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Una maglia che pesa, un ruolo che entusiasma. Oramai da quasi un anno, Carlo Ancelotti ha scelto di sposare la causa della nazionale brasiliana, ponendo - chissà se definitivamente - fine all'esperienza coi club. Il tecnico ex Real Madrid e Milan, tra le altre, ha analizzato all'Equipe il suo ruolo di Commissario Tecnico, dimostrandosi concentrato e motivato. Nonostante questo, la distanza dai suoi calciatori è un fattore da considerare, più a livello umano che tecnico.
Il Brasile ha vinto 5 volte il Mondiale, più di ogni altra Nazionale. Per questo, e non solo, è considerato un privilegio da chiunque allenarla. Carlo Ancelotti, che in carriera non può negare di essersi divertito, avendo allenato tutte le più importanti squadre dei vari campionati, analizza con gioia questo ruolo: "È tutto cambiato. Prima vedevo i miei giocatori ogni giorno, ora solo ogni due o tre mesi. Devo adattarmi, ma oggi abbiamo strumenti che permettono di restare in contatto costante".
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Non sembra avere dubbi sulla Seleçao dato che per Ancelotti: "Il Brasile è l’unica nazionale che tutti amano". Nonostante il fascino del ruolo, non può nascondere che sia complicato vedere i calciatori poche volte l'anno, facendo venir meno il contatto quotidiano che è caratteristico di quando si allena un club: "È importante sapere come stanno, sia fisicamente che mentalmente".
Gli è sempre stato riconosciuta la capacità di cementificare uno spogliatoio, creando ambiente positivo. L'etichetta di gestore, più che allenatore non pensiamo gli dia eccessivamente fastidio. A maggior ragione adesso, da "selezionatore" di talenti, gli vengono richieste valutazione e analisi. Carlo Ancelotti, comunque, non percepisce troppo stress e rivela: "Quando arrivano in nazionale, i giocatori sono felici. Indossare la maglia del Brasile è qualcosa di speciale".
Un ricordo particolare, infine, per chi rimane legato alle sue radici italiane è quello che corre veloce alla finale del Mondiale 1970, quando si incrociarono Brasile e, appunto, Italia. Ci fu un giocatore che impressionò l'undicenne Carlo: "Rimasi colpito da Pelé, il più grande di tutti. Certo, da italiano fu dura vedere quella sconfitta, ma era impossibile non amare quella squadra".
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