Come si continua a vincere dopo che hai vinto tutto il possibile? Questa è la vera sfida di Guardiola e del suo Manchester City negli ultimi anni.
Estasi al gol del Manchester City: Guardiola tira un calcio ai pannelli, Kolo Touré si ribalta!
Tenere viva la fiamma è sempre complicato. Tenerla viva dopo dieci anni in cui si è vinto praticamente tutto è una sfida quasi impossibile da vincere. Questo è il paradosso del Manchester City e del suo allenatore, Pep Guardiola: con forse l'allenatore più influente al mondo ed un budget virtualmente infinito, ogni stagione senza trofei finisce inevitabilmente per sembrare un fallimento. Ma come si trovano nuove motivazioni quando hai già conquistato tutto? Come si convince un gruppo di giocatori, nel 2026, che il "meglio" non basta mai davvero, quando il meglio coincide semplicemente con il ripetersi? Perchè il vero problema di Pep Guardiola e del suo City è esattamente questo: non arrivare in cima, ma trovare una ragione per restarci.
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10 anni di City: Guardiola, l'allenatore infinito
Dal suo arrivo all'Etihad Stadium sono passati ormai dieci anni. E in dieci anni Guardiola, con il Manchester City, ha vinto tutto ciò che c'era da vincere: 6 Premier League, 2 Fa Cup, 5 Carabao Cup, 3 Community Shield, 1 Champions League, 1 Supercoppa Europea e 1 Coppa del Mondo per Club. Con un curriculum simile, molti altri allenatori si sarebbero adagiati sugli allori da tempo. E in Italia conosciamo bene il fenomeno: il nostro calcio è pieno di tecnici che vivono ancora dalla rendita costruta su vittorie lontane anni.Caricamento post Instagram...
Quello che ha costruito nella sua carriera basterebba già oggi a consegnarlo all'elite degli allenatori della storia. A 55 anni, se decidesse di fermarsi, lascerebbe comunque un'eredità che il 99% dei tecnici può soltanto sognare. Ma a Guardiola questo non basta. Non sappiamo se sia semplice ossessione o paura di venire dimenticato in fretta. Di certo, ogni stagione sembra spingerlo a trovare un nuovo modo per andare gli altri e soprattutto, oltre sé stesso.
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La normalizzazione della vittoria
Dopo dieci anni e tutti i successi sopra citati, continuare a motivare uno spogliatoio diventa un'impresa complicatissima. Quando i calciatori che alleni hanno alzato tutte le coppe possibili, convincerli che si può fare sempre di meglio diventa utopia. E Guardiola deve combattere anche questa battaglia interna, oltre a tutte le guerre col mondo esterno. Per questo il tecnico sembra cercare nuove sfide tattiche e tecniche ogni anno: la scelta di puntare su Haaland, per esempio, appartiene a questa categoria.
Dopo aver vinto e ripetutamente qualunque trofeo a disposizione nei confini britannici, l'ex tecnico del Barcellona ha visto nell'attaccante norvegese la scelta giusta per conquistare l'Europa. Scelta che ha pagato, visto che il Manchester City è riuscito a sollevare la coppa delle grandi orecchie battendo l'Inter di Simone Inzaghi. Proprio quella Champions League che stava diventando un cruccio per il catalano, colpevole secondo i più di non riuscire a vincere il trofeo senza il supporto di Messi, Iniesta e così via.
E forse è proprio questa la chiave della longevità di Guardiola e del suo City: impedire alla vittoria di diventare un'abitudine. Perchè quando una squadra domina a lungo, il rischio non è perdere qualità fisiche o tecniche, ma di perdere tensione emotiva, e non sentire più quella necessità di vincere. E Guardiola sembra averlo capito prima di tutti. E forse proprio per questo il City cambia continuamente pelle. Nonostante i successi, la squadra di Manchester cambia continuamente pelle: ogni stagione porta con sè nuovi calciatori, nuove idee tattiche, nuove richieste a chi c'era già.
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