E se non fosse vera crisi…? Piatek non deve giocare, deve solo segnare

E se non fosse vera crisi…? Piatek non deve giocare, deve solo segnare

Due partite senza gol passano, l’asterisco vero è sulla sua collocazione in campo

di Redazione DDD

di Max Bambara –

Da sempre il calcio si divide in due grandi categorie di pensiero. Ci sono i fautori del risultato, che potrebbero essere definiti i cultori della praticità e ci sono invece coloro che credono che il calcio sia un gioco che vada onorato e che il risultato debba essere un percorso finale da raggiungere, obbligatoriamente attraverso il gioco. Negli anni 80, Trapattoni diede voce ai primi, mentre Sacchi incarnò lo spirito dei secondi. Vi furono guerre di religione spesso gonfiate ad arte sul piano mediatico, ma rimane ancor oggi agli atti come la stima personale fra Sacchi ed il Trap non sia mai stata scalfita da una visione del calcio molto diversa.

D’altronde senza idee diverse, probabilmente, il mondo sarebbe più noioso. Crediamo tuttavia che esista una sfumatura di pensiero che possa trovare concordi sia i primi e sia i secondi, ossia che non esiste uno schema perfetto, né una strutturazione di campo che sia in grado di portare con certezza la vittoria ad una squadra. I moduli e gli schemi di gioco nascono ed hanno un senso al fine di venire incontro alle caratteristiche dei giocatori, non perchè accada il contrario. Gli allenatori bravi sono quelli che, al di là del loro credo calcistico, cercano di mettere i giocatori nelle condizioni migliori per esprimersi. Se il modulo inizia a venire prima del giocatore, evidentemente c’è qualcosa che non va.

Tale osservazione appare alquanto ovvia ed ha tratti e connotati talmente parossistici da sembrare quasi tautologica. Risulta però utile per introdurre l’argomento Kris Piatek, il giocatore polacco acquistato dal Milan a gennaio per 35 milioni ed oggi oggetto di molte critiche in ragione di un rendimento realizzativo negativo nelle ultime due partite.

Oggettivamente, costruire una critica seria su 120 minuti (perchè nella seconda gara Piatek ha giocato solo 30 minuti) senza reti per una punta, è impresa ai limiti dell’utopia. Eppure il coro unanime della stampa e dei media ha già bollato il polacco come “giocatore in crisi”.

Trattasi di suggestione non supportata dai fatti? Certamente sì ma, a margine, c’è un asterisco che inerisce un discorso tattico, che va affrontato in modo completo ed esaustivo. Piatek infatti è un centravanti d’area di rigore. Non è una punta brava nel rifinire il gioco o nel partecipare continuativamente all’azione. Il ragazzo non ha tempi di gioco e ragiona esclusivamente in funzione della porta e dell’attacco alla stessa, qualità in cui eccelle e nella quale ha dimostrato valori e numeri di livello. Se gli si chiede, com’è avvenuto nel precampionato e nella negativa gara di Udine, di fare un lavoro da attaccante totale, si finisce per comprimerne l’indole.

Da quando esiste il calcio infatti, le punte si dividono in centravanti ed in attaccanti. I primi sono i classici animali d’area di rigore; i secondi sono giocatori totali. Inzaghi, per intenderci, era una punta d’area di rigore. Sheva invece era un attaccante completo. In tanti anni di Milan, non abbiamo mai visto Ancelotti chiedere a Pippo di giocare lontano dalla porta. Nemmeno a Manchester, nella famosa finale del 2003 in cui il Milan rimase in 10 uomini per tutti i tempi supplementari (a causa dello sfortunato infortunio di Roque Junior che si fece male all’inizio del primo tempo supplementare).

In quell’occasione fu Sheva a sacrificarsi sulla destra (con Ambrosini nell’inedita posizione di terzino destro), e Pippo rimase a fare il centravanti, l’unico ruolo che l’ex bomber piacentino sapeva svolgere in modo consono. Oggi a Piatek serve soltanto questo per ritrovare serenità, smalto e convinzione nei suoi mezzi: tornare a fare esclusivamente il centravanti. L’attuale allenatore del Milan ha una sua legittima e rispettabile visione del gioco ma, alla lunga, insistere su un ruolo non confacente ad un giocatore per le caratteristiche che ha, potrebbe essere un errore simile ad un’autorete. C’è un dato di campo, molto prezioso, che aiuta a dare l’esatta dimensione della tematica. Nella scorsa stagione Piatek ha segnato 34 reti fra Genoa, Milan e Nazionale polacca. Tanti, tantissimi gol. Ebbene se li passate al setaccio, sono tutti gol a 1 o a 2 tocchi.

L’unico gol in cui Piatek tocca la palla più volte (ben 5 tocchi) è quello realizzato in coppa Italia contro il Napoli (nel suo esordio a San Siro). Possiamo pertanto derubricare quel gol come eccezione che conferma la regola di una punta essenziale che vive del lavoro della squadra, che è fonte indiscutibile di giocata, ma non di gioco. Ci sono stati nel passato recente, centravanti eccezionali con caratteristiche simili alle sue. Abbiamo citato prima Inzaghi, ma anche l’ex juventino Trezeguet rientra in questa categoria. Pensare di poter cambiare le caratteristiche di un giocatore è un proposito ambizioso, ma che spesso può risultare vano e che, nel tempo, può portare a lasciar per strada tanti punti.

Le partite d’altronde si vincono con i gol e nella rosa del Milan Piatek è l’unico giocatore da doppia cifra stagionale garantita. Urgerebbe rimetterlo nelle condizioni ideali per segnare e porsi semmai l’interrogativo sul come mettere un’altra punta (Rebic?) in condizione di fare almeno 10 gol in questa stagione, (il Milan ha la necessità di alzare il numero delle reti rispetto alle ultime stagioni). Ostinarsi ad obbligare Piatek nel recitare un ruolo non suo in campo (lontano dalla porta per cercare di favorire gli inserimenti del trequartista) potrebbe avere effetti controproducenti e quest’aspetto andrà dovutamente pesato da un professionista serio e scrupoloso come Giampaolo.

Il Milan, accanto al polacco, ha Suso che in carriera non ha mai superato quota 8 reti in stagione e Rebic che ha superato una volta la doppia cifra quando giocava in Croazia e che in Germania non è mai andato oltre i 9 gol, pur essendo una preziosissima fonte di assist. A Piatek quindi, rebus sic stantibus, non si può rinunciare a cuor leggero. Il calcio, in fondo, è più semplice di quanto le scuole di pensiero vorrebbero farlo apparire. Puoi vederla come vuoi ma, alla fine, non puoi prescindere dai gol. E se hai una punta che i gol ha dimostrato di saperli fare, meglio agevolarne l’istinto. Magari dopo, con qualche vittoria in saccoccia, sarà anche più facile provare a trasmettere il tuo credo calcistico.

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