Il countdown per il Mondiale 2026 è ufficialmente entrato nella fase calda, ma a far discutere non sono. Purtroppo, solo gli schemi tattici, bensì i delicati equilibri della geopolitica. Al centro del ciclone c’è la partecipazione della nazionale dell’Iran, messa in dubbio dalle crescenti tensioni con gli Stati Uniti. Un segnale di distensione, almeno sul piano formale, è arrivato nelle ultime ore direttamente dalla Casa Bianca.
IL CASO
Mondiali 2026, Trump apre all’Iran: “Sono i benvenuti”, ma Teheran medita il ritiro

SHARM EL-SHEIKH, EGYPT - OCTOBER 13: U.S. President Donald Trump and FIFA president Gianni Infantino pose for a photo, at a world leaders' summit on ending the Gaza war on October 13, 2025 in Sharm El-Sheikh, Egypt. President Trump is in Egypt to meet with European and Middle Eastern leaders in what’s being billed as an international peace summit, following the start of a US-brokered ceasefire deal to end the war in the Gaza Strip. (Photo by Suzanne Plunkett - Pool / Getty Images)

Il faccia a faccia tra Infantino e Trump sulla partecipazione dell'Iran
—Il presidente della FIFA, Gianni Infantino, ha incontrato Donald Trump per fare il punto sui preparativi del torneo che vedrà coinvolti anche Messico e Canada. Il tema principale del colloquio è stato proprio il visto e l'accoglienza per la selezione di Teheran.

"Il Presidente Trump ha ribadito che la nazionale iraniana è, ovviamente, la benvenuta negli Stati Uniti", ha dichiarato Infantino in una nota ufficiale. Il numero uno del calcio mondiale ha poi sottolineato l'importanza dello sport come ponte tra le nazioni: "Più che mai, abbiamo bisogno della Coppa del Mondo per unire le persone". Parole che cozzano però con le dichiarazioni più aspre rilasciate da Trump pochi giorni prima a Politico, dove definiva l'Iran un "Paese sconfitto" verso cui non nutriva alcun interesse.
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Il caso asilo politico e le accuse di Teheran
—Se la diplomazia calcistica prova a tessere la tela, la Federazione iraniana risponde con toni durissimi. Il presidente Mehdi Taj ha infatti messo seriamente in dubbio la spedizione negli USA. La squadra dovrebbe giocare tra Los Angeles e Seattle contro Belgio, Egitto e Nuova Zelanda.
A scatenare l'ira di Teheran è stato il recente caso diplomatico legato alla nazionale femminile. L'Australia ha concesso asilo politico a cinque calciatrici che si erano rifiutate di cantare l'inno nazionale. Trump ha pubblicamente elogiato l'iniziativa australiana, offrendo gli USA come alternativa per l'accoglienza. "Come si può essere ottimisti sui Mondiali in queste circostanze?", ha tuonato Taj alla TV nazionale, accusando il presidente americano di tenere le atlete "in ostaggio" e definendo folle l'idea di mandare la squadra in un Paese considerato ostile.
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Un girone ad alta tensione
—In questo clima di incertezza, il campo sembra quasi passare in secondo piano. L'Iran è inserito in un raggruppamento tecnicamente interessante, ma i rischi logistici e di sicurezza preoccupano gli organizzatori. Con l'inizio del torneo ormai alle porte, la FIFA dovrà lavorare intensamente per evitare che il primo Mondiale a 48 squadre perda una delle sue protagoniste storiche per motivi extra-calcistici. La palla, ora, passa definitivamente alle decisioni governative di Teheran.
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