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C'è chi ne parla con sorpresa, chi invece inizia a farsi qualche domanda. Negli ultimi anni il Giappone ha smesso di essere una Nazionale di nicchia nel panorama mondiale e sta diventando gradualmente una realtà temuta, organizzata e credibile. Non è stato un caso, né una semplice generazione fortunata: dietro la crescita dei Samurai Blue c’è una struttura, una visione e soprattutto una programmazione precisa. Il punto chiave è che il Giappone non ha lavorato solo sui giocatori, ma ha riprogettato l’intero sistema calcio. E per capirlo davvero bisogna partire da lontano.
Il Giappone non è diventato competitivo casualmente negli ultimi anni. Il vero punto di svolta arriva nei primi anni ’90, quando il calcio nipponico decide di rifondarsi completamente. Fino ad allora esisteva la Japan Soccer League, composta principalmente da squadre aziendali, con scarso seguito e strutture inadeguate. Il sistema era in crisi e rischiava di collassare e serviva un netto cambio di mentalità, di filosofia e di organizzazione.
L'antica pratica giapponese del kintsugi (金継ぎ) consiste nel riparare le ceramiche rotte utilizzando lacca urushi e polvere d'oro, in modo tale da esaltare le crepe anziché nasconderle: questa tecnica del quindicesimo secolo, tramandata poi negli anni ed esportata metaforicamente negli altri ambiti della vita, ha la singolare peculiarità di valorizzare le imperfezioni, trasformando un qualsiasi oggetto rotto in un'opera unica, più preziosa e resistente. Questa mentalità di partire dai problemi e dai difetti per poi migliorare si è rivelata la benzina per il motore del cambiamento nipponico, con l'idea precisa di creare qualcosa di nuovo e di distinguibile per un futuro migliore.
La nascita della J-League nel 1993 segna una svolta: il calcio diventa un progetto industriale, culturale e sportivo, con club veri, tifoserie, stadi moderni e una visione di crescita. Questo passaggio è fondamentale, perché il conseguente Project DNA non nasce dal nulla: è l’evoluzione di un percorso iniziato oltre 30 anni fa.
Il Project DNA è uno dei pilastri della crescita moderna del calcio giapponese: si tratta di un progetto sviluppato dalla J-League, con l’obiettivo di rendere il campionato giapponese uno dei migliori al mondo entro il 2030. Il focus è interno: club, settori giovanili, allenatori e dirigenti.
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Tutto questo attraverso corsi su misura, workshop e formazione continua: il programma ha coinvolto ogni livello del sistema, dai CEO agli allenatori delle giovanili. Ogni club ha ricevuto report dettagliati per migliorare sviluppo e organizzazione in modo tale da potersi muovere tutti sulla stessa frequenza d'onda. Il risultato è una cultura condivisa orientata allaperformance e alla crescita, con oltre 1000 miglioramenti strutturali e un impatto concreto su tutto il movimento.
Accanto al Project DNA esiste il JFA Pledge for 2050, guidato dalla federazione. Qui entra in gioco la nazionale: l’obiettivo è ospitare e vincere un Mondiale entro il 2050. Non 2092, ma una scadenza più concreta e anticipata. Per arrivarci, la Federazione ha sviluppato progetti paralleli, come la creazione di una selezione U-20 della J-League e di una Nazionale universitaria, rafforzando il collegamento tra formazione e alto livello. L’idea è semplice: allineare tutto il sistema, dalla base alla Nazionale maggiore Giapponese.
Un altro elemento spesso frainteso è il J-League 100 Year Plan. Qui il riferimento al 2092 riguarda la costruzione di un ecosistema con almeno 100 club professionistici sostenibili, non la vittoria di un Mondiale. È un progetto di espansione e consolidamento, che punta a rendere il calcio giapponese stabile, diffuso e radicato sul territorio. Si tratta di tanti modelli già condivisi ed approvati, che ovviamente richiedono disciplina e lungimiranza.
I risultati oggi sono evidenti. Giocatori come Kaoru Mitoma, Takefusa Kubo, Takehiro Tomiyasu e Wataru Endo rappresentano un modello preciso: tecnica, disciplina, intelligenza tattica e adattabilità. Ma soprattutto, il Giappone ha dimostrato sul campo la propria crescita.
Ai Mondiali 2022 ha battuto Germania e Spagna, chiudendo il girone al primo posto e confermandosi una delle nazionali più organizzate e difficili da affrontare. Recentemente abbiamo anche potuto apprezzare una sorprendente striscia di cinque vittorie consecutive, dove altre big sono crollate: a cedere sotto i colpi dei Samurai Blue sono state nell'ordine Brasile, Ghana, Bolivia, Scozia ed Inghilterra. Vittorie che, a questo punto, non sembrano più tanto casuali. Insomma, il Giappone non è più una sorpresa: è unarealtà consolidata.
La crescita del Giappone passa anche da un fattore spesso sottovalutato: la trasformazione demografica e culturale del Paese. Negli ultimi 35 anni è aumentato in modo costante il numero degli haafu, cittadini giapponesi con origini miste. Un cambiamento che si riflette inevitabilmente anche nello sport e nel calcio, oggi sempre più integrato e multiculturale.
Figure come Zion Suzuki rappresentano questo nuovo volto del Giappone, ma non sono casi isolati: la presenza di giocatori con background diversi è diventata una componente strutturale del sistema. Il CT Hajime Moriyasu ha sintetizzato perfettamente questo passaggio: "I calciatori convocati possono avere radici diverse, ma non importa: giocano tutti per il Giappone e hanno l’obiettivo di portare la nazionale in cima al mondo".
Parole che assumono ancora più peso se si considera che molti haafu hanno dovuto affrontare pesanti episodi di discriminazione o bullismo. In questo contesto socio-culturale, il calcio diventa qualcosa di più di uno sport: è uno strumento di integrazione e cambiamento sociale, capace di accompagnare l’evoluzione del Paese anche fuori dal campo di gioco.
Il confronto con l’Italia è inevitabile e il problema non è soltanto tecnico. Il Giappone ha costruito una filiera completa e coordinata, dove ogni livello è collegato all’altro. In Italia, invece, manca una vera regia centrale. Non esiste un piano condiviso tra FIGC, club e settore giovanile, mentre gli interessi a breve termine dei club spesso prevalgono sullo sviluppo a lungo termine della Nazionale.
Il risultato è un sistema frammentato, che vive di emergenze e ripartenze continue. E mentre il Giappone pianifica il 2050, l’Italia salterà anche i Mondiali del 2026, con la sensazione costante di dover ricominciare ogni volta da zero. Quando in altri contesti proprio come quello nipponico si pianifica e si agisce concretamente, qui siamo ancora fermi alla caccia alle streghe, in un Medioevo calcistico sospeso tra i "se" ed i "ma".
Alla fine la differenza non sta nei singoli giocatori, sta nella visione. Il Giappone ha scelto di trattare il calcio come un progetto di lungo periodo, costruendo basi solide e migliorandole nel tempo. L’Italia, invece, continua a inseguire il presente. Ed è proprio qui che nasce il vero divario. Non si tratta di guardare solo ad oggi, dove forse sulla carta i nostri azzurri sono ancora superiori per valori tecnico-tattici.
Si tratta di avere un'idea precisa e portarla avanti senza lasciare spazio all'improvvisazione, perché il Mondo intero si sviluppa e viaggia ad una velocità che l'Italia per ora non sta neanche immaginando. Tutto ciò in un contesto dove diventa sempre più essenziale saper riconoscere i propri errori, comprenderli e farne tesoro per realizzare qualcosa di migliore, proprio come nella pratica del kintsugi. E questo discorso, purtroppo, affonda le sue radici non soltanto sul piano calcistico, ma anche su quello economico, politico, strutturale ed etico.
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