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A volte, un soprannome può essere una sentenza. È stato così per Ron Harris, detto “Chopper”, la mannaia. Leggenda di un calcio inglese ancora duro e puro, di cui rimane tutt’ora uno degli interpreti più fedeli, Harris è un uomo di poche parole e di un solo club: il Chelsea, di cui fu difensore, capitano e simbolo. Una storia d’amore totalizzante, ma nella carriera e nella vita di un uomo questo non preclude un piccolo flirt. Perché sì, Ron Harris è stato anche un giocatore del Brentford.
Nato a Stamford Hill il 13 novembre del 1944, da ragazzino Harris era un tifoso dell’Arsenal. Madre Natura gli aveva donato forza fisica e resistenza atletica, insieme a una certa incoscienza, fondamentale per sfondare nel calcio di allora, nel pieno del suo fulgore brutale. Così, nel 1959, arriva la chiamata del Chelsea. Avrebbe indossato la maglia dei Blues per i successivi 19 anni, collezionando 759 presenze ufficiali. Un numero impressionante, paragonabile solo a un “ti amo” ripetuto ogni mattina.
La sua carriera da professionista decolla: Ron gioca in tutte le giovanili, fino ad arrivare ad alzare la FA Youth Cup con l’Under20 nel 1961. È così che viene notato da Tommy Docherty, che nella stagione successiva lo fa debuttare in prima squadra.
Il Chelsea degli anni Sessanta e Settanta è un club che vuole crescere, e per farlo si affida a uomini che non hanno paura di sporcarsi le mani. Harris è il volto di quel progetto. Anche grazie a lui, il Chelsea si aggiudica un 2° posto in Seconda Divisione, che vale il ritorno in massima serie. Sarà l’inizio di un periodo d’oro, che culminerà con la vittoria in Coppa delle coppe nel 1971, contro un grande Real Madrid.
Non è elegante, né raffinato, e nemmeno particolarmente interessato a esserlo. Però, a dispetto dei suoi 173 cm di altezza per 75 kg di peso, è temuto. E, in quel calcio, essere temuti equivale a essere rispettati. I suoi silenzi, i tackle duri e l’attitudine a “falciare” gli avversari gli valgono ben presto il soprannome di "Chopper", di cui, anche per sua stessa ammissione, è sempre andato piuttosto fiero.
Dopo la finale di FA Cup 1966/67, persa per 2-1 contro il Tottenham in un derby tutto londinese, ne arriva finalmente un’altra nel 1969/70, contro il Leeds. Vince il Chelsea, con una rete di Webb allo scadere del primo tempo supplementare. La partita passerà alla storia come la più violenta mai disputata nel torneo, e Chopper Harris come il primo capitano dei Blues a sollevarne il trofeo. E rimarrà l’unico fino al 1997.
Poi, quasi in sordina, arriva il Brentford. È il 1977, Ron Harris ha 33 anni, e una carriera che sembra avergli già dato tutto quello che poteva dare. Il passaggio ai Bees dura una stagione soltanto: una parentesi breve, che sembra quasi stonata rispetto ai suoi recenti trascorsi.
Il Brentford di fine anni Settanta è tutto un altro mondo: meno rumore, meno aspettative, meno tutto. Chopper è ancora Chopper, anche a Griffin Park, ma non è arrivato per lasciare il segno. È lì per chiudere un cerchio: alla nuova squadra porta esperienza, un nome e anche una certa idea di calcio, che però inizia a essere un po’ superata. Presta il suo servizio come un bravo veterano: questa volta non è una storia d’amore, ma una convivenza civile. Un’ultima stagione prima di uscire di scena.
È qui che per lui deraglia la definizione di doppio ex: il Brentford fa parte del suo percorso, ma non del suo mito, in cui figura solo come una nota a piè di pagina, e per i Bees è un ex solo per motivi anagrafici. Per il Chelsea, invece, è un ex solo sulla carta, perché dal Chelsea non è mai davvero andato via.
Ron Harris, in arte Chopper, è sicuramente uno di quei personaggi che oggi definiremmo “divisivi”. Sempre disponibile a partecipare a eventi benefici e a raccontare aneddoti con il suo marcato accento cockney e il suo sorriso storto, guardare alla sua carriera significa anche accettare che un giocatore così non potrebbe esistere più.
Simbolo di un’era in cui il pallone era un gioco per la working class e praticato dalla working class, Harris rimane una figura scomoda, ruvida, impossibile da addolcire. Eppure, il Chelsea continua a riconoscersi in lui: nel suo prime time, arrivò a guadagnare non più di 295 sterline a settimana; oggi a Stamford Bridge c’è una suite con vista sul campo che porta il suo nome.
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