Il senso dell’Ibra bis: c’è un deficit di personalità del gruppo e Zlatan arriva per aiutare

Il senso dell’Ibra bis: c’è un deficit di personalità del gruppo e Zlatan arriva per aiutare

A questo Milan mancano molto personalità e carisma. Gattuso in un anno e mezzo aveva capito ciò e cercava di proteggere questa squadra in ogni occasione. Poteva farlo però solo dalla panchina. Ibra, che ha un livello di personalità addirittura superiore a quello di Rino, potrà farlo dal campo

di Redazione DDD

di Max Bambara –

Adriano Galliani amava ripetere spesso che quando si vince si parla, mentre quando si perde è più opportuno rimanere in silenzio. Nei suoi 31 anni da dirigente rossonero, l’ex amministratore delegato del club ha tante volte applicato questa regola, con le doverose eccezioni in occasioni di sconfitte particolari o significative. Basti pensare alla finale di Istanbul, dopo la quale il Milan società fu molto presente dal punto di vista dell’esposizione pubblica, blindando l’allenatore e riuscendo a separare le terribili emozioni sportive provenienti dal campo, da un’analisi oggettiva di ciò che era avvenuto. Probabilmente i germogli della finale di Atene nacquero proprio negli istanti successivi a quella clamorosa sconfitta. Era un gruppo di giocatori composto da uomini di carisma e di personalità, condito da un eccezionale senso dell’onore. La società dell’epoca, che ne stimava la portata valoriale, fece di tutto per tutelare quel gruppo.

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Mutatis mutandis, nelle ore successive alla sconfitta del 22 dicembre contro l’Atalanta, c’è stato un solo milanista che ci ha messo la faccia, ossia il CIF Zvonimir Boban. Già il termine sconfitta ha in sé connotati molto eufemistici, dato che per trovare un passivo simile (5-0), bisogna andare indietro con la memoria al 1998, ultimo anno di Capello al Milan. Non preistoria, ma quasi. Appare molto probabile che, subito dopo la botta forte di Bergamo, Boban abbia pensato che l’arrivo di Ibrahimovic non potesse essere ancora rimandato in casa rossonera. Non per porre un lenitivo ad una ferita aperta ed ancora molto sanguinante e nemmeno per coprire una toppa con un colpo dalla portata mediatica inevitabilmente impattante. Ibra, per il Milan, era principalmente un’esigenza tecnica ed una necessità psicologica. La mareggiata di Bergamo ha messo in luce chiaramente come a questa squadra manchino personalità e coraggio. L’assenza di leadership è tanto evidente, quanto lancinante.

Il post gara della sconfitta contro l’Atalanta è stato sin troppo cristallino in questo senso: nessun giocatore del Milan si è presentato davanti alle telecamere per provare a dare una spiegazione, per assumersi delle responsabilità, per chiedere anche delle scuse che in casi del genere non sono mai banali. Ha parlato solo l’allenatore, com’è previsto da contratto. I giocatori sono spariti, evaporati, come se la botta del campo fosse troppo forte per poter sostenere un contraddittorio o per provare a dire qualche parola. Perché è vero che quando si perde il silenzio è la scelta migliore, ma quando si viene quasi umiliati dall’avversario o quando la sconfitta ha contorni epocali, beh lì no, lì bisogna assumersi delle responsabilità.

Questo gruppo, evidentemente, non ha il carisma ed il senso dell’onore adatti a far ciò. Questi requisiti sono come il coraggio: o ci sono oppure non ci sono. Non li puoi imparare. O te li porti dentro come patrimonio di te stesso oppure non fan parte di te. Boban, tutto ciò, lo ha colto al volo, tanto che è stato l’unico, oltre al tecnico, ad avere il coraggio di andare a parlare pubblicamente. Ecco perché Ibra ed ecco perché l’accelerata decisiva è partita subito dopo la partita contro l’Atalanta. Parlare dello Zlatan giocatore è persino inutile, dato che stiamo discutendo di un grandissimo; qui però è l’Ibra leader che conta. I tifosi lo hanno accolto come un idolo mai dimenticato, chiedendogli di appendere al muro i compagni che lo meritano. Immagine forte, accettabile in un’ottica umorale, ma Ibra ha già detto una frase molto significativa al riguardo: “sono qui per aiutare la squadra”.

Avrebbe potuto usare il verbo stimolare se fosse arrivato in un altro contesto. Ed invece ha scelto il verbo aiutare che non è casuale, ma che svela anzi quella che è l’ottica con cui Zlatan si è approcciato a quest’avventura: ha capito che al gruppo serve un ombrello protettivo che lo aiuti a non avere pesi eccessivi. Rino Gattuso è stato questo per i suoi ragazzi nell’anno e mezzo in cui ha avuto la ventura di essere il tecnico del suo Milan. Ibra, che ha la fortuna di essere ancora un giocatore, può esserlo in maniera ancora maggiore, ossia non solo con le parole fuori dal campo, ma anche con i gesti sul rettangolo verde. Non immaginiamo uno Zlatan duro e spigoloso come quello che abbiamo visto ed ammirato nel biennio 2010-2012. In quel contesto c’erano giocatori con i quali si poteva essere esigenti e con i quali gli scontri potevano essere soltanto momenti di crescita. Personale e collettiva.

Immaginiamo invece un Ibrahimovic leader che diventa lo scudo dei compagni, un porto sicuro dove far arrivare il pallone tutte le volte in cui il livello di tensione, o persino di paura, sta raggiungendo vette troppo alte. Il Milan di oggi è questo e, probabilmente, sarà diverso anche il modo di entrare nel Milan di Zlatan Ibrahimovic che, da uomo intelligente ed acuto, ha dato prova tangibile di aver capito subito in che tipo di squadra è arrivato: “Same Zlatan. Different Devil”. In sole quattro parole, Ibra ha sintetizzato perfettamente la sua nuova avventura rossonera.

 

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