Il lancio del tombino? Avevo perso le lenti, ma non sono un mostro: derby Parma-Reggiana 2017, ecco cosa è successo

Il lancio del tombino? Avevo perso le lenti, ma non sono un mostro: derby Parma-Reggiana 2017, ecco cosa è successo

Il racconto di Alessandro Occhinegro, 31 anni, dopo i disordini del derby Parma-Reggiana del maggio 2017

di Redazione DDD

di Mauro Suma –

Ci vuol poco a sbattere il mostro in prima pagina, non costa niente e fa click. Soprattutto quando ci sono disordini come quelli scoppiati durante il derby tra Parma e Reggiana del 7 maggio 2017. Le accuse sui tifosi, per quei fatti, sono pesanti: tentativo di sfondare a spallate le barriere per entrare sul campo del Tardini, tentativo reiterato con un tombino sradicato dal seminterrato del settore ospiti e lanciato contro gli addetti alla sicurezza, che cercavano di richiamarli all’ordine. Dai fatti alle cronache, come spesso accade in questi casi sommarie, molto crude. Leggiamo dalle notizie in breve del febbraio di quest’anno: “Al termine degli accertamenti, con l’accusa di violenza e minaccia aggravata è stato arrestato e recluso ai domiciliari venerdì mattina dagli uomini della Digos un tifoso granata di 31 anni, Alessandro Occhinegro”. Ma tu pensa, poi un po’ di sociologia a buon mercato e via con le prossime tre righe, avanti un altro.

Intanto però dietro quel dispaccio, dietro quelle tre righe sugli accertamenti, resta la vita, la storia, la sensibilità di una persona, di un professionista, di un uomo che non vuole, e che potrebbe non meritare di essere marchiato, segnato e additato dalla vita. E’ proprio con questo stato d’animo che Alessandro Occhinegro affida a Derbyderbyderby.it il suo stato d’animo di oggi e le sue verità: “Non sono un tifoso della Reggiana, ero stato invitato da quattro amici alla partita per trascorrere una domenica in compagnia. I miei ricordi di quella mattina iniziano con un gran mal di testa, un po’ per l’alcol consumato la sera e poi perchè usavo in maniera impropria le lenti a contatto in quel periodo. Poi all’interno di un bar sotto il portico del piazzale di Parma stavo consumando un caffè con un distinto signore reggiano, con il quale si chiacchierava di pallone”.

Tutto in pochi attimi, in una domenica piovosa con quel derby dell’Enza cruento e avvelenato: rumori di bottiglie rotte e petardi, il proprietario asiatico del bar che chiude il locale per paura con dentro gli avventori Occhinegro compreso, l’arrivo dei Carabinieri e la calma dopo il passaggio del corteo dei tifosi della Reggiana. Ma Alessandro e i suoi amici vengono comunque invitati dai militi a seguire un percorso di gruppo per lo stadio Tardini e a salire su un pullman dove i tifosi erano tutti pigiati fra loro. Davanti allo stadio, dove era in vigore il divieto di vendita di bevande alcoliche non si sa ancora oggi quanto rispettato soprattutto da alcuni venditori abusivi, la situazione si aggroviglia. Perchè Alessandro perde una lente a contatto, ordina e paga un panino ma non gli viene servito, ha fame, beve birra (alcolica?), mangia patatine con i soldi prestati da un amico e poi sta male.

E la partita? “Quel Parma-Reggiana non l’ho praticamente visto, per tutta la partita – racconta Alessandro a DDD – mi sono riparato dal diluvio, restando sotto la tribuna di fianco al bagno e al bar, avevo fatto lo steward a Modena e chiacchieravo con piacere con uno steward del Parma. Poi solo confusione in testa, ricordo sommariamente di aver partecipato ai movimenti per infrangere la vetrata, ma come un gioco ignorante, come uno stupido divertimento. Ero agitato e confuso, forse per via di quelle tre birre che non erano analcoliche e che analcoliche dovevano essere, forse a causa di sostanze stupefacenti assunte incolpevolmente, mi sento il reduce da una amnesia ma mi vedo con quel tombino in mano, ricordo che me ne volevo solo liberare senza far male a nessuno, non ho mai insultato gli stewards”.

Alessandro ha visto 2 partite della Reggiana in 8 anni, il massimo del suo sport è giocare a calcetto in settimana con amici avvocati, non è non si sente un ultrà. Le accuse piovutegli addosso dopo quella domenica non gli sono scivolate addosso, ma gli hanno provocato una depressione che si sta comunque risolvendo. Occhinegro non sa più cosa fare per chiedere scusa, “umilmente” ci tiene a precisare, per il lancio di quell’oggetto, per lo spavento procurato agli stewards, ma ci tiene a ricordare di essere figlio di un papà giudice e di una mamma dirigente amministrativo, di essere una persona tranquilla e di non aver mai voluto far male a nessuno. Non ricordava nulla di quella domenica e ha ricostruito frammenti, solo rivedendo i filmati. Quella domenica aveva perso la lente e non vedeva praticamente nulla. Il suo racconto ci ha portati dentro le pieghe di uno stadio e di un derby, in una domenica di confusione e violenza. Raccontata con le parole dal di dentro, non con le frasi fatte dei dispacci. Una verità che dovrà essere vagliata e verificata dalle istituzioni della giustizia, ma che induce ad ascoltare. E a non puntare il dito per partito preso contro un avvocato, contro un figlio, un ragazzo di 31 anni.

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