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Diego Pablo Simeone non ha semplicemente allenato l'Atletico Madrid in questi lunghi anni. Ma ne ha forgiato l'anima, creando un'identità così forte e riconoscibile da meritare un neologismo sul dizionario calcistico internazionale, il Cholismo. Non si tratta di una banale disposizione tattica o di un semplice modulo da schierare in campo, ma di una vera e propria religione sportiva, con i suoi dogmi, i suoi sacerdoti e, soprattutto, il suo inconfondibile vocabolario.
Alla base di tutto c'è il mantra fondativo, quel celeberrimo "Partido a partido" (partita dopo partita) che ha insegnato a un ambiente storicamente fatalista e depresso a non guardare mai oltre l'ostacolo immediato. È un principio psicologico prima ancora che tecnico, che obbliga a svuotare la mente dalle pressioni. A questo si lega indissolubilmente il grido di battaglia che ha regalato la Liga del 2014: "Si se cree y se trabaja, se puede" (Se ci credi e lavori, si può fare). Uomini simbolo come lo storico capitano Diego Godín, il terzino operaio Juanfran o l'attuale bandiera Koke, sono stati i massimi interpreti di questo dogma. Giocatori capaci di trattare ogni banale incontro di campionato come se fosse l'ultima e decisiva battaglia della loro vita.
Se il calendario si affronta passo dopo passo, il rettangolo verde richiede un tributo di sudore incalcolabile. "El esfuerzo no se negocia" (l'impegno non si negozia) è la regola aurea che pende come una spada di Damocle sulla testa di chiunque varchi i cancelli del centro sportivo rojiblanco. Nel lessico del Cholismo, all'Atletico Madrid il talento individuale è tollerato solo se messo al totale e incondizionato servizio del collettivo. Il manifesto vivente di questo concetto porta il nome di Antoine Griezmann. Il francese è un fuoriclasse assoluto, capace di giocate di altissima scuola. Ma che sotto la guida del Cholo si è trasformato nel primo difensore della squadra, diventando celebre per i suoi ripiegamenti fino alla propria area di rigore.
Insieme a maratoneti instancabili come Marcos Llorente o guerrieri del passato come Gabi, l'Atletico rivendica con orgoglio il diritto di soffrire. Mentre il resto d'Europa cerca il dominio estetico, per i Colchoneros il "bloque bajo" (la difesa posizionale bassa e compatta) è un'arte. L'obiettivo supremo è essere un "equipo incómodo" (una squadra scomoda, fastidiosa). E lo fanno sapendo incassare i colpi, difendendosi in trincea con i denti e godendo nel distruggere lentamente le certezze tattiche dell'avversario.
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A cementare questi concetti tecnici e psicologici interviene la celebre Garra, quell'agonismo ruvido che Simeone ha trapiantato nel cuore della capitale spagnola, onorando in pieno un altro pilastro del suo vocabolario, tratto direttamente dall'inno del club: "Coraje y corazón" (Coraggio e cuore). È una cattiveria agonistica incarnata oggi alla perfezione da gladiatori della retroguardia come Josè Maria Gimenez, o che un tempo sfociava nella prepotenza fisica, a tratti incontenibile, di un bomber come Diego Costa. Questa filosofia si nutre del legame viscerale tra la squadra e la sua gente.
L'Atletico si è sempre percepito come la squadra del popolo e della classe operaia, in eterna e orgogliosa contrapposizione allo sfarzo borghese dei rivali cittadini del Real Madrid. Facendo proprio lo storico motto di Luis Aragonés – "Ganar, ganar y volver a ganar" – il Cholismo ha trasformato prima il catino del Vicente Calderón e oggi il modernissimo Civitas Metropolitano in fortezze inespugnabili. Sugli spalti, il pubblico non è un semplice spettatore, ma il dodicesimo uomo chiamato a spingere il pallone in rete. In un calcio europeo sempre più omologato, l'Atletico Madrid col suo Cholismo rimane un'anomalia splendida. I Colchoneros sono una falange che parla un lessico fatto di sudore e che non ha nessuna intenzione di abbassare la testa.
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