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Nessuna partita è immune al suo contesto di appartenenza. Così il calcio diventa inseparabile da politica, potere e cultura. Si parla molto del legame torbido e preoccupante fra Gianni Infantino e Donald Trump, in cui l'organo principale del calcio globale (FIFA) è completamente asservito alle logiche di potere del Presidente USA. Potere ma anche denaro, che rende dipendente l'istituzione mondiale dai paesi arabi concedendo manifestazioni importanti e chiudendo due occhi sulle violazioni di diritti umani attuate.
Nella competizioni si operano così esclusioni parziali di stati genocidari e in guerra, si operano campagne "umanitarie" o anti discriminatorie superficiali e non sistemiche. Lo sport più popolare al mondo, per il suo enorme portato simbolico e valoriale, diventa così uno strumento di soft power da utilizzare per le proprie campagne politiche e per nascondere sotto il tappeto le atrocità commesse. Un caso esemplificativo di ciò si trova alle origini di Colombia-Francia, una sfida amichevole (entrambe le nazionali sono già qualificate ai Mondiali) in programma il 29 marzo negli USA.
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