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Ci sono ferite che il tempo fatica a rimarginare. Per il calcio italiano, le mancate partecipazioni ai Mondiali di Russia 2018 e Qatar 2022 rappresentano uno strappo generazionale ed emotivo che sanguina ancora. Ecco perché la rassegna iridata del 2026 in Stati Uniti, Canada e Messico non è più solo un traguardo sportivo per l'Italia, ma un'autentica, viscerale ossessione. Un "chiodo fisso", per usare le esatte parole dell'uomo chiamato a curare i mali della Nazionale, ovvero Gennaro Ivan Gattuso.
Dal 15 giugno 2025, giorno in cui ha raccolto il pesante testimone lasciato da Luciano Spalletti, Ringhio ha avviato una rivoluzione che non è tanto tattica, quanto profondamente spirituale. Chiamato al capezzale di una squadra sfiduciata, con la benedizione del Capo Delegazione e amico fraterno Gigi Buffon, Gattuso ha deciso di rifondare l'Italia partendo da un dogma fondamentale. A Coverciano non c'è spazio per i fantasmi del passato, ma solo per chi è disposto ad andare a cento all'ora.
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Se c'è una cosa che il nuovo Commissario Tecnico ha trasmesso istantaneamente al gruppo, è l'assenza di alibi. Fin dalla sua prima conferenza stampa, Gattuso è stato chiaro. La maglia azzurra è un privilegio, non un peso. La paura che aveva attanagliato le gambe dei giocatori nelle precedenti gestioni doveva essere esorcizzata attraverso il lavoro duro, l'impegno massimale e la creazione di una vera e propria famiglia.
La Nazionale di Gattuso riflette esattamente il carattere del suo allenatore. Meno fronzoli in mezzo al campo e più concretezza. Una squadra che ama aggredire alta, recuperare il pallone e, soprattutto, che non si disunisce alla prima difficoltà. In questo nuovo assetto, l'empatia ha giocato un ruolo chiave. Gattuso ha lavorato singolarmente sulle teste dei giocatori, ridando fiducia a elementi cardine. Basti pensare a Sandro Tonali, definito dallo stesso CT un centrocampista "più completo di quanto lo fossi io", o a come l'allenatore ha assorbito l'ennesima mazzata, il recentissimo infortunio di Federico Chiesa, costretto a lasciare il ritiro e a saltare la convocazione proprio alla vigilia delle gare decisive. Un'assenza pesantissima che Gattuso ha gestito blindando il gruppo e rifiutando categoricamente di piangersi addosso.
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Tutto il lavoro psicologico e tecnico di questi mesi, però, è destinato a misurarsi con l'esame più spietato che il calcio possa offrire, ovvero i playoff mondiali. Lo spettro di Svezia e Macedonia del Nord aleggia inevitabilmente sull'ambiente, ma l'approccio è radicalmente cambiato.
La semifinale di giovedì 26 marzo contro l'Irlanda del Nord a Bergamo, seguita dall'eventuale e decisiva finale contro la vincente di Galles-Bosnia, ci dirà finalmente di che pasta è fatta questa Italia. Gattuso ha serrato i ranghi, gestendo emergenze pesanti come il forfait di Chiesa e gli acciacchi dell'ultimo minuto di Gianluca Mancini con una calma serafica, chiedendo a chi scenderà in campo di dare il 110%. Non servirà il fioretto in queste notti da dentro o fuori, servirà la sciabola. Servirà l'anima di chi, nel 2006, proprio con quel sudore ha alzato la Coppa al cielo di Berlino. Gattuso lo sa bene. E ora, lo sa anche l'Italia.
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