Nella sua carriera di calciatore, Michael Carrick è stato molte cose, ma mai un personaggio chiassoso. Nell’era dei centrocampisti muscolari, dei leader duri e puri e dei numeri dieci travestiti da mezzala, lui faceva come le anatre: apparentemente calmo in superficie, instancabile sotto.
L'icona
Michael Carrick: dagli Spurs all’epopea con il Manchester United

Non sempre visibile, quasi mai spettacolare, eppure sempre presente. E, alla lunga, decisivo. Tanto che oggi il Manchester United ha scelto proprio lui per provare a tornare grande.
Gli Spurs, al centro del gioco ma non della scena

Nato a Wallsend il 28 luglio 1981, cresce nelle giovanili del West Ham ed esordisce con la maglia degli Hammers nel 1998. Ma è nell’estate 2004, quando si trasferisce al Tottenham, che Carrick diventa davvero Carrick.
Lui è un centrocampista in ascesa, ma ancora alla ricerca di una sua identità; gli Spurs non sono ancora tra le grandi, ma ci stanno lavorando: sulla carta, il connubio ideale. L’inizio, invece, è tutto in salita: con Jacques Santini non riesce a trovare spazio, ma finalmente arriva Martin Jol. Sotto la sua guida, Carrick diventa il faro del centrocampo: passa, smista, copre, detta i tempi di gioco senza imporli e fa funzionare la squadra senza diventarne il frontman.
I suoi numeri parlano chiaro: è tra i migliori per passaggi, assist e cross, ma soprattutto è diventato un uomo di cui ci si può fidare. È proprio così che finisce per farsi notare da qualcuno di molto famoso.
Il Manchester United: dove si fa la storia

È il 2006 quando Sir Alex Ferguson lo porta al Manchester United. Un investimento importante in cambio di una responsabilità ancora più grande: raccogliere l’eredità tecnica di Roy Keane.
Il confronto tra i due è così provocatorio da sembrare quasi ingiusto. Ma Carrick reagisce facendo l’opposto di quello che ci si aspetterebbe: non alza la voce, non cerca di imporsi, non imita nessuno. Rimane semplicemente se stesso, e incredibilmente questa scelta funziona.
Fin dalla prima stagione, diventa un perno del centrocampo e si laurea in Premier League. Sarà l’inizio di un ciclo che lo vedrà alzare diciotto trofei, tra titoli nazionali, internazionali e Champions League. Sempre lì nel mezzo, ma quasi mai al centro del racconto.
Michael Carrick, un leader umile
—Ferguson lo fa giocare ovunque: mediano, mezzala, persino difensore centrale, se serve. E Carrick ci sta. È il compagno che permette agli altri di brillare: Rooney, Scholes, Ronaldo, Giggs. Ma anche lui ha i suoi momenti, come la doppietta nel 7-1 alla Roma, in una notte di Champions del 2007.
Nel 2017, con l’addio di Rooney, la fascia di capitano passa a lui. Questa scelta dice tanto su come lo spogliatoio lo percepisce: un leader saldo, più rassicurante che carismatico. L’anno dopo, arriva il momento di salutare il calcio giocato, dopo 12 stagioni, 464 presenze e una bacheca che parla da sola.
Michael Carrick, l’allenatore
—Chi non ha mai voluto essere un calciatore da copertina, difficilmente sceglierà di essere un allenatore da copertina. E, nel momento di sedersi sulla panchina che fu di Sir Alex, Michael Carrick è rimasto quello di sempre.
Oggi come allora, il suo stile non piace a tutti. Nemmeno se, sotto la sua guida, i Red Devils vincono tre partite di fila. Forse, nemmeno se sarà lui quello che riuscirà a convincere Frank Ilett a tagliarsi finalmente i capelli. Ma il futuro è ancora tutto da scrivere e, almeno per adesso, sta a lui decidere come.
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