La questione del Milan: le risorse ci sono state, non altrettanto progettualità e stabilità

La questione del Milan: le risorse ci sono state, non altrettanto progettualità e stabilità

Le dimensioni della questione Milan in questi anni

di Redazione DDD

di Max Bambara –

Molti sostengono che il problema del Milan sia una proprietà che non mette abbastanza risorse per riportare il club nel recinto della competitività. Personalmente la pensiamo all’opposto e vogliamo motivare questa opinione con dei numeri precisi e circostanziati. Nell’ultimo biennio lo scarto fra entrate ed uscite del Milan è di -161 milioni di euro. Solo 3 squadre nel mondo hanno speso di più nello stesso arco temporale. Se estendiamo invece l’analisi all’ultimo triennio, lo scarto è di -319 milioni di euro. Solo il City ha un passivo più ampio. In tutto questo, il Milan fatica ad arrivare quarto contro avversari come Roma, Lazio e Atalanta che non solo non hanno investito ma hanno addirittura dismesso. La Roma, nel triennio 2017-19 è in attivo di 73 mln. La Lazio è in attivo di 23 mln. L’Atalanta è invece in attivo di 28 mln.

L’analisi di questi numeri ci dice che il problema è opposto a quello che il sentire comune avverte come fondamentale per il ritorno del Milan alla competitività (ossia qualificarsi per due anni consecutivi alla Champions League). Al Milan oggi, più che le risorse, manca una linea tecnica comune e continuativa dietro le campagne acquisti. Senza voler buttare la croce addosso a qualcuno (esercizio inutile e vuoto), va evidenziato come il mercato del 2017 sia stato condotto da Mirabelli, il mercato del 2018 da Leonardo ed il mercato del 2019 da Maldini. Tre visioni decisamente lontane e 3 allenatori in carica molto diversi fra loro (Montella, Gattuso, Giampaolo). Se è vero, com’è vero, che solo il Manchester City ha speso più del Milan nell’ultimo triennio, bisognerebbe iniziare a mettere in discussione il “come” sono stati spesi i soldi. Va detto, altresì, che giudicare un gruppo dirigente su un arco temporale ridotto è sempre difficile e spesso può essere pretenzioso.

Beppe Marotta e Fabio Paratici, ispiratori della Juventus capace di vincere 8 campionati consecutivi, il primo anno della loro gestione vennero fortemente contestati dai loro tifosi per una serie di acquisti che non trovarono riscontro sul campo. Quell’anno la Juventus arrivò a malapena settima in campionato. In troppi purtroppo confondono il calcio con la matematica, più precisamente con le addizioni. Non è certo, né probabile, che acquistando giocatori costosi una squadra venga rinforzata, né è certo che cedendo giocatori una squadra si indebolisca in maniera sostanziale. Il Milan 2009-2010 arrivò terzo in campionato, esattamente come l’anno passato. Era la stessa squadra dell’anno prima (con Thiago Silva in più) ma senza il pallone d’oro Kakà ceduto al Real Madrid. Per i tifosi quel Milan, senza Kakà, era finito. I fatti invece dimostrarono esattamente il contrario.

Per tornare a tempi più recenti, prima dei sostanziosi investimenti del periodo 2017-19, il Milan arrivò sesto in campionato con 63 punti nella stagione 2016-17 in cui il budget per il mercato era stato di 15 milioni (con cui si finanziarono gli arrivi di Gomez e Sosa). Oltre due anni dopo e con rilevanti investimenti sul mercato, il risultato è stato un quinto posto con 68 punti. La morale della favola è che non conta soltanto spendere nel calcio. Conta soprattutto avere una linea tecnica precisa e stabile dietro le decisioni che vengono prese ed al Milan, per ragioni indipendenti dalla volontà di tutti, le linee tecniche sono state tre in tre sessioni di mercato diverse e per tre allenatori diversi. La stabilità, in questi anni, non è albergata in via Aldo Rossi e chi oggi si augura l’ennesimo ed illusorio cambio dirigenziale alla fine della stagione, dovrebbe quantomeno riflettere su questi numeri che non danno verità assolute, ma ci permettono di ponderare alcune analisi.

Possiamo pensare davvero di pesare una dirigenza su pochi mesi di lavoro? Possiamo ritenere che un errore di valutazione su un allenatore o su alcuni giocatori siano elementi sufficienti per bollare un management? Se è davvero così, il rischio che corriamo è di iniziare a collezionare squadre dirigenziali come figurine in serie. Il bene supremo rimane il Milan e, nell’interesse del Milan, bisogna sottolineare come pazienza e stabilità non siano parole che esaltano la pancia del tifoso rossonero. Sono però, forse, le uniche armi reali che abbiamo per provare a ridare una credibilità al nome Milan.

 

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