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Per il Mondiale 2026 è tempo di tirare le somme, o dentro o fuori: sarà così anche per Galles e Bosnia ed Erzegovina, che giovedì 26 marzo alle 20:45 italiane si giocheranno la qualificazione al Cardiff City Stadium. Sulla carta, sarà una sfida tra draghi: Dragons contro Zmajevi, lo stesso animale mitologico che diventa il simbolo di due Nazioni diverse. Una partita apparentemente speculare in cui, però, lo specchio è incrinato.
Sì, perché il drago gallese e quello bosniaco non raccontano la stessa storia: non nascono nello stesso modo, né nello stesso contesto, e proprio per questo, hanno un diverso peso.
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Per il Galles, più che un soprannome o un simbolo, è una questione di eredità. "Y Draid Goch", il drago rosso, campeggia sulla bandiera gallese e rappresenta la forza, la fierezza e la resistenza. Le sue origini risalgono al Ciclo Arturiano, e alla leggendaria lotta tra un drago rosso (simbolo dei Britanni) e uno bianco (simbolo degli invasori Sassoni), ai piedi della fortezza di Dinas Emrys. Già utilizzato in epoca romana e dai re gallesi del V secolo, dal 1959 è diventato ufficialmente parte della bandiera, insieme al bianco e verde dei Tudor.
È un simbolo antico, stratificato, che è arrivato fino al calcio senza bisogno di essere reinventato. In questo senso, la Nazionale gallese veste la propria identità, con tutto il suo bagaglio di lingua e cultura, amplificandola e tenendola viva nel calcio.
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La Bosnia è uno stato ancora giovane e nato nel sangue. In questo caso, non ci sono simboli araldici da ereditare da racconti cavallereschi, ma non significa che non se ne possano scegliere di nuovi, e costruirsi le proprie tradizioni. Il soprannome "Zmajevi", i draghi, risale al vicino 2009, quando il telecronista Marjan Mijajlovic inizia a usarlo durante le qualificazioni ai Modiali. Presto viene ripreso anche dai giornalisti nei titoli, e da lì anche dai tifosi sugli spalti. Il drago non era uno dei simboli ufficiali del Paese della bandiera col triangolo e le stelle. Anzi, prima di allora, i calciatori della Nazionale venivano chiamati "i Gigli d'Oro", in richiamo a un'immagine araldica tornata in auge nel primo periodo post-indipendenza.
Il drago però era un'immagine più immediata, meno divisiva per un paese neonato in cui convivevano ancora diverse etnie. E poi, c'era il rimando a Husein Gradascevic, il "Drago della Bosnia", che nell'Ottocento aveva guidato la rivolta contro l'Impero ottomano. Così, l'etichetta "Zmajevi" finì per funzionare, forse proprio perché era recente: non apparteneva ad alcuna minoranza, quindi poteva essere di tutti. Questo è uno dei casi in cui una tifoseria non assorbe un'identità, ma ne elabora una nuova e la applica fino a quando diventa familiare.
Il simbolo è lo stesso, eppure, tra Galles e Bosnia la differenza è quasi geometrica. Il drago rosso rappresenta un'identità nazionale che viene prima del calcio: non ci sono strappi da ricucire, ma segna una differenza già chiara, in modo particolare con l'Inghilterra, è la pietra miliare immaginaria che traccia il confine tra "noi" e "loro". Nel contesto bosniaco, invece, dove le ferite della guerra sono ancora ben visibili sul volto di Sarajevo e nei boschi che la circondano, il calcio diventa uno dei pochi spazi condivisi in un Paese con una struttura statale complessa: "Zmajevi" non è solo un soprannome, ma una parola che appartiene a una lingua comune, e che permette almeno per 90 minuti di mettere da parte le differenze.
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