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Lo stigma della salute mentale è diffuso in ogni branca delle società. È una questione intersezionale che porta con sé un grande varietà di tematiche valoriali, culturali, politiche ed economiche. Il calcio è un ambito che nell'immaginario collettivo esula sempre, in un certo qual modo, dalle logiche sociali. L'etichetta di sport permette al gioco del pallone di nascondere sotto il tappeto questioni di grande rilevanza e importanza come le nuove demografie nazionali, l'omosessualità e la salute mentale. Media e tifosi fingono che queste realtà non esistano nel calcio e quando fuoriescono esigenze individuali e collettive di questo tipo, la reazione è stigmatizzante. L'apparente ignoto confonde e spaventa.
Tuttavia, grazie anche all'avvento di canali di comunicazione più accessibili come i social, discutere di questi argomenti diventa ogni giorno sempre meno di nicchia. Anche i calciatori non sono ovviamente esenti da queste logiche e le loro voci iniziano ad essere molteplici. In questa stagione ha avuto molta rilevanza l'episodio accaduto a Ronald Araujo, capitano del Barcellona. Il fatto che una figura così rilevante nello sport abbia affrontato apertamente il delicato tema della salute mentale, ha avuto forti ricadute nell'affrontare dialetticamente il problema. Non è un caso infatti che il centrale del Barça abbia appena concesso un'intervista al programma "Universo Valdano" di Movistar, in cui il calciatore ha parlato nel merito del suo stop a dicembre.
Il capitano del Barcellona infatti si era preso una pausa dal calcio giocato dopo un'espulsione shock in Chelsea-Barcellona del 25 novembre. In accordo con la società blaugrana, il nazionale uruguaiano aveva scelto di rimanere fuori dal campo a tempo indeterminato, finché non si sarebbe sentito meglio. Ronald Araujo è tornato a calcare il prato da gioco il 21 gennaio contro lo Slavia Praga e da quel momento ha ricominciato il suo percorso col Barça, culminato con la rete della vittoria una settimana fa al Rayo Vallecano.
Per Movistar, il capitano ha così parlato del periodo difficile, dello stop e del bisogno di essere aiutato: "Sapevo che qualcosa non andava e che le cose non funzionavano. Inizia a sentirti più depresso e poi non ti sembra di sapere davvero cosa puoi fare in campo e cosa puoi dare alla squadra. Torno a casa con tutto lo stress e percepisco una barriera tra me e la mia famiglia, a cui sono molto legato. Nonostante sentissi che qualcosa non andava cercavo comunque di andare avanti, forse perché siamo gente di campagna e mostrare i sentimenti è complesso. Non riesci a chiedere aiuto".
Inoltre ha aggiunto: "È stato davvero difficile per me ammettere di aver bisogno di lavorarci su, di chiedere aiuto ad un professionista. Tuttavia, c'è stato un momento in cui ho detto "basta", ovvero nel match contro il Chelsea. Tuffarsi in quel modo dopo aver ricevuto un cartellino giallo era una follia e allora mi sono detto davvero che qualcosa non andava e rientrando negli spogliatoi ho deciso di ricevere aiuto, parlandone anche con mia moglie. Non è stato facile ma ho imparato molto. Sono maturato, c'erano cose che dovevo imparare".
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