Il Milan, il derby e il ritorno alla competitività: non solo investimenti, anche stabilità dirigenziale e tanta pazienza

Il Milan, il derby e il ritorno alla competitività: non solo investimenti, anche stabilità dirigenziale e tanta pazienza

Oggi l’Inter è più forte ed ha maggiore struttura del Milan, nonostante gli investimenti sulla rosa nel periodo considerato siano stati più o meno la metà (302 mln contro 162). Ciò suggerisce che gli investimenti sono senza dubbio un presupposto necessario per il ritorno alla competitività, ma da soli non sono sufficienti. Servono anche stabilità dirigenziale e, soprattutto, pazienza, due componenti che il Milan dovrà trovare per valorizzare i propri investimenti.

di Redazione DDD

di Max Bambara –

Domenica sera, nella cornice sempre molto suggestiva di San Siro, andrà in scena il derby della Madonnina. L’occasione diventa propizia per porre alcune riflessioni in riferimento all’evoluzione del calcio milanese nell’ultima fase storica, utile a capire che cosa ha portato all’attuale distacco in classifica fra Inter e Milan. Poco meno di tre anni fa infatti, più precisamente alla fine del mese di maggio del 2017, il Milan si classificava al sesto posto in classifica nella Serie A italiana, qualificandosi così ai preliminari dell’Europa League. Di contro l’Inter arrivava invece settima in classifica, soltanto un punto dietro il Milan (63 contro 62), non riuscendo così a raggiungere la qualificazione europea e dovendo pertanto affrontare una stagione senza coppe.

Sembrava che il destino stesse sorridendo al Milan in quel momento, anche perché era appena avvenuto lo storico passaggio di proprietà dalla Fininvest al consorzio cinese capitanato dall’uomo d’affari Yonghong Li. Nessuno poteva preventivare in quel momento che cosa sarebbe accaduto nei tre anni successivi, soprattutto perché la singolarità degli avvenimenti verificatisi in seno al Milan era difficilmente immaginabile anche dalla mente più fantasiosa. Il club rossonero infatti, da lì ad una sola stagione, si è ritrovato costretto a dover cambiare proprietà per ragioni di non solvibilità del suo proprietario nei confronti del fondo Elliott, che aveva precedentemente prestato oltre 300 milioni a Li per favorire l’acquisizione del Milan e che, nell’estate 2018, escutendo il pegno, diveniva proprietario del club rossonero.

Per cause non facilmente prevedibili quindi, in soli tre anni il Milan ha visto alternarsi ben tre management, con tre diversi gestori della parte sportiva (Massimiliano Mirabelli prima, Leonardo poi e adesso Paolo Maldini) in tre diverse sessioni di mercato estive. Il risultato di tutti questi cambiamenti sta sotto gli occhi di tutti: una squadra su cui sono state investite cifre enormi (302,4 milioni di euro dall’estate 2017 al gennaio 2020 nel computo totale fra entrate ed uscite) e che, nonostante questo livello di spese, si ritrova ad essere competitiva soltanto per la zona Europa League. Di contro, l’Inter nel triennio ha investito poco più della metà (162,7 milioni di euro dall’estate 2017 al gennaio 2020 nel computo totale fra entrate ed uscite), senza però cambiare mai proprietà e mantenendo sempre lo stesso management alla parte sportiva (Piero Ausilio). Ciò l’ha portata a divenire competitiva prima per la zona Champions League e poi anche per lo scudetto.

Il management nerazzurro, in realtà, ha visto una sola modifica sostanziale nell’ultimo triennio, con l’arrivo di Beppe Marotta nel ruolo di direttore generale, ma la grande esperienza dell’ex dirigente della Juventus ha consentito all’Inter di assorbire bene e senza crisi di rigetto il nuovo arrivo. In sostanza, nell’estate di tre anni fa, si partiva da una situazione di sostanziale parità fra i due club meneghini ed entrambe le società avevano considerevoli margini di crescita e buone prospettive di rientro a breve nel giro della competitività, in ragione della volontà dei loro proprietari di investire sul mercato per il rafforzamento delle squadre. Nonostante ciò, pur avendo investito quasi il doppio nel computo totale fra entrate ed uscite, il Milan oggi è inferiore all’Inter sul piano tecnico, non essendo riuscito a creare una struttura di squadra solida e confacente ad un campionato come la Serie A.

Che cosa significa tutto questo? L’esperienza degli ultimi tre anni del calcio milanese ci dice innanzitutto che gli investimenti nel calcio sono fondamentali per creare valore e per aumentare la competitività del club. Pensare di crescere senza investimenti è una pretesa luciferina, soprattutto se si perseguono obiettivi a breve scadenza. Ci dice anche tuttavia, che la mancanza di stabilità dirigenziale per un club è un aspetto negativo e fortemente destabilizzante, in quanto la qualità della spesa non può essere garantita visto che ogni dirigente persegue, legittimamente, una linea tecnica diversa nella costruzione della squadra. Tutto questo genera confusione nei piani alti del club e, di concerto, scarso senso di appartenenza nei giocatori che vedono alternarsi continuamente le figure dirigenziali di riferimento e finiscono per avvertire gli allenatori come professionisti di passaggio.

Proprio relativamente alla figura dell’allenatore, va sottolineato come l’Inter abbia avuto due tecnici nell’ultimo triennio, mentre il Milan ne abbia avuti quattro, ossia il doppio, con ben due esoneri nel corso della stagione (Montella e Giampaolo). Non è casuale, a nostro avviso, che il miglior risultato del Milan nell’ultima fase storica (68 punti in campionato, quinto posto finale e zona Champions mancata per due sole lunghezze) sia coinciso con l’unico allenatore durato più di un anno (Gattuso) sulla panchina del club. In definitiva la storia del calcio meneghino degli ultimi tre anni ci dice che gli investimenti sono fondamentali ma, da soli, non sono sufficienti. Servono anche altre due componenti altrettanto decisive, ossia la stabilità dirigenziale e la pazienza. Senza questi ingredienti, la torta della competitività non è destinata a lievitare con successo.

 

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