derbyderbyderby editoriali Dzeko, il cigno di Sarajevo: a 40 anni, è lui il pericolo numero uno per l’Italia

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Dzeko, il cigno di Sarajevo: a 40 anni, è lui il pericolo numero uno per l’Italia

Dzeko
Il bosniaco ha fame. L'Italia è avvisata: l'ex Roma farà di tutto per riportare il Mondiale alla sua Nazione
Federico Grimaldi
Federico Grimaldi

Ancora lui, sempre lui. Edin Dzeko, alla veneranda età di 40 anni, è pronto a mettersi sulle spalle un'intera Nazione. Il suo obiettivo? Portare la Bosnia al suo secondo Mondiale della storia. Nel 2014, il primo: ora l'occasione ghiotta di entrare dalla porta principale mandando all'inferno il Paese che lo ha cullato negli ultimi anni. Da Roma a Firenze, Dzeko ha trovato la sua casa in Italia: è stato uno dei migliori attaccanti dell'ultimo decennio. Goleador nella Capitale, costante a Milano: il bosniaco ha lasciato il segno in ogni regione d'Italia. Se lo ricorderanno con meno dolcezza a Firenze, dove ha abbandonato la nave a gennaio. Il playoff di martedì lo metterà di fronte alla sfida più difficile della sua carriera e forse, anche l'ultima. Ma il cigno di Sarajevo ha tutta l'esperienza e la capacità di saper pungere al momento opportuno: il suo curriculum parla da sé.

La Bundesliga col Wolsfburg e la convivenza con Balotelli al City

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La Bosnia come sua prima Nazione, poi la Germania. Quella stessa Germania che gli ha regalato la prima grande gioia della sua carriera: la Bundesliga con il Wolsfburg. Era un Dzekogiovane, pieno di speranze e sogni. Ma subito capace di essere decisivo: insieme a Grafite, ha composto un attacco da sogni che ha riportato il campionato ai tedeschi dopo più di 30 anni. Un'impresa adatta solo ai campioni. I gol, uniti alla tecnica, hanno convinto Mancini a farlo portare con se al Manchester City: una squadra, ancora agli inizi del proprio cammino. Nel 2010, infatti, i citizens erano in ascesa ma ancora incompiuti.

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Da poco, infatti, era arrivato il fondo arabo che in poco tempo cambiò la storia della parte blu di Manchester. E anche in Inghilterra, ci mise poco ad entrare nelle grazie dei tifosi: Premier League, coppia da sogni con Tevez e la palma di uno dei giocatori più completi dell'intera lega. Quattro anni in blu, poi i problemi con la nuova gestione: Dzeko non si sentiva più una prima scelta, diventato ormai quasi un peso per la squadra. Ma a 28 anni, la carriera non può considerarsi conclusa, soprattutto per un attaccante come lui. Una chiamata, quella di Sabatini, lo convinse a prendere una scelta che gli cambiò la vita: venire in Italia e abbracciare i colori giallorossi. Mai scelta fu più saggia.

Capocannoniere a Roma e l'oblio a Firenze: l'Italia secondo Dzeko

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Migliaia di tifosi all'aeroporto, macchine usate come tavolini per vedere meglio: l'arrivo a Roma di Dzeko è uno degli eventi più memorabili degli ultimi anni nella Capitale. Acclamato come un campione, le aspettative erano alte: i giallorossi avevano puntato su di lui per tornare a sognare. Da scarto del City, il bosniaco voleva solamente una cosa: fare gol e smentire i detrattori. L'esame giallorosso forse è stato quello più difficile nella sua carriera. Non per come è andata ma per come è iniziata. Il gol alla Juve di testa alla terza giornata aveva fatto breccia nei cuori dei tifosi, poi il nulla: Dzeko non è riuscito a mantenere il livello che ci si aspettava. Pochi gol e tante occasioni sbagliate davanti la porta. In molti pensavano ti aver preso un abbaglio, ma non lui, non Dzeko. Il bosniaco aveva solo bisogno di tempo. La Roma glielo ha dato e lui lo ha ripagato: 28 gol in A, capocannoniere e perle memorabili come quella al volo contro il Chelsea allo Stamford Bridge.

In due anni era riuscito a ribaltare le critiche e a diventare parte dell'ossatura della squadra guidata da Di Francesco. Ma ciò non era abbastanza: il bosniaco voleva vincere un trofeo. La Coppa Italia era diventata una maledizione, il campionato anche. Ma la Champions, all'improvviso, era diventata alla portata: la rimonta storica col Barcellona e quella semifinale - con un arbitraggio discutibile - contro il Liverpool, aveva fatto sognare ad occhi aperti lui, Roma e un'intera città. Con quel sogno sfiorato, era arrivato il momento di cambiare area. Più a nord, all'Inter. Li il bosniaco riscopre il sapore della vittoria: Coppa Italia e Serie A. Senza considerare - ancora una volta - quella Champions, persa solamente in finale contro il City. La Fiorentina, il suo ultimo assaggio di Italia. Non è andata come sperato: pochi minuti, tante storie tese e saluti finali a gennaio, dove Dzeko ha deciso di tornare in quel Paese che tanto gli voluto bene; la Germania, più precisamente allo Shalke 04.

Dzeko, l'ultimo canto del cigno

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Lo Schalke per amore, non per soldi. Qui Dzeko guadagna meno, ma non è una scelta di comodo: è fame, è bisogno di sentirsi ancora vivo. Vuole l’odore dell’erba, l’attesa prima del fischio, quella tensione che solo il calcio sa dare. A 40 anni non è finita, e lui lo sa. La missione è chiara, quasi epica: portare una piccola Nazione sul palcoscenico dei grandi. Facile o impossibile non fa differenza.

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Dzeko affronterà tutto come sempre, con la tenacia dei campioni. L’Italia non deve temere lo stadio o il clima di Zenica, ma il cuore di questa squadra. Dzeko è la guida, l’uomo a cui affidarsi quando il pallone scotta. Il suo ultimo canto non è ancora scritto. E potrebbe essere tutt’altro che silenzioso