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di Redazione Derby Derby Derby

di Max Bambara – Il calcio è anche e soprattutto emozione. Lo sanno bene i tifosi rossoneri che spesso quando rievocano il passato dei gloriosi fasti, non si limitano a parlare delle vittorie ottenute dal Milan di Sacchi, di Capello e di Ancelotti. I milanisti vanno oltre, esaltando oltremodo le gesta di quei giocatori che, nel corso degli anni, hanno solleticato ed appagato il loro gusto estetico, con la fantasia e con quella genialità che non si può spiegare con le parole. Va vissuta per poterla capire appieno. La componente emozionale del gioco d’altronde, esaltata dal talento dei protagonisti in campo, non può che essere pertanto una molla fondamentale nel modo di vedere il calcio e di apprezzarne i contenuti, al di là del semplice risultato numerico. Se il calcio fosse semplicemente una somma vuota di risultati, di classifiche edi albi d’oro, probabilmente oggi parleremmo di uno sport con una minore eco fra i popoli e con un proscenio planetario non paragonabile a quello attuale. Questo preambolo iniziale è utile e propedeutico al fine di introdurre un nome che, nel tempo, potrebbe diventare un vero e proprio tema sacro per il Milan (almeno questa è la speranza non solo di chi sanguina in rossonero, ma anche di tutti gli amanti del bel calcio). Stiamo parlando di Lucas Tolentino Coelho de Lima, più semplicemente Paquetà. All’inizio per i milanisti c’era la forte curiosità di vederlo giocare, per farsi un’idea piena del giocatore e delle sue caratteristiche principali. Certo, c’erano le immagini che provenivano dal Brasile e, ad ottobre, più di qualcuno ha sacrificato ore di sonno per guardare qualche partita del Flamengo, al solo scopo di rendersi conto di chi stava arrivando ad indossare la maglia del Milan. Le sensazioni autunnali erano più che positive. Si vedeva subito che il ragazzo aveva un talento che non ha bisogno di presentazioni per quanto è naturale e che quel sinistro cantava poesie non semplici da recitare per i comuni mortali. Tuttavia, come sempre avviene in questi casi, permanevano due dubbi più che legittimi, inerenti l’ambientamento del giocatore in Italia e soprattutto il peso che la maglia del Milan poteva avere sulle sue spalle. Volgarmente parlando ed andando subito al sodo, nei bar milanisti di tutta Italia e nel cuore dei social traboccanti milanismo, la domanda più frequente che albergava fra i tifosi rossoneri era questa: “Paquetà è già pronto?” Certamente, si pensava, se Leonardo ha optato per un investimento così importante sul piano della spesa, dovrà aver avuto certe garanzie sul giocatore. E, poi, si sa che il dirigente brasiliano su certi giocatori ha sempre avuto buon occhio ed ottimo fiuto. Tutto corretto e, razionalmente, incontestabile. Qualche dubbio però ti permane sempre fino a quando un giocatore giovane non lo vedi con la tua maglia: fin da bambini, i tifosi, avvertono questa necessità. Qualche esperto di psicologia applicata allo sport potrebbe chiamarla“rassicurazione emotiva”. La rassicurazione emotiva in questo caso, è però andata così oltre ogni più rosea aspettativa. E lo ha fatto nonostante il ragazzo venuto dal Brasile non abbia ancora segnato con la maglia rossonera. Quando accadrà, sarà un momento speciale, in cui la magia di miscelerà alla gioia. Paquetà quindi ha stupito ed entusiasmato molti milanisti perché è riuscito, in sole tre partite, a toccare corde dell’animo rossonero che non erano più sfiorate da tantissimo tempo. Sono le corde dell’emozione pura, che si lascia andare alla gioia solo per il gusto di una giocata, di un tocco sopraffino, di una carezza al pallone. Sono le classiche sensazioni che ti fanno andare ai primordi del calcio, uno sport che ti rapisce fin da bambino non certo per gli almanacchi o per i risultati; lo fa invece per i gesti e per quel fascino della scoperta che mai si sopisce nel tifoso. Amare una squadra di calcio è una sorta di assicurazione sull’esistenza. Qualsiasi cosa accada nella tua vita, puoi star certo che quel lato fanciullesco e genuino di te che, in fondo, non vorresti mai perdere, rimarrà sempre vivo. Ed in quell’impriting infantile c’è praticamente tutto. Negli ultimi anni rossoneri, ai milanisti non sono mancati tanto il successo o i cicli vincenti. La vittoria fine a sé stessa, da sempre, l’abbiamo lasciata agli juventini che, rispetto a noi, costruiscono la loro storia moderna sulla cessione di Zidane e su uno schema di gioco ferreo, ordinato, ma senza guizzi di follia (il 4-4-2). Loro si sentono legittimamente più rappresentati da Nedved piuttosto che da Zidane. Contano le vittorie, si dimenticano finanche di pesarle perché per loro il mantra di Boniperti è indiscutibile. “Vincere è l’unica cosa che conta”. Il come vinci non è pensiero che li ha mai sfiorati. Il Milan no, perchè i milanisti non ne sono capaci. L’ultima grande storia sportiva rossonera nasce con l’arrivo di Kakà in una squadra che aveva già Rivaldo e Rui Costa. L’ultimo tentativo andato male di riaprire un ciclo nasce col Milan che va a prendere Ronaldinho e non un giocatore più funzionale alla squadra dell’epoca. Nella storia del Milan c’è tutto questo: l’emozione ed il talento come bussole meravigliose della vita dei milanisti. Kakà negli anni scorsi è stato l’interprete magistrale di questo modo di essere, di quella predisposizione dell’anima rossonera a vivere le stagioni sapendo di poter sognare e di poter vincere stupendo. Paquetà ha le stimmate di tutto questo. Lo avverti subito dal modo in cui sta in campo, dalla sensibilità con cui tocca il pallone e dosa i passaggi per i compagni. Lo percepisci dal suo pensare prima di ricevere la palla e da quell’armonia fra mente e corpo che ne asseconda i movimenti, le giocate, gli assist illuminanti. Averlo al Milan, automaticamente, ci sta restituendo sensazioni antiche che apparivano sopite ma che, dentro di noi, conoscevamo bene ed avevamo voglia di rivivere. Ed è bello dirlo ora, che non abbiamo vinto nulla e che siamo in lotta per il quarto posto. I rossoneri, d’altronde, la storia la vogliono costruirla partendo da cosa sono: Lucas Tolentino Coelho de Lima, in arte Paqueta, incarna appieno la magia dei momenti più belli del Milan. Dà forza perché ci rappresenta e perché ha già toccate le corde più pertinenti del nostro modo di essere. C’era un po’ di polvere su quelle corde, ma le sensazioni sono state comunque bellissime.

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