derbyderbyderby editoriali Italia, da 12 anni schiava e prigioniera di un sistema malato

L'Editoriale

Italia, da 12 anni schiava e prigioniera di un sistema malato

Italia, da 12 anni schiava e prigionera di un sistema malato
Al peggio non c'è mai fine. Dodici anni senza Coppa del Mondo, un sistema fermo e parole fuori luogo: il calcio italiano tocca il punto più basso di sempre
Vincenzo Bellino
Vincenzo Bellino Redattore 

E allora ti ritrovi a pensare che forse il punto più basso non è nemmeno l’ennesima eliminazione, ma tutto quello che ci gira attorno. Il contorno che diventa sostanza quando senti certe parole. Quando senti Gravina permettersi di dire che il calcio è uno sport professionistico mentre gli altri sarebbero dilettantistici, tirando dentro perfino discipline che ogni giorno portano atleti italiani a sacrifici enormi per una maglia che dovrebbe essere rispettata a prescindere. E lì capisci che il problema dell'Italia non è solo tecnico o tattico, ma culturale. Perché chi rappresenta il vertice del sistema dovrebbe essere il primo a difendere ogni atleta azzurro, non a creare gerarchie da bar sport. E invece siamo qui, a commentare l’ennesima uscita fuori luogo, che da sola basterebbe per mettere in discussione una posizione già traballante per i risultati.

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Perché alla fine i risultati restano. E sono lì, impietosi. Dodici anni senza Mondiale. Dodici. Un numero che dovrebbe fare rumore dentro la testa prima ancora che nelle statistiche. E invece sembra quasi che ci siamo abituati, anestetizzati. Come se fosse diventata normalità ciò che normale non è mai stato e non dovrebbe mai diventarlo per una Nazionale che ha quattro stelle sul petto.

E nel frattempo ci perdiamo nelle solite discussioni. Il 3-5-2 troppo difensivo, gli schemi, i sistemi. Come se esistesse davvero una ricetta precisa. Come se fosse una puntata di Masterchef dove basta azzeccare gli ingredienti per vincere. Il calcio non funziona così. È fatto di episodi, di momenti, di scelte prese in un secondo e giudicate per anni. Perché poi la Bosnia ti prende a pallate, sì. Ma l'espulsione di Bastoni cambia il piano gara, Kean ha sul piede il 2-0 e lo spreca. Dimarco e Esposito cestinano occasioni che cambierebbero la partita. E allora cosa facciamo, riduciamo tutto a un sistema di gioco?

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Davvero pensiamo che basti cambiare numeri sulla lavagna per cambiare il destino di una Nazionale che da troppo tempo ha perso identità? È facile dire doveva entrare questo o uscire quello. Doveva giocare lui invece di lui. Ma la verità è che noi non siamo lì. Non siamo dentro quelle scelte. Non abbiamo il peso di decidere in quel momento. E forse dovremmo avere l’onestà di dirlo, prima di trasformare ogni partita in un processo.

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Eppure qualcosa si è visto. Poco, forse. Ma qualcosa. Perché Gattuso che a fine partita difende il gruppo e si complimenta con i suoi non lo fa per retorica. Lo fa perché probabilmente ha intravisto un principio di unità che era mancato. Un tentativo di andare nella stessa direzione. E magari non basta, magari non è sufficiente per vincere, ma dopo anni di confusione anche quel poco assume un valore.

Poi però torni sempre lì. Alla realtà. E la realtà è fatta di numeri. E i numeri non mentono mai. Tre Mondiali consecutivi saltati. Una cosa che non era mai successa a nessuna Nazionale con almeno una Coppa del Mondo in bacheca. Mai. E questo dato dovrebbe bastare a far capire che non siamo davanti a un incidente. Siamo davanti a un sistema che non funziona più.

Perché dopo la Svezia, dopo la Macedonia del Nord, arriva la Bosnia. E non può essere sempre un caso. Non può essere sempre colpa di un episodio o di un singolo errore. Se cambiano gli allenatori, da Ventura a Mancini fino a Spalletti e poi Gattuso, e il risultato resta lo stesso, allora è evidente che il problema è più grande della panchina. È strutturale. È nelle idee, nella programmazione, nella gestione.

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E allora torni al punto di partenza. Perché se al vertice manca la lucidità, manca il rispetto, manca la capacità di leggere la realtà, tutto il resto diventa una conseguenza. E forse l’Europeo del 2021 è stato davvero l’eccezione. Un picco che ha nascosto per un attimo crepe già profonde. Oggi quelle crepe sono voragini. E dentro ci finisce un intero movimento che continua a rimandare, come se ci fosse ancora tempo. Ma il tempo è finito.

Lo dicono quei dodici anni senza Mondiali che pesano come macigni. Lo dice una generazione intera che non ha mai visto l’Italia su quel palcoscenico. E allora è proprio a loro che bisogna parlare. A quei ragazzi che sono cresciuti senza quell’emozione. Non smettete di crederci, perché lo sport vive anche di questo, di fede, di attesa, di sogni che sembrano impossibili e poi tornano reali.

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Ma allo stesso tempo non chiudetevi. Non limitatevi. Perché l’Italia non è solo calcio. È anche altro, è tanto altro. È atletica, è tennis, è pallavolo, è baseball, è Formula 1, è talento che continua a emergere, come quello di Antonelli. (Perdonatemi se ne ho saltato qualcuno, ndr). E forse proprio da lì può nascere qualcosa. Da una contaminazione, da una cooperazione tra sport diversi, da una mentalità nuova che il calcio non ha mai voluto davvero abbracciare.

Perché mentre tutto il resto evolve, cresce, si aggiorna, quello che una volta era il primo sport in Italia è rimasto fermo. A vivacchiare. Quasi nella preistoria. È l’unico che non si è aggiornato davvero. E allora forse la risposta non è solo dentro il calcio. Forse è anche fuori. Basta avere il coraggio di guardare. E soprattutto di imparare.