Il 18 giugno 2010 la Serbia batté 1-0 la Germania al suo primo Mondiale da Paese indipendente. Sedici anni dopo, quella partita conserva ancora un posto speciale nella memoria serba.

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Pochi minuti dopo il fischio finale, sul Kurfürstendamm cominciarono a comparire le prime automobili con le bandiere serbe sui cofani, i clacson accesero il boulevard e nel giro di un quarto d’ora Breitscheidplatz era diventata uno dei punti di ritrovo dei serbi di Berlino. Alla vigilia della partita il Tagesspiegel aveva raccontato una comunità di circa 35.000 persone e la storia di Dejan Urosev, cresciuto nella capitale tedesca, con una bandiera serba da un lato dell’auto e una tedesca dall’altro; per vedere Germania-Serbia aveva preso un giorno libero dal lavoro. Quel venerdì 18 giugno 2010, però, il risultato arrivato da Port Elizabeth aveva sciolto almeno per qualche ora ogni ambiguità: Germania 0, Serbia 1.

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A quasi diecimila chilometri di distanza, al Nelson Mandela Bay Stadium, Milan Jovanović aveva segnato al 38’, Vladimir Stojković aveva respinto il rigore di Lukas Podolski e la squadra di Radomir Antić aveva conquistato la sua prima vittoria mondiale da Serbia indipendente davanti a 38.294 spettatori. Sarebbe rimasta l’unica del torneo, perché sei giorni più tardi l’Australia avrebbe eliminato i serbi già nella fase a gironi, ma proprio quella brevità avrebbe finito per separare Port Elizabeth dal resto del Mondiale, lasciandola lì, quasi da sola, nella memoria di chi l’aveva vissuta.

Una Serbia con le spalle al muro

Il Sudafrica era cominciato cinque giorni prima a Pretoria nel modo peggiore, con lo 0-1 contro il Ghana, mentre la Germania aveva travolto l’Australia 4-0 e si era presentata alla seconda giornata con l’aria di una squadra già lanciata. La Serbia arrivava invece a Port Elizabeth sapendo di non potersi permettere un’altra sconfitta, ma anche con una generazione che aveva conquistato il Mondiale in modo brillante sotto la guida di Antić, davanti alla Francia nel girone di qualificazione, e che metteva insieme Dejan Stanković, Nemanja Vidić, Branislav Ivanović, Miloš Krasić, Nikola Žigić e Jovanović.

Per il calcio serbo quella partecipazione aveva un peso particolare perché quattro anni prima, nel 2006, la nazionale aveva ancora giocato il Mondiale sotto il nome di Serbia e Montenegro, mentre in Sudafrica rappresentava per la prima volta il Paese indipendente in un grande torneo. La sconfitta con il Ghana aveva reso subito fragile quel debutto e contro la Germania serviva una partita diversa. Dall’altra parte, del resto, c’era una squadra giovane che aveva già mostrato velocità, qualità e una facilità offensiva impressionante all’esordio.

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PORT ELIZABETH, SUDAFRICA - 18 GIUGNO: Lukas Podolski della Germania in azione durante la partita della Coppa del Mondo FIFA 2010 Sudafrica Gruppo D tra Germania e Serbia al Nelson Mandela Bay Stadium il 18 giugno 2010 a Port Elizabeth, Sudafrica. (Foto di Michael Steele/Getty Images)

A Port Elizabeth i serbi non erano arrivati soltanto attraverso la nazionale. C’era Vladimir Kocić, che raccontò di aver affrontato venti ore di autobus da Pretoria e di essere riuscito a entrare allo stadio pochi minuti prima del calcio d’inizio, mentre Aleksander Paunic, residente negli Stati Uniti, aveva deciso con un cugino che non vedeva da due anni di ritrovarsi proprio in Sudafrica per il Mondiale. Venti ore di autobus, un viaggio dagli Stati Uniti, un parente da rivedere. Il Mondiale era anche quello.

La svolta arrivò quando Alberto Undiano Mallenco mostrò a Miroslav Klose il secondo cartellino giallo. Passò appena un minuto e la Serbia sfruttò la superiorità numerica: Krasić lavorò il pallone sulla destra, Žigić saltò più in alto di tutti e fece da sponda, Jovanović controllò davanti a Neuer e segnò da pochi passi. Poi partì verso il settore serbo, superò i cartelloni pubblicitari e finì nel fossato dietro la porta, quello che anni dopo avrebbe ricordato ancora ridendo, prima di essere raggiunto dai compagni.

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La Germania continuò ad attaccare anche in dieci, Khedira colpì la traversa prima dell’intervallo e nella ripresa Podolski trovò altre occasioni, fino al momento destinato a restare attaccato per sempre al gol di Jovanović. Al 60’ Vidić toccò il pallone con la mano in area, l’arbitro indicò il dischetto e Podolski si presentò davanti a Stojković; il portiere serbo scelse la propria sinistra, arrivò sul tiro e respinse. Jovanović avrebbe poi colpito un palo e Žigić una traversa, ma il risultato non cambiò più.

Berlino, due bandiere sulla stessa macchina

A Berlino, intanto, quella partita era qualcosa di leggermente diverso dal semplice tifo. Il Tagesspiegel raccontava una comunità serba radicata nella città da decenni e composta anche da persone nate o cresciute direttamente in Germania; Urosev era uno di loro, bilingue, perfettamente inserito nella vita berlinese e allo stesso tempo legato al Paese d’origine della propria famiglia. Le due bandiere sulla stessa automobile bastavano quasi da sole: Germania e Serbia, per molti, non erano due appartenenze obbligate a cancellarsi a vicenda.

Il calcio però ha il vizio di chiedere una scelta, almeno per novanta minuti. Al fischio finale le auto iniziarono a percorrere il Kurfürstendamm con le bandiere serbe sui cofani, tra Uhlandstraße e Augsburger Straße i clacson continuarono a suonare e Breitscheidplatz si riempì in fretta; nelle cronache del giorno dopo c’erano anche tifosi tedeschi mescolati ai festeggiamenti. Niente di solenne, in fondo: una partita appena finita, qualche bandiera, il traffico bloccato e una città che per qualche ora aveva dato spazio a entrambe le cose.

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Per molti serbi di Berlino la Germania era già casa: le scuole dei figli, il lavoro, gli amici, le strade percorse ogni giorno. La Serbia restava altrove e insieme vicinissima, nella lingua, nella famiglia, nelle vacanze, nelle telefonate. Poi arrivavano novanta minuti contro la Germania e tutto diventava più visibile del solito.

Anche la squadra in campo apparteneva del resto a un calcio ormai disperso fuori dai confini nazionali. Vidić giocava nel Manchester United, Ivanović nel Chelsea, Stanković nell’Inter appena diventata campione d’Europa, mentre Jovanović era pronto a trasferirsi al Liverpool. Una nazionale serba composta in larga parte da giocatori abituati a vivere altrove e seguita, dall’altra parte del mondo, da persone che avevano fatto lo stesso per ragioni completamente diverse.

La vittoria che non portò agli ottavi

Il successo sulla Germania riaprì completamente il gruppo D, ma il 23 giugno, a Nelspruit, la Serbia perse 2-1 contro l’Australia e chiuse ultima con tre punti. Tim Cahill e Brett Holman segnarono nella ripresa, Marko Pantelić accorciò nel finale e la squadra di Antić tornò a casa dopo tre partite; la Germania, invece, vinse il girone e arrivò fino alla semifinale, prima di essere eliminata dalla Spagna futura campione del mondo.

Quella fine prematura lasciò Germania-Serbia quasi sospesa dentro il torneo: Jovanović davanti a Neuer, Stojković che ferma Podolski, una squadra arrivata dalla sconfitta contro il Ghana che riesce a battere quella che poche settimane dopo avrebbe chiuso il Mondiale al terzo posto. Non ci furono ottavi, quarti o altre notti da aggiungere. Port Elizabeth rimase Port Elizabeth.

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PORT ELIZABETH, SUDAFRICA - 18 GIUGNO: Milan Jovanovic di Serbia festeggia il primo gol passato da Manuel Neuer di Germania durante la partita di Coppa del Mondo FIFA 2010 Sudafrica Gruppo D tra Germania e Serbia al Nelson Mandela Bay Stadium il 18 giugno 2010 a Port Elizabeth, Sudafrica. (Foto di Clive Rose/Getty Images)

Sedici anni dopo, quando si torna a parlare di Germania-Serbia, quella partita riemerge quasi automaticamente. Jovanović l’ha ricordata ancora nel 2026, la federazione continua a trattarla come uno dei momenti simbolici della propria storia recente e per chi allora viveva lontano dalla Serbia restano immagini ancora più semplici: le auto sul Kurfürstendamm, le due bandiere sulla stessa macchina, il giorno libero preso per guardare la partita, le venti ore di autobus fino a Port Elizabeth.

La Serbia sarebbe stata eliminata sei giorni dopo. A Berlino, intanto, i clacson avevano già cominciato a suonare.

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