La Juventus nella testa di Sarri e la Juventus di Sarri che va in campo: scopri le differenze

La Juventus nella testa di Sarri e la Juventus di Sarri che va in campo: scopri le differenze

Una scintilla tattica e psicologica di fatto mai scoccata…

di Redazione DDD

di Max Bambara –

La sconfitta imprevista della Juventus in Champions League sul campo del Lione ha scatenato dibattiti e polemiche. La Juventus ha certamente tutte le possibilità di passare ancora il turno in Coppa, dato che la sconfitta di misura è ampiamente rimediabile fra le mura amiche dello Stadium; tuttavia appare abbastanza evidente come la scintilla magica fra il club, la squadra e Maurizio Sarri non sia mai realmente scoccata. Questione di alchimia probabilmente, ma anche di modi di essere, di visione delle cose e della realtà. Agnelli e Sarri, presidente ed allenatore, sono infatti due mondi completamente opposti, due approcci all’essenza calcistica distintissimi nella loro rispettabile diversità. Proprio qualche giorno fa, in un’intervista alla trasmissione radiofonica “Tutti Convocati”, il presidente della Juventus ha chiarito che “Sarri deve vincere”. Non importa come, non importa il gioco, conta solo ed esclusivamente la vittoria. Verrebbe da chiedere ad Andrea Agnelli per quale ragione abbia preso Sarri a giugno scorso visto che negli ultimi 5 anni, sulla panchina bianconera, c’era un allenatore che aveva vinto 5 scudetti consecutivi.

Ad Allegri si rimproverava uno stile di gioco non adatto al calcio europeo, ma sul piano dei risultati il suo contributo era assolutamente incontestato ed incontestabile. Il cambio da Allegri a Sarri nasceva con questi presupposti e per queste motivazioni, ossia una Juventus che doveva provare ad avere un’impronta di gioco diversa, più adatta al fraseggio ed al palleggio, meno schiava dei solisti di turno. Dal punto di vista cronistico, bisogna registrare invece che nel mese di febbraio il massimo rappresentante del club torinese pare aver già mutato indirizzo. Il gioco non è più un’esigenza così forte, conta solo la vittoria in pieno stile bianconero che, da sempre, si fregia del suo slogan bonipertiano “vincere è l’unica cosa che conta”. In tutto questo Sarri appare un pesce fuor d’acqua. Il tecnico ex Napoli nelle interviste post partita con il Lione continuava a porre la sua attenzione sul gioco che la squadra non riusciva a produrre. Fraseggio lento, poco movimento senza palla, attacco alto del pallone solo sporadico e mai sistematico. Tutte ragioni tecniche che impediscono oggi alla Juventus di avere una sua piena identità.

La squadra bianconera infatti è un ibrido. Prova ad applicare il calcio di Sarri, ma in tanti momenti si autogestisce perchè i suoi leader sono refrattari dinanzi ad un calcio in cui il collettivo viene prima delle idee e delle esigenze dei giocatori. Lo è Cristiano Ronaldo, in primis, che non farà mai la fase difensiva che faceva Insigne a Napoli e lo è Bonucci che non ama difendere alto come invece vorrebbe l’allenatore. Sono visioni diverse che non possono non pesare sulle dinamiche di gioco. Ci sono però anche ragioni più dettagliate che attengono alla costituzione del centrocampo. Pensare infatti di riuscire a creare lo stesso stile di gioco del Napoli di Sarri con gli attuali interpreti della mediana juventina è una pretesa luciferina. Pjanjic infatti è un regista atipico. Faceva la mezzala ed è diventato nel tempo un play creativo. Non dà i tempi di gioco alla squadra, ma la assiste con le sue rifiniture e le sue invenzioni. Il bosniaco tiene palla quasi sempre più dei due tocchi richiesti dall’allenatore (in questo Jorginho era l’interprete ideale). Il giocatore che dava senso al Napoli di Sarri inoltre si chiamava Marek Hamsik. Nello scacchiere tattico non lo trovavi mai. Lo slovacco era bravissimo nei movimenti e nell’attaccare gli spazi coi tempi giusti, arrivando sempre alle spalle delle punte, sorprendendo i difensori. La Juventus un giocatore così non lo ha. Ha solo giocatori che vogliono il pallone sui piedi. Gli unici giocatori dinamici sono Matuidi che è un podista e Ramsey che pare essere entrato nella fase discendente della sua carriera, in quanto ha un’autonomia fisica molto limitata. Pensare di dare un gioco organico a questa squadra è possibile; realizzare questo proposito lo è molto meno. Se poi la società che, in estate, aveva scelto Sarri per realizzare quest’obiettivo, non appena si entra nella fase clou della stagione mette da parte qualsiasi proposito sul gioco e torna al vecchio slogan della vittoria come unico mantra, questo trapianto diventa impossibile.

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