Da Gianni Agnelli a Sergio Cragnotti, dalla doppietta del 1990 alla Lazio di Signori e Gascoigne: la storia di Dino Zoff, protagonista a Torino e a Roma.
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Il 28 gennaio 1997 Dino Zoff torna ad allenare la Lazio. Non è una novità assoluta: l’aveva già fatto per quattro stagioni. Il particolare, semmai, è che da quasi tre anni ne è anche il presidente. Sergio Cragnotti ha appena esonerato Zdeněk Zeman, dopo la sconfitta casalinga contro il Bologna, e per trovare il sostituto non ha dovuto guardare lontano. Ha chiamato Zoff, che nel 1994 aveva lasciato proprio a Zeman la panchina per trasferirsi dietro una scrivania.
Il primo giorno a Formello comincia con un incontro tra i due. Poi Zoff parla per mezz’ora alla squadra e dirige l’allenamento. Indossa la tuta blu della Lazio, una maglietta dello stesso colore e un impermeabile sportivo. Anche il cordoncino del fischietto è blu, annota Stefano Boldrini sull’Unità del giorno successivo. Il nuovo allenatore-presidente annuncia pochi cambiamenti, ma significativi: il 4-3-3 di Zeman lascia spazio al 4-4-2, mentre la difesa dovrà rinunciare alla ricerca sistematica del fuorigioco.
Zoff non sembra particolarmente felice di essere tornato in campo. Ai giornalisti spiega che la decisione è stata dettata dalla necessità, non da una sua ambizione personale, e che avrebbe preferito continuare a svolgere il proprio incarico dirigenziale. Sa di assumersi una responsabilità considerevole, senza particolari garanzie di ricavarne un vantaggio. Il presidente chiamato a sostituire l’allenatore appena esonerato si trova infatti in una posizione delicata: se la squadra continuerà a perdere, toccherà a lui risponderne in entrambe le vesti.
Del resto, Zoff ha già conosciuto da vicino le decisioni prese ai vertici di una società. Sette anni prima ne aveva subita una alla Juventus, con una differenza sostanziale: allora era stato lui a dover lasciare la panchina.
Due coppe e un licenziamento
Nel gennaio 1990 Gianni Agnelli convoca Zoff nella sua villa sulle colline torinesi. La Juventus è ancora impegnata in campionato, Coppa Italia e Coppa UEFA, ma l’Avvocato vuole comunicargli una decisione già presa: a giugno la squadra avrà un nuovo allenatore. Il prescelto è Gigi Maifredi, che con il Bologna si è guadagnato una reputazione da innovatore. Zoff, arrivato sulla panchina juventina nel 1988 per volontà di Giampiero Boniperti, non sarà confermato.In un’intervista concessa molti anni dopo a Malcom Pagani, Zoff ricorderà bene quella visita. Era la prima volta che entrava in casa Agnelli e sarebbe stata anche l’ultima. Il colloquio gli aveva lasciato una profonda amarezza: l’Avvocato aveva parlato di rinnovamento, facendogli capire che tra le cose da cambiare c’era anche la guida tecnica. Scendendo dalla collina, Zoff si era accorto di essere arrabbiato. Non era soltanto una questione di orgoglio professionale: alla Juventus aveva trascorso una parte considerevole della propria vita, prima in campo e poi in panchina.
Il rapporto era cominciato nel 1972, quando era arrivato dal Napoli a trent’anni. Con la maglia bianconera aveva vinto sei scudetti, due Coppe Italia e la Coppa UEFA del 1977, primo trofeo internazionale ufficiale del club. In undici stagioni non aveva saltato una sola partita di campionato: 330 presenze consecutive con la Juventus, prima di ritirarsi nel 1983. Nel 1982, a quarant’anni, aveva alzato anche la Coppa del Mondo da capitano dell’Italia. Dopo il ritiro era rimasto a Torino, inizialmente nello staff tecnico e poi come allenatore dei portieri, prima di guidare la Nazionale olimpica fino alla qualificazione per Seul 1988 e tornare alla Juventus per allenare la prima squadra.
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Nonostante la certezza di dover lasciare il posto a Maifredi, Zoff conclude infatti la stagione con due coppe. Il 25 aprile 1990 la Juventus vince la Coppa Italia battendo il Milan di Sacchi a San Siro con un gol di Roberto Galia. Il 16 maggio arriva anche la Coppa UEFA, conquistata contro la Fiorentina dopo il 3-1 dell’andata e lo 0-0 del ritorno ad Avellino. La doppietta non modifica i programmi della società: Maifredi arriva comunque, insieme a un nuovo assetto dirigenziale, mentre Zoff lascia Torino con due trofei appena conquistati e una separazione tutt’altro che serena.
La Lazio di Calleri e il ragazzo arrivato dal Foggia
A Roma lo aspetta Gianmarco Calleri, presidente di una Lazio che sta ancora cercando di lasciarsi alle spalle gli anni più difficili. Nel 1986-87 i biancocelesti avevano rischiato la Serie C, partendo con nove punti di penalizzazione per il Totonero. Il gol di Giuliano Fiorini contro il Vicenza aveva evitato la retrocessione diretta; la salvezza era arrivata agli spareggi, con la vittoria decisiva sul Campobasso a Napoli. Eugenio Fascetti aveva riportato la Lazio in Serie A nel 1988 e Zoff, arrivato due anni dopo, riceve l’incarico di consolidarne la crescita.Le prime stagioni sono tranquille, almeno nei risultati: undicesimo posto, poi decimo. In squadra ci sono Ruben Sosa e Karl-Heinz Riedle. Nel 1991 arriva Thomas Doll, centrocampista tedesco di talento, mentre l’anno successivo sbarca a Roma Paul Gascoigne, dopo che un grave infortunio al ginocchio ne aveva ritardato il trasferimento dal Tottenham. L’inglese è un talento difficile da tenere a bada e Zoff, poco incline alle esagerazioni, deve confrontarsi con un giocatore capace di inventare una giocata straordinaria e di complicarsi la vita poche ore dopo. Ne parlerà sempre con affetto, pur ricordando quanto potesse essere impegnativo gestirlo.
Nel frattempo la Lazio ha cambiato proprietario. Nel febbraio 1992 Cragnotti ha acquistato il club da Calleri e comincia a investire. Dal Foggia arriva Giuseppe Signori, che con Zeman ha imparato a muoversi in un attacco rapido e aggressivo. Al primo anno a Roma segna ventisei gol e diventa capocannoniere. La Lazio chiude il campionato 1992-93 al quinto posto, tornando nelle coppe europee dopo quindici anni, mentre la stagione successiva arriva terza, dietro Milan e Juventus. È il miglior risultato ottenuto da Zoff sulla panchina biancoceleste, ma Cragnotti vuole una squadra ancora più spettacolare e ha già individuato l’allenatore al quale affidarla: proprio Zeman.
Un miliardo di lire e una scrivania nuova
Il 29 marzo 1994 arriva una soluzione insolita. Cragnotti annuncia che Zoff diventerà presidente della Lazio. L’accordo viene raggiunto negli uffici della Banca di Roma, vicino a via del Corso, e prevede un compenso di un miliardo di lire all’anno, duecento milioni in più rispetto allo stipendio da allenatore. La stampa dell’epoca dedica ampio spazio alla nomina e alla particolare scelta di Cragnotti, intenzionato ad affidare la gestione quotidiana del club a un uomo di fiducia. Zoff accetta un incarico completamente diverso da quello ricoperto fino a quel momento.Il passaggio diventa ufficiale a fine giugno. Zeman prende possesso della panchina e porta a Roma il suo 4-3-3, fondato sul pressing, sul movimento continuo e su una linea difensiva molto alta. La prima Lazio del boemo è una macchina da gol: ne segna otto alla Fiorentina, sette al Foggia, cinque al Napoli e al Padova. All’Olimpico batte 3-0 anche la Juventus di Lippi, che a fine stagione vincerà lo scudetto davanti ai biancocelesti.
Dalla tribuna presidenziale Zoff osserva una squadra profondamente diversa da quella che aveva allenato. Quando il meccanismo funziona, gli avversari vengono travolti; quando qualcosa si inceppa, la difesa concede spazi enormi. I risultati, però, sostengono il progetto: secondo posto nel 1995, terzo nel 1996. Poi cominciano le difficoltà. All’inizio del campionato 1996-97 la Lazio perde le prime due partite e Zoff difende pubblicamente Zeman, escludendo l’ipotesi dell’esonero e invitando ad avere pazienza. Quattro mesi più tardi, dopo la sconfitta interna contro il Bologna, Cragnotti decide di cambiare e il presidente che aveva difeso l’allenatore si ritrova a prenderne il posto.
Il presidente salva la stagione, poi torna presidente
La scelta funziona. Zoff modifica il sistema di gioco, rende la Lazio più prudente e recupera terreno in classifica. In sedici giornate arrivano nove vittorie, cinque pareggi e due sconfitte: i biancocelesti chiudono quarti e si qualificano alla Coppa UEFA. Cragnotti può così affidare la panchina a Sven-Göran Eriksson, mentre Zoff torna alla presidenza dopo aver rimesso in sesto una stagione che sembrava compromessa.Nel marzo 1997, durante quella parentesi da allenatore-presidente, Zoff riflette pubblicamente sulla successione di ruoli ricoperti nella propria carriera. Non considera il passaggio dalla panchina alla presidenza una rottura con il proprio passato sportivo, ma una diversa forma di partecipazione alla vita della squadra. Continua a frequentare gli spogliatoi e i campi di allenamento, mantenendo un rapporto diretto con l’ambiente che conosce da una vita.
Con Eriksson la Lazio continua a crescere. Nel 1998 conquista la Coppa Italia battendo il Milan nella doppia finale, primo trofeo dell’era Cragnotti. Pochi mesi dopo Zoff lascia la società per diventare commissario tecnico della Nazionale. La sua Italia arriva alla finale dell’Europeo 2000 e contro la Francia conduce fino ai minuti di recupero, quando Wiltord pareggia. Nei supplementari Trezeguet segna il golden gol. Dopo le critiche di Silvio Berlusconi, Zoff decide di dimettersi e torna a Roma, dove riprende un incarico dirigenziale alla Lazio, nel frattempo diventata campione d’Italia.
La squadra dispone di una rosa con Nesta, Verón, Nedvěd, Crespo, Simeone e Mihajlović, ma quando Eriksson lascia la panchina nel gennaio 2001 per assumere la guida della Nazionale inglese, Cragnotti ha ancora bisogno di un allenatore. Si rivolge nuovamente a Zoff, che comincia così il suo terzo periodo sulla panchina biancoceleste, dopo le quattro stagioni dal 1990 al 1994 e la parentesi del 1997. Stavolta l’obiettivo è inseguire la Roma di Fabio Capello, che sta guidando il campionato.
La Lazio recupera terreno e rimane in corsa per il titolo fino alle ultime giornate. Il 27 maggio 2001 affronta l’Inter sul campo neutro di Bari: Crespo segna nel primo tempo, ma i biancocelesti non riescono a chiudere la partita e al 91’ Stéphane Dalmat trova il pareggio. Finisce 1-1, un risultato che Zoff ricorderà tra i rimpianti della rincorsa alla Roma, destinata a vincere lo scudetto. La Lazio chiuderà terza, dietro anche alla Juventus.
L’estate porta altri cambiamenti. Nedvěd viene ceduto proprio ai bianconeri, mentre Cragnotti acquista Mendieta dal Valencia. Il campionato successivo comincia con tre pareggi e il 16 settembre 2001 Zoff viene esonerato, lasciando il posto ad Alberto Zaccheroni. È la sua ultima esperienza sulla panchina laziale. Allenerà ancora la Fiorentina per alcuni mesi nel 2005, prima di fermarsi definitivamente.
Uno spogliatoio mai lasciato davvero
Quando nel marzo 1997 gli viene chiesto quanto sia stato difficile tornare ad allenare dopo quasi tre anni trascorsi alla presidenza, Zoff non considera il rientro in panchina un vero cambiamento. Il suo legame con lo spogliatoio non si è mai interrotto, nemmeno durante gli anni trascorsi dietro una scrivania. La presidenza gli ha imposto responsabilità diverse, senza allontanarlo dalla quotidianità della squadra.
A Torino aveva trascorso undici stagioni tra i pali e altre due sulla panchina, prima che la Juventus decidesse di cambiare allenatore. A Roma aveva cominciato guidando una squadra reduce da anni difficili, era diventato presidente e sarebbe stato richiamato ancora una volta ad allenare, nel 2001. Tra Juventus e Lazio, tra campo e scrivania, i suoi incarichi erano cambiati più volte. Lo spogliatoio, invece, era rimasto un luogo familiare, al quale non aveva mai smesso di appartenere.
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