Il Rayo, la Folgore: la squadra che sfida a testa alta nei derby i padroni di Madrid

Il Rayo, la Folgore: la squadra che sfida a testa alta nei derby i padroni di Madrid

La storia del Rayo Vallecano, la terza squadra di Madrid: la sua connotazione politica, i derby con le concittadine e la figura di Wilfred Agbonavbare.

di Simone Balocco

di Simone Balocco –

Madrid, si sa, è la capitale della Spagna. Con 6.5 milioni di abitanti, è il capoluogo della Castiglia, la regione che da il nome al “tipo” di lingua parlata nel Paese iberico: lo spagnolo castigliano. Madrid, inoltre, è conosciuta per il fiume Mazanarre (citato anche nel “5 maggio” di Manzoni), per il Museo Prado, per Plaza Mayor e per l’Escorial. Calcisticamente, Madrid è legata ai successi del nostro calcio: ha laureato campione d’Europa per la seconda volta il Milan (28 maggio 1969) e ha visto trionfare l’ultima italiana in Champions (l’Inter il 22 maggio 2010). E come non dimenticare la vittoria della nostra Nazionale, l’11 luglio 1982, quando, battendo la Germania Ovest per 3-1, ha alzato al cielo il suo terzo titolo mondiale, con il Presidente Pertini in piedi ad urlare “non ci prendono più!”?

Sempre calcisticamente, Madrid è la capitale del calcio europeo, poiché è la città che ha vinto più trofei internazionali di tutte, ben trentaquattro. Pensi a Madrid e pensi subito a Real Madrid ed Atlético Madrid e ai loro templi, il “Bernabeu”, il “Calderon” ed il nuovo “Wanda Metropolitano”, stadio dove scendono in campo in colchoneros di Simeone intrisi di cholismo. Ma Madrid è di più, perché presenta una terza squadra, assolutamente per nulla mainstream. Anzi, per lei l’essere poco mainstream la esalta. E’ una squadra che non vincerà mai nulla, non vedrà giocare tra le sue fila galacticos o giocatori strapagati, eppure questa squadra, oggi militante in Segunda division (la Serie B spagnola), ha vissuto ben 77 derby cittadini (comprese nove partite di Coppa del Re) con le due squadre più blasonate e celebrate. Ed andare a fare risultato nel suo piccolo stadio, il “Teresa Rivero” (15mila posti a sedere scarsi) non è mai stata una cosa facile. La terciera squadra di Madrid è il Rayo Vallecano.

Nata nel maggio 1924, questa squadra madrilena presenta una maglia bianca con una riga trasversale rossa simile ai bonarensi del River Plate. Espressione del quartiere Vallecas, il Rayo (traduzione di “folgore”), conta a oggi 18 presenze in Liga, trentacinque in Segunda, cinque in terza serie (Segunda Division B) mentre nelle coppe europee conta una partecipazione (stagione 2000/2001), dove però raggiunse i quarti di finale sconfitto dai connazionali dell’Alaves (che poi persero in finale contro il Liverpool). Nella stagione 1976/1977, il club si classificò al terzo posto in Segunda division e fu promossa in Liga per la prima volta: la stagione successiva avrebbe affrontato i derby con le grandi della città e con le squadre più forti del Paese.

Rimase in Liga tre campionati di fila e poi retrocesse (con un “salto” anche nella Serie C spagnola), tornò in massima serie nella stagione 1989/1990 e dopo una serie di “sali e scendi” tra Liga e Segunda division (ed un altro passaggio nella terza serie nazionale), nella stagione 2012/2013 la squadra si classificò all’ottavo posto in classifica, best position fino a questo momento. Per quanto concerne gli scores con le altre due squadre di Madrid, il dato dice 29 vittorie Real, 21 vittorie Atlético, tredici pareggi, sei vittorie contro Real e otto vittorie contro l’Atlético. Fin qui la storia, ma non si può non palare del Rayo e del suo quartiere, della sua gente, dei suoi tifosi e dei simboli iconici di un intero barrio che vive di pane, Rayo, passione e che lo vorrebbe al più presto in Liga.

Il Rayo Vallecano è la squadra dei proletari di Madrid, di un quartiere distante una ventina di chilometri dal centro della capitale e con una tifoseria che, durante gli anni del franchismo (1939-1975), è stata la spina nel fianco del regime che simpatizzava per il Real Madrid Il barrio di Puente de Vallecas conta 240 mila abitanti (sarebbe la tredicesima città italiana per abitanti), è un feudo “rosso”, è una zona poco turistica e molto operaia, ma ha vita una propria movida. I tifosi vallecanos sono gente lavoratrice ma c’è tanta disoccupazione, molti problemi sociali ed in pochi sono definibili “benestanti”. Eppure tutti seguono il Rayo e quando possono vanno al “Teresa Rivero” a tifare la “loro” squadra La curva è il teatro dei Bukaneros, frangia di supporter nata nel 1991 vicina all’estrema sinistra ed ha una connotazione antifascista, antirazzista e antidiscriminatoria.

I tifosi odiano il calcio moderno, il Real e non simpatizzano neanche per l’Atlético: loro tifano solo ed esclusivamente la squadra del loro quartiere. Perché tifare vallecanos significa tifare le proprie radici ed amare la propria squadra, tanto che quartiere e squadra sono un tutt’uno e non c’è l’uno senza l’altro. E proprio la connotazione izkierda del quartiere e della tifoseria è stato il plus ultra della squadra, tanto da equipararla (come romanticismo) al St. Pauli di Amburgo o all’Athletic Club di Bilbao: da una parte, la squadra del quartiere a luci rosse della città anseatica, dall’altra il club iberico che ha nell’identità basca dei suoi giocatori la peculiarità della sua storia.

A livello di futbolisti, il Rayo nella sua storia ha avuto molti giocatori importanti che hanno giocato al “Rivero”: da Hugo Sanchez (idolo merengue) a Toni Polster, da Negredo ad Onopko fino a Michel e Diego Costa. Quindi non proprio gli ultimi arrivati

Come ogni fenomeno particolare, anche il Rayo ha delle icone che lo rendono mitico. L’icona più icona è Wilfred Agbonavbare. Portiere della Nigeria sorpresa del Mondiale americano del 1994 (chiedere ai tifosi dell’Italia), Agbonavbare (già “cantato” nella canzone “mondiale” degli Elio e le Storie tese), vestì i colori vallecanos dal 1990 al 1995, dimostrandosi decisivo e davvero competitivo. Ritiratosi al termine della stagione, il portiere di Lagos decise che lui e la sua famiglia avrebbero vissuto sempre a Puente de Vallecas. Ma la vita per gli Agbonavbare fu amara: alla moglie fu diagnosticato un tumore al seno e lui usò tutti i soldi incassati nel calcio per aiutarla con delle cure anche a Miami. La donna morì e l’ex portiere nigeriano rimase senza soldi e per campare si prodigò come poté, svolgendo anche lavori molti umili come il garzone o il facchino all’aeroporto. Wilfred Agbonavbare si ammalò anche lui di tumore alle ossa e morì ad Alcalá de Henares a 48 anni il 27 gennaio 2015. La curva e lo stadio biancorosso si commossero e fece in modo che i suoi figli potessero giungere a Madrid dalla Nigeria per rendere l’ultimo saluto al loro padre, idolo umile di tutta la tifoseria. E allo stadio, un ingresso è intitolato alla sua memoria.

Gente che lotta, che sopravvive, che si aiuta e che non mollano,i supporter del Rayo, come nel caso della signora Carmen Martín Ayuso, un simbolo vallecano che cinque anni fa (quando la signora aveva 85 anni) venne aiutata dai tifosi vallecanos con una colletta affinché non venisse sfrattata dalla sua casa: furono raccolti oltre 20mila euro e la donna non lasciò la sua abitazione. Con parte dei soldi ricevuti, la signora contribuì anche ad aiutare i figli di Wilfred Agbonavbare. Quando si dice l’aiuto nell’aiuto. Perché il calcio non è solo vittorie, coppe e mito, ma anche essere umani. Ed in questo il piccolo Rayo Vallecano ha tanto da insegnare al Mondo. Qualcuno apprende, qualcuno no.

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