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C’è un pensiero che attraversa Marassi come un’eco malinconica, ogni volta che la Sampdoria scende in campo negli ultimi anni: questa non era la nostra destinazione. Non rabbia, non sorpresa. Piuttosto una forma di incredulità lenta, quasi educata, tipica di chi ha conosciuto la grandezza e ora osserva il proprio riflesso sbiadire stagione dopo stagione.
La Sampdoria non è solo una squadra decaduta. È una grande che ha conosciuto il vertice senza mai appartenere all’élite per diritto di nascita. E forse proprio per questo la sua caduta fa più rumore.
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, la Sampdoria diventa una favola concreta.Sotto la presidenza illuminata di Paolo Mantovani, il club costruisce una squadra che non vive di miracoli estemporanei, ma di progetto, identità e bellezza calcistica.
In campo ci sono uomini che diventeranno simboli: Vialli e Mancini, un’amicizia trasformata in arte; Pagliuca, Vierchowod, Mannini, una struttura solida che permette al talento di respirare.La stagione 1990-91 non è solo uno Scudetto: è una dichiarazione d’esistenza. La Sampdoria è campione d’Italia, davanti a club più ricchi, più potenti, abituati a vincere.
L’anno dopo arriva Wembley. La finale di Coppa dei Campioni persa contro il Barcellona non cancella nulla: semmai cristallizza tutto. La Samp non è un intruso. È una protagonista tragica, elegante anche nella sconfitta.
Il tempo passa, Mantovani non c’è più, e il club attraversa anni di assestamento. Poi, all’improvviso, un’altra scintilla: Cassano e Pazzini. Non è la Samp dello Scudetto, ma è una Samp che torna a far innamorare. Cassano è genio e caos, Pazzini è precisione e istinto. Insieme riportano il pubblico a sognare.
Con Delneri in panchina, nel 2009-10 la Sampdoria chiude quarta in Serie A, sfiorando l’accesso alla Champions League. Ancora una volta, contro ogni pronostico. Ma è un equilibrio fragile. Quando i due se ne vanno, non resta una struttura pronta a reggere l’urto.
Il vero crollo della Sampdoria non arriva con un singolo tonfo, ma con un’erosione lenta e costante, quasi impercettibile. Dopo gli ultimi lampi sportivi, il club entra in una fase di instabilità cronica, dove il problema non è più il campo, ma ciò che lo circonda. Le presidenze che si succedono faticano a garantire continuità: idee spesso contraddittorie, cambi di allenatori frequenti, strategie di mercato orientate più alla sopravvivenza immediata che a una visione di lungo periodo.
Con l’era di Massimo Ferrero (che subentra alla famiglia Garrone), iniziata nel 2014, la Sampdoria vive una gestione caratterizzata da forte esposizione mediatica ma da fondamenta economiche fragili. I bilanci diventano progressivamente più tesi, la sostenibilità finanziaria si regge su plusvalenze e cessioni necessarie, mentre la struttura societaria perde solidità. Le difficoltà giudiziarie e personali del presidente finiscono per riflettersi sul club, generando un clima di incertezza permanente che mina credibilità e programmazione.
A tutto questo si aggiunge l’assenza di investimenti strutturali: settore giovanile, infrastrutture, area tecnica vengono spesso sacrificati sull’altare dell’urgenza. La Sampdoria resta competitiva solo a tratti, galleggia tra salvezze affannose e stagioni anonime, ma smette progressivamente di costruire. Quando la proprietà cambia, il passaggio avviene in un contesto già compromesso, con debiti, scadenze e una macchina societaria indebolita.
Così il declino non ha il volto di una disfatta improvvisa, ma quello più crudele della normalità: una squadra che perde ambizione prima ancora che risultati, che scende di livello senza accorgersene.
La stagione 2024-25 rappresenta il punto più basso. Sul campo, la Sampdoria chiude il campionato di Serie B in una posizione che normalmente significherebbe retrocessione diretta in Serie C. Sarebbe stato un evento storico, traumatico: la prima volta in terza serie in oltre settant’anni.
Per settimane, il club è sospeso sull’orlo del precipizio. Poi interviene il caos del calcio italiano: la penalizzazione inflitta al Brescia riscrive la classifica. La Sampdoria non retrocede, ma viene ammessa ai playout salvezza con la Salernitana
Li vince. Resta in Serie B. Ma sarebbe un errore raccontarla come una salvezza liberatoria.Perché la scorsa stagione ha lasciato una certezza: la Sampdoria non è più lontana dall’abisso. Lo ha guardato negli occhi. E ci è arrivata non per un episodio isolato, ma per anni di fragilità accumulate.
È quello che ci chiediamo tutti. Quanti anni dovranno trascorrere per rivedere nel calcio che conta la Sampdoria? Ad oggi la squadra di Massimo Gregucci, subentrato dopo l'ottava giornata a Massimo Donati, occupa la terzultima posizione a quota 17 punti, insieme a Bari e Mantova. La navigazione non è cambiata più di tanto, l'abisso resta qualcosa di concreto. Il derby ligure in programma venerdì con l'Entella è a tutti gli effetti uno scontro diretto, chi vince può allungare (gli ospiti hanno due punti in più) o scavalcare (la Samp) l'avversario. Al campo l'ardua sentenza.
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