la mia battaglia civilta non andro gedda

di Redazione Derby Derby Derby

di Alessandra Di Legge – Essere juventina per me non è una normale passione ma un terremoto dell’anima.  Cerco di seguire le gare della mia squadra ovunque, anche all’estero e quasi sempre con amici perché gli altri componenti del mio nucleo familiare non hanno sangue bianconero. Mi sono sempre sentita a mio agio, anche grazie all’organizzazione impeccabile che la Juventus assicura anche nelle trasferte. La scorsa settimana ho ricevuto l’e-mail con le modalità di acquisto dei biglietti di Juventus-Milan, finale di Supercoppa italiana che si terrà, come noto, il prossimo 16 gennaio a Gedda, in Arabia Saudita. Ho iniziato a leggere e non volevo credere ai miei occhi. Per i soci erano stati riservati due settori: CAT 1 “LOWER SINGLES” al prezzo di 24 euro e CAT 1 “ UPPER FAMILIES” al costo di 12 euro ma la scelta non era libera. Una legenda in maiuscolo e ben sottolineata diceva: “ATTENZIONE, nel settore SINGLES è consentito solo l’accesso alle persone di SESSO MASCHILE, quindi vietato alle donne. Il Settore FAMILIES invece è misto quindi accessibile alle donne. Quante volte la parola, ‘donne’ era ripetuta, non dovevano esserci equivoci: per loro c’era solo un settore a disposizione. Mi è crollato il mondo addosso. La Lega Serie A, associazione regolata dal codice civile italiano che organizza la Supercoppa italiana, non consentiva a noi donne la libertà di scegliere dove acquistare il biglietto. Eppure al vertice della gerarchia delle fonti italiane c’è la Costituzione che all’art. 3 c.1 recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Una partita ufficiale del calcio italiano non può dare un calcio ai diritti delle donne faticosamente conquistati e certamente nessuno può piegarsi a regole che non ci appartengono. Immediatamente ho lanciato un tweet sull’argomento e, dopo un po’ ho ricevuto tante richieste di chiarimenti. Dopo il comunicato ufficiale della Lega di Serie A, è nato il caso in tutta la sua drammaticità. Il presidente della Lega stessa, Gaetano Miccichè ha dichiarato: “La nostra Supercoppa sarà ricordata dalla storia come la prima competizione ufficiale internazionale a cui le donne saudite potranno assistere dal vivo”. Presidente, non è così. Non si tratta di una gara internazionale, ma una partita ufficiale del calcio italiano che si tiene all’estero e sarà ricordata come la prima in cui non si rispetteranno i principi di uguaglianza della nostra Costituzione. Miccichè ha sottolineato che le donne non dovranno essere accompagnate fino allo stadio e questo è ancora più avvilente. Non riesco nemmeno ad immaginare un accompagnamento coattivo fino allo stadio King Abdullah Sports City. Ho pensato alle ventuno donne elette nell’Assemblea costituente, alle loro battaglie di civiltà e dignità e a tutti quelli che, terminata l’onda emotiva, torneranno a stracciarsi le vesti quando un allenatore dirà ad una donna arbitro: “Cambia lavoro, la domenica datti ai fornelli!” In queste ore stiamo assistendo a un’indignazione unanime ma non basta. La vicenda è stata gestita con leggerezza e il calcio, una delle prime industrie italiane, non può permettersi questa caduta di stile. Io non andrò a Gedda perché la mia dignità di donna viene prima della passione calcistica. Non ci andrò proprio per rispettare gli alti valori di civiltà che lo sport, in particolare quello più popolare, ha il potere di diffondere e che proprio nelle circostanze che oggi tocchiamo con mano nel caso della Supercoppa ci fanno capire quanto lo sport sia importante nella società, quanta responsabilità ci sia nel messaggio che fa circolare. Quanto, in sintesi, sia giusto che oggi si parli ovunque di un problema enorme che non possiamo più fingere di non vedere.

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