchi o su quelli che sono percepiti come tali e si sentono in obbligo di tagliare tutte quelle agevolazioni fiscali che possono favorire settori che vengono ritenuti, a torto, come munifici. In proposito, l’esempio della cancellazione della normativa prevista nel Decreto Crescita, una delle pochissime leggi intelligenti partorite dal legislatore negli ultimi anni, è senza dubbio emblematico. Questa legge non era nata per favorire il calcio, ma portava con sé un obiettivo fondamentale: favorire il rientro dei “cervelli” in Italia, di tutti quei grandi professionisti e quei ricercatori che si trovavo all’estero e che potevano avere convenienza a rientrare sul territorio nazionale perché, grazie a quanto previsto dal DC, a parità di compenso lordo, la retribuzione netta era più alta e, pertanto, maggiormente conveniente.

I dirigenti delle principali squadre della Serie A, sin dall’estate del 2019, hanno sfruttato questa norma per offrire stipendi migliori a potenziali campioni (sui top player rimaneva l’handicap di sistema) come per esempio Rafael Leao, Theo Hernandez, Hakimi e tanti altri

In questo quinquennio la Serie A non è diventata il campionato migliore del mondo come accadeva negli anni 90 e negli anni 2000 ma, grazie a questa norma, è riuscita ad alzare il proprio livello. Le squadre italiane in Europa hanno ottenuto risultati migliori rispetto al quinquennio precedente, arrivando a disputare cinque finali europee (due di Conference League, due di Europa League ed una di Champions League). Il calcio italiano, nel 2023, si è anche potuto gustare due derby di Champions League prima ai quarti di finale e poi in semifinale. Inoltre, se oggi l’Italia ha la possibilità di portare 5 squadre in Champions League nella prossima stagione, lo deve proprio al cammino europeo delle squadre italiane che ha portato il nostro paese ad un balzo considerevole sul piano del ranking europeo. Il Governo ieri, con un colpo di spugna dai tratti alquanto demagogici, ha cancellato una norma importante con l’idea di poter avere più incassi e di poter tutelare il cosiddetto made in Italy. Due follie o meglio due sesquipedali sciocchezze. L’indotto del calcio dal punto di vista delle tasse dipende infatti dai risultati dei club. Se essi saranno minori, lo Stato incasserà di meno. Il made in Italy poi non andrebbe tutelato perché gli italiani bravi, se meritano, giocano e non hanno necessità di una particolare tutela.

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Il Governo di questo paese, quasi del tutto privo di cultura liberale, ha approvato un provvedimento che può affossare definitivamente il calcio italiano, compresso nella morsa fra una tassazione che gli impedisce di essere concorrenziale in Europa (l’IRAP ad esempio è una tassa che le imprese pagano soltanto in Italia) e una legislazione primitiva, quasi ancestrale, che sfavorisce quei club che vorrebbe investire nelle infrastrutture, penalizzando chiunque provi a costruirsi uno stadio di proprietà. Più che un provvedimento la cancellazione del Decreto Crescita appare quasi un colpo di accetta tremendo alle speranze e alle ambizioni dei club italiani. Quelli che esultano per l’abolizione del Decreto Crescita sono gli stessi che festeggianno per il vincolo culturale su San Siro, gli stessi che non vogliono che un club si costruisca uno stadio di proprietà per ragioni vetero-ambientaliste. Ma sono anche gli stessi che si sono strappati le vesti due anni fa dinanzi alla possibile creazione di una SuperLega per aumentare i ricavi dei club. Vivono in un mondo ovattato in cui i soldi, vivaddio, crescono sugli alberi. La realtà, purtroppo per loro, è vagamente diversa. Ed è la stessa realtà con la quale, dal 1° gennaio 2024, dovranno loro malgrado confrontarsi tutti i club italiani. Quelli che esultano abbiano almeno la decenza di non pretendere investimenti o grandi giocatori in pompa magna. Tutti i provvedimenti che vengono presi per grattare la pancia al paese finiscono per essere più deleteri di un uragano.

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