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Nel calcio, come nella vita, c'è qualcosa di crudele e poetico allo stesso tempo nella figura dell'"ex". Un uomo, due spogliatoi, due versioni della stessa storia che spesso combaciano poco o nulla. Nel caso di Fiorentina-Inter, quell'uomo è Francesco Toldo: vicecampione d'Europa nel 2000, un campionato cadetto e ben 5 Coppa Italia, 4 Supercoppa Italiana, 5 scudetti e una Champions League con l'Inter di José Mourinho in bacheca. Un giocatore di una certa statura, fisicamente e metaforicamente, con un doppio passato: in viola e in nerazzurro.
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Non si può nominare Toldo senza pensare a Euro 2000: le parate contro l'Olanda, la sensazione che la porta fosse inviolabile e il sogno appena sfiorato con la punta delle dita. Ma anche prima di tutto questo l'estremo difensore padovano era qualcuno. Classe 1971, era arrivato in prestito alla Fiorentina, appena retrocessa in Serie B, nel 1993. Non è ancora lo specialista che parerà 6 rigori su 6 alla Nazionale Orange, ma le sue mani sembrano già calamitare la palla, e anche con i piedi non è così male. Titolare dalla prima stagione, rimarrà in viola per 8 anni anni.
L'anno successivo, insieme alla Fiorentina neopromossa, esordisce in Serie A, e la squadra decide di riscattare interamente il su cartellino al Milan, dove aveva iniziato con le giovanili. Anche grazie al suo contributo, il club toscano vola: proprio nell'annata 1995/96 arriva il primo trofeo, la Coppa Italia, a cui segue la Supercoppa Italiana 1996. Ma, soprattutto, diventa un punto di riferimento per una squadra che, nonostante gli alti e bassi, aveva un'identità forte e fiera.
Sotto la guida di Giovanni Trapattoni, nel 1999 esordisce anche in Champions League, dove riesce per ben due volte a fermare un calcio piazzato di Nwankwo Kanu. E nel 2001, con Roberto Mancini in panchina, alza la sua seconda Coppa Italia, la sesta in assoluto per la squadra toscana.
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Intanto, arrivano i guai finanziari per Vittorio Cecchi Gori, e la Fiorentina è costretta a mettere sul mercato i suoi giocatori migliori. All'Inter serve un portiere affidabile, così, dopo le trattative sfumate con Barcellona e Parma, nell'estate 2001 si trasferisce a Milano. Per averlo, il Biscione ha sborsato ben 55 miliardi di lire, una cifra che fino a quel momento sembrava impensabile per un giocatore del suo ruolo.
Superata la cocente delusione del 5 maggio, Toldo si prende una rivincita personale nel derby d'Italia del 19 ottobre 2002: durante i minuti di recupero, con l'Inter è sotto di un gol, si spinge in attacco e indirizza in porta un pallone, che Christian Vieri intercetta e butta dentro. Un intervento sontuoso, in un periodo in cui le soddisfazioni, per lui e per la squadra, stentano ad arrivare.
In panchina, Hector Cuper lascia il posto ad Alberto Zaccheroni, poi finalmente nel 2004 arriva Roberto Mancini: sotto la guida del tecnico di Jesi, Toldo si porta a casa il primo trofeo in nerazzuro, la Coppa Italia, a cui segue una Supercoppa Italiana da titolare indiscusso. Per lui, però, sta per aprirsi un nuovo capitolo: la convivenza ingombrante con Julio Cesar. Parteciperà comunque al ciclo di successi firmati Mancini (tre scudetti, un'altra Coppa Italia e un'altra Supercoppa Italiana), ma come attore non protagonista.
Uno dei tratti più interessanti della sua carriera sta proprio qui: per l'Inter, Francesco Toldo non si trasformerà mai in un problema, ma sarà sempre parte della soluzione, accettando un ruolo diverso da professionista. Proprio con questo spirito, si inserisce nella squadra di José Mourinho, dando il suo contributo nel porre le basi che porteranno alla storica cavalcata del Triplete 2010. In quella estate, convinto di non avere più nulla da chiedere al calcio giocato, annuncia il suo ritiro, all'età di 38 anni.
A Firenze come a Milano, Francesco Toldo non è un personaggio divisivo. Non è un ex che riaccende polemiche o riapre ferite, è semplicemente un uomo che ha vissuto due relazioni sentimentali uniche, in due diverse stagioni della sua vita. La Fiorentina è stato il primo amore, quello romantico, delle prime volte, con la maglia viola è diventato grande. Quello con l'Inter, invece, è stato un legame più adulto, con meno slanci e più consapevolezza. Proprio per questo, non viene considerato un traditore, né da una parte né dall'altra.
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