derbyderbyderby calcio italiano serie a Orlandini ESCLUSIVA sull’Atalanta: “Il 6-1? Non fa una piega. L’Inter si gioca una fetta di campionato”

ESCLUSIVA

Orlandini ESCLUSIVA sull’Atalanta: “Il 6-1? Non fa una piega. L’Inter si gioca una fetta di campionato”

Felipe Cereser
Felipe Cereser

Lei oggi lavora come responsabile tecnico dell'agonistica al Villa Valle, in Serie D. Dopo una carriera da calciatore, cosa l'ha spinta a restare nel calcio dei giovani? È una scelta o una vocazione?

"Non lo so. A me sinceramente, da quando ho smesso, mi ha sempre appassionato il mondo giovanile, riuscire a lavorare coi giovani, trasmettere anche quello che sono un poco le emozioni dello spogliatoio, del campo, di quello che è un poco la vita del calciatore. Erano altri tempi sicuramente quindi questo non mi facilita con l'epoca la gioventù di oggi, specialmente con i genitori di oggi… diciamo che è un poco più difficile la gestione, però mi affascina lo stesso. Riuscire a dare qualcosa, a farli crescere e farli migliorare è per me impagabile e mi piace questo ambiente del settore giovanile. Mi trovo bene quei ragazzi". 

Quando ho chiesto a Lei sul momento del calcio italiano, ho menzionato la sua esperienza giocando in un'epoca in cui la Serie A era il campionato più forte al mondo. Oggi Lei, guardando il calcio italiano con gli occhi di chi allena i giovani, cosa manca al nostro calcio per tornare a competere davvero ad alto livello?

"Allora, partiamo dal presupposto che adesso le aspettative superano di gran lunga la qualità dei ragazzi, quindi le aspettative dei genitori sono molto alte. I ragazzi hanno quasi questa responsabilità di dover per forza diventare qualcuno o qualcosa nel mondo del calcio, dovuto al fatto che c'è dietro questa spinta importante del genitore che quasi sempre, non è mai razionale nei giudizi e nel seguire le dinamiche. Secondo me, noi abbiamo una nostra cultura e non dobbiamo spostarci tanto sulla filosofia o metodologie altre, ma prima i ragazzi venivano scelti per le qualità tecniche, ora vengono scelti più per criticità che non per qualità tecniche, è il percorso inverso ed è chiaro che si fa più fatica.

I ragazzi piccolini, fisicamente gracili in questo momento sono molto penalizzati rispetto agli altri che sono magari un poco più strutturati. Non c'è più il tempo di aspettarli, di farli crescere come magari c'era prima. Un'altra grossa difficoltà sono le aperture di tante scuole calcio dove gli allenatori vogliono simulare gli allenatori di Serie A e quindi allenano i bambini come se fossero degli adulti: non si allenano più le basi e si allena tutt'altro. Tu vai a vedere delle partite, anche dei ragazzi, e difficilmente ti cade l'occhio su qualche calciatore. Adesso sono quasi fatti tutti con lo stampino, giocano quasi tutti alla stessa maniera e questo è dovuto dal fatto che si pensa più a creare un collettivo che non a lavorare sul singolo. 

Specialmente quando sono piccoli, bisogna cercare di lavorare di più sulla tecnica e tattica individuale e poi i giochi di reparto, il collettivo, la squadra, il gruppo, quello sì guarda più avanti. Nelle fasce più piccole bisognerebbe lasciarli giocare liberi, farli divertire. Chiaro che ci sono delle regole che vanno rispettate, non è che poi ognuno fa quello che vuole, però diciamo che questo è un poco quello che manca. Manca più meritocrazia rispetto a prima."

Sono già trent'anni da quel primo golden gol della storia degli Europei Under 21, che ha regalato il titolo all'Italia. Oggi, quando Lei racconta quel momento e anche sui dieci anni giocando in squadre importanti ai ragazzi che allena, cosa vuole che rimanga delle sue esperienze, della sua storia nel calcio?

“Io di solito quando entro in confidenza coi ragazzi che mi chiedono della mia vita calcistica è facile parlare, no, che tu hai giocato in Serie A, che ha fatto il golden gol… io invece mi soffermo sempre sulle difficoltà che ci possono essere percorso che un ragazzo può avere nel settore giovanile. Perché non sempre chi ha fatto il settore giovanile, o è arrivato a giocare in Serie A, ha avuto un percorso semplice. Il mio percorso nell'Atalanta non è stato semplice: sono stato preso, giocavo titolare, era tutto bello. Poi c'è quell'anno che incontri l'allenatore che ti vede meglio altri giocatori, magari sei più piccolo, sei più in ritardo, soffri quell'anno, giochi poco, rischi di rimanere a casa, poi viene riconfermato e poi ritorni a essere un giocatore importante e arrivi in Serie A.

Cioè, io cerco sempre di spiegare che anche nelle difficoltà bisogna sempre allenarsi bene e dare sempre il massimo, perché il calcio è questo, da un giorno all'altro, la vita svolta. Io non ci dovevo nemmeno essere alle finali degli Europei Under 21 di 1994. Ci sono andato, ero un titolare inamovibile di quella squadra, poi con il tempo avevo perso il posto per giocatori più in forma, io avevo rischiato addirittura di perdere il posto della convocazione.

Se quella settimana, Sandro Cois recupera dall'infortunio, va lui e io rimango a casa. Io sono andato come ventesimo, al raduno della Nazionale mi sono aggiunto due giorni dopo perché stavano aspettando Cois, che non si è ripreso, per mia fortuna, e di conseguenza sono andato là e ecco… questo per farti capire che sono momenti, i tempi di farsi trovare al momento giusto al posto giusto, è l'emblema del mio percorso e quindi cerco sempre di parlare mai che è solamente un mondo dorato e stellate, ma sì che ci sono tante difficoltà, come le rose hanno le loro spine, anche il percorso del calciatore ha quello. 

Però adesso la cosa che mi preoccupa tanto sai qual'è? Che adesso non sono più disposti a sacrificarsi, a lottare. Adesso non giocano in una squadra è più facile dire vado via, vado a trovare posto in un'altra squadra. Cioè questo è il brutto che non c'è più quella voglia di lottare e di emergere, di tirar fuori il carattere per dire voglio dimostrare che posso diventare un giocatore anche qui. Invece no, trovo una strada più semplice e questo credo che sia un po’ un danno e poi, ripeto, prima i genitori, quando non giocavi o giocavi poco, venivi anche rimproverato, ti dicevano che forse potevi fare di più. 

Ecco perché io dico che tante volte adesso mi trovo in difficoltà con i genitori di oggi… io invece devo dire che ho avuto dei genitori che mi hanno sopportato e supportato tanto, quindi sono contento di questo. E auguro a ogni ogni ragazzo che intraprende qualsiasi tipo di sport di trovare dei genitori come i miei. Papà è stato parecchio critico nei miei confronti e anche a volte anche tanto pesante. La mamma, no. La mamma bilanciava sempre tutto. Però devo dire che sono stato fortunato e parte del successo parte proprio dalla famiglia e io mi sento di ricordarli sempre. 

E ora invece non giocano e quindi il Mister non va bene, il responsabile non va bene, la società, i compagni… adesso si trovano tanti pretesti. E questo credo che sia proprio l'inizio della fine del percorso di un ragazzo che non sa accettare determinate dinamiche, quindi molla e preferisce prendere un'altra strada. Non è mai detto che tu lasciando una strada vecchia e prendendo quella nuova, tu possa risolvere le tue questioni. Secondo me, prima bisogna darci dentro, spingere al massimo fino alla fine in quel posto dove ti trovi, poi quando capisci allora sì, puoi cambiare. Ma se alle minime difficoltà si trovano altre strade, non ti forgia nemmeno nel carattere. Tante volte, per giocare in Serie A conta molto più la testa, che non i piedi".