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Avanti, a tutto Ibra: dalle discussioni con José Mourinho ai campi del PSG, passando per l'infortunio al ginocchio, fino agli screzi con Pep Guardiola. "Una volta, gli ho parcheggiato la mia Ferrari davanti all'ufficio", ricorda ai microfoni di (in)Success of Champions colui che è considerato tra i più grandi attaccanti degli anni Duemila. In due parole, Zlatan Ibrahimovic.
"Voi parlate, io gioco". Così l'ex calciatore svedese bacchettava i giornalisti nel lontano 2008. Già all'epoca, sul web e sulla carta stampata fiorivano un numero incalcolabile di sue dichiarazioni, molto spesso acute, quasi sempre un po' spaccone, ma comunque irresistibili. Oggi, ospite del programma dell'allenatore croato Slaven Bilic, Ibra ha ricominciato a parlare (e a far parlare) di sé e della sua straordinaria carriera, rivelando debolezze e stuzzicando mostri sacri.
La vita in blaugrana è stata tutt'altro che comoda per l'ex top player di Malmö: "In quegli anni, il Barcellona era il massimo. Se il Barcellona ti cercava, tu ci andavi. Era il 2009, giocavo nell'Inter da tre anni, e avevo vinto tre Scudetti e due Supercoppe. Il Barça, quell'anno, aveva vinto la Champions League... Volevo una nuova sfida, così sono partito". Ma la corsa verso un nuovo traguardo non è mai in discesa.
"Prima di andare in Spagna, tutti dicevano che il mio carattere non andava bene per il Barcellona. Io ci sono andato lo stesso: avevano giocatori di altissimo livello, e volevo confrontarmi con loro, uscire dalla mia comfort zone. Ma l'ho fatto a caro prezzo", rivela Ibrahimovic. "Lì ho scoperto che a volte è meglio che un sogno rimanga nel cassetto. Non ero felice, non mi sentivo me stesso".
A guidare la squadra durante la stagione 2009/2010 era Pep Guardiola. Con lui, il braccio di ferro iniziò fin da subito: "Il primo giorno mi disse: guarda che qui i giocatori non vengono in Ferrari. E io ho pensato: cosa avrà voluto dire? A lui cosa cambia se vengo in Ferrari o no?". Questa frase non era proprio piaciuta all'ex giocatore, che ha tenuto a sottolinearne le conseguenze: "Da lì in poi, prima di fare qualsiasi cosa, ci ho sempre pensato due volte. E non è giusto".
La prima parte di campionato, però, sembra iniziare con il piede giusto: "Giocavo e facevo gol, ma poi è successo qualcosa. Guardiola non mi ha mai detto cosa. Comunque, non mi ha più fatto giocare". Qualsiasi calciatore, a quel punto, vorrebbe sapere il perché. Anche se gioca nel Barcellona più forte di sempre. Anche se si chiama Zlatan Ibrahimovic. "Alla fine, sono andato a parlare con lui. Gli ho detto: il capo sei tu e decidi tu, ti rispetto e non voglio creare problemi. Ma voglio fare la mia parte per aiutare te e la squadra".
"Gli ho ricordato che sono un professionista, e che mi avevano pagato 70 milioni. Se non mi faceva giocare, cosa ci facevo lì?", continua Ibra. Dopo un'ora di discussione, arriva il verdetto di mister Guardiola: panchina, panchina e ancora panchina. "Non mi ha mai detto quale fosse il problema. Intanto passavano i mesi e mi sentivo un ospite indesiderato. Quando è così, non può piacerti giocare a calcio. Il giorno dopo, sono arrivato in Ferrari e gliel'ho parcheggiata davanti all'ufficio". Quindi, Zlatan saluta il Barcellona e indossa la maglia del Milan, con cui ritrova il vecchio se stesso.
Poi c'è il PSG, e la prima volta in cui deve dire addio contro la sua volontà: "Non volevo andarmene, avevo promesso a Nasser Al Khelaifi che sarei stato l'architetto giusto per il suo progetto. Ma all'epoca il PSG non era quello di oggi, e vendermi è stata una scelta obbligata". Ma dopo Parigi, c'è Manchester e lo United, allora allenato da José Mourinho: "Avevo 35 anni quando mi ha chiamato. Erano in gioco il mio orgoglio e tutta la mia storia: è come giocare alla roulette, tutto su un numero... e io ho puntato su Mourinho".
Qualche mese dopo, arriva l'infortunio al ginocchio: il primo ostacolo serio a una carriera che definire brillante sarebbe riduttivo. "Sono andato nel panico. Ho pensato: finisce tutto così? Questo non è Ibra", ricorda oggi. Ritornerà in campo sette mesi dopo, ma qualcosa non va. Con l'allenatore portoghese, parla con franchezza: "In quel momento non potevo aiutarlo, gli ho chiesto di non farmi giocare".
Alla richiesta di fare un'analisi sulla sua storia sportiva, Zlatan risponde così: "Dicono tutti che ero un calciatore egoista, un individualista. Ma ho vinto 34 trofei di squadra nei campionati più importanti. Se sei egoista, non lo fai".
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