L'ex attaccante di Bologna, Udinese e Rangers sulla situazione esoneri in Serie A, sulla squadra di Runjaić e sul sentitissimo derby di Glasgow
La quiete prima della tempesta: sorrisi e liti dopo il derby di Glasgow...
In questa intervista esclusiva abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Marco Negri, ex centravanti che ha lasciato il segno a suon di gol in piazze passionali come Perugia, Udine e Bologna, fino a scolpire il proprio nome nella leggenda dei Glasgow Rangers con una stagione da record in Scozia. Oggi, forte della sua grande esperienza sia in campo che nello staff tecnico proprio ad Udine, ci offre una lucida analisi sul momento attuale della Serie A, sulle panchine roventi del nostro campionato e sull'evoluzione del ruolo del numero 9, regalandoci infine un viaggio da brividi tra i ricordi al Curi e la magia del leggendario Old Firm.
La decisione del Bologna e l'arrivo di Palladino
Vorrei partire da una notizia di questi ultimi giorni e chiedere a lei che ha vestito tra le altre anche la maglia del Bologna: cosa ne pensa dell’esonero di Domenico Tedesco e come vede Raffaele Palladino sulla panchina dei rossoblù?"Sai, quando dopo sole quattro giornate di campionato arriva un esonero, è evidente che qualcosa non sia andato secondo i piani. Tedesco aveva sposato un progetto pluriennale, quindi arrivare così in fretta alla decisione di separare le proprie strade significa che qualcosa, sicuramente, non ha funzionato. Lo si vede dalla classifica e da diversi frangenti di queste prime partite, in cui la squadra è sembrata non rispondere ai dettami dell'allenatore. Nel calcio, poi, è molto più facile mandare via una sola persona piuttosto che sei o sette giocatori."
"È comunque comprensibile che il Bologna, reduce da stagioni di altissimo livello, si sia subito tutelato puntando su un profilo intrigante come Palladino: è un tecnico giovane che ha già fatto molto bene in piazze esigenti come Firenze e Bergamo. Adesso, sfruttando le tre settimane di sosta, avranno la possibilità di fare una sorta di mini-ritiro per lavorare intensamente e questo permetterà al nuovo allenatore di ripresentarsi alla ripresa del campionato avendo già iniziato a trasmettere alla squadra la propria filosofia di calcio."
Palladino arriva in una squadra che negli ultimi anni ha avuto una crescita importante. Secondo lei, in questo momento, il Bologna ha soprattutto bisogno di ritrovare fiducia oppure di cambiare qualcosa anche dal punto di vista tattico?
"Credo che la parola giusta sia "entusiasmo". A Bologna, sia sotto la guida di Thiago Motta sia con Vincenzo Italiano, si respirava una grandissima atmosfera in città: il pubblico ha sempre risposto con enorme affetto, diventando a tutti gli effetti il dodicesimo uomo in campo nelle gare casalinghe. Si era creata un'armonia davvero invidiabile tra squadra, tifosi e società. Secondo me bisogna ripartire esattamente da lì. Adesso serve dare un po' di tempo a Palladino e infondere fiducia al gruppo: nonostante alcune cessioni, in rosa sono rimasti molti giocatori importanti in grado di fare la differenza. Adesso è quindi fondamentale rimettersi al lavoro e ripartire tutti insieme, pensando a una partita alla volta e seguendo con grande convinzione il nuovo allenatore."
Il punto sulla situazione esoneri in Serie A
Quello del Bologna è il secondo esonero in Serie A già a settembre, dopo quello di Fabio Grosso alla Fiorentina e si parla anche di Stroppa a rischio. Negli ultimi anni abbiamo visto sempre più spesso allenatori avere pochissimo tempo per lavorare: secondo lei si tende a cambiare troppo rapidamente in panchina?"Quella dell'allenatore è una vita così: sai bene che, se non arrivano i risultati, finisci subito sotto la lente d'ingrandimento. A mio avviso, oltre ai punti in classifica, la società valuta soprattutto se la squadra è ancora con il tecnico e se lo segue nei suoi dettami tattici. Questa è una dinamica che può comprendere fino in fondo soltanto chi vive lo spogliatoio e l'ambiente sette giorni su sette, noi da fuori possiamo solo intuirla."
"Club come Bologna e Fiorentina, che effettuano investimenti importanti sul mercato, hanno responsabilità differenti, anche nei confronti della piazza. Di fronte alla sensazione che l'allenatore non abbia più in pugno la squadra, si vedono quasi costrette a intervenire subito ed aspettare troppo rischierebbe di far perdere punti preziosi per la corsa alle zone alte della classifica e recuperare le dirette concorrenti poi diventa molto difficile. Da un lato è un peccato, perché quando scegli un tecnico lo fai riponendo fiducia nelle sue idee: doverlo esonerare dopo il ritiro e pochissime partite rappresenta una sconfitta per tutti."
"Il discorso per il Venezia e per Stroppa è leggermente diverso: lui c'era già lo scorso anno, perciò conosce molto meglio l'ambiente e il gruppo. Certo, l'assenza di risultati crea apprensione e nel calcio quando non vinci sei costantemente sotto esame, ma avrà questa partita e poi la sosta per rimettere a posto le cose. Il Venezia ha un'ottima rosa e tutti i margini per risalire."
La speranza per il Perugia
Uscendo dall’ottica Bologna lei ha vissuto due esperienze importanti a Perugia, culminate anche con una promozione in Serie A. Che ricordo ha di quella piazza e quanto manca secondo lei il massimo campionato a una realtà come Perugia?"I ricordi sono stupendi. Il mio sogno da bambino era giocare in Serie A: raggiungerla conquistandola sul campo, vincendo il campionato di Serie B e ritrovandosi a disputare la prima partita nella massima serie al Curi di fronte a uno stadio pieno, è stato un sogno che si avverava per me. È uno dei ricordi più belli di tutta la mia carriera e dovrò sempre ringraziare Perugia, perché in quella stagione si creò una sinergia e un ambiente davvero stupendi."
"Seguo tuttora tutte le squadre in cui ho giocato: vedere oggi il Curi penalizzato nei numeri anche per via dei lavori, quando nei miei ricordi c'era una curva da sette-ottomila persone, fa riflettere sul fatto che negli anni qualcosa purtroppo non sia andato per il verso giusto. Auguro davvero il meglio al Perugia. Ci sono state troppe vicissitudini societarie e continui cambi di allenatore: quando manca la stabilità è quasi impossibile ottenere risultati sul campo."
"La prima cosa che mi auguro, anche con il ritorno di Alessandro Gaucci, è che si possa ritrovare una solidità societaria da cui ripartire per costruire. L'obiettivo deve essere consolidare la categoria per poi compiere il passo verso la Serie B; una volta lì "basta poco": il giusto amalgama, un pizzico di magia e l'allenatore adatto per tornare a pensare più in grande. Ad oggi la Serie A è ancora un traguardo lontano ed è un peccato, perché la città e i tifosi del Perugia sono caldissimi e meritano senza dubbio di tornare a vedere i club più blasonati d'Italia venire a giocare al Curi."
La stagione dell'Udinese e il ruolo di Davis
Passiamo all’Udinese, un’altra società che conosce molto bene, dove oltre ad aver giocato hai avuto anche un’esperienza come preparatore. Che idea si é fatto dell’Udinese di oggi? Pensa che possa tornare ad essere una realtà capace di competere stabilmente nella parte sinistra della classifica?"È sicuramente l'obiettivo di una società molto ambiziosa. Come ricordavi, ho lavorato nel 2018 nello staff di Massimo Oddo in Serie A ed è un club che mette a disposizione qualsiasi mezzo e strumento per lavorare al meglio, i risultati si vedono. Dopo anni in cui ha mantenuto la categoria anche soffrendo, oggi è tornata l'Udinese capace di giocarsela a viso aperto contro chiunque, che fa divertire e che ogni anno mette in vetrina talenti per poi valorizzarli. Basti guardare la recente partita contro l'Inter finita 5-3: può essere letta solo come una sconfitta con ben cinque reti incassate, ma la squadra era comunque andata in vantaggio di due gol a San Siro, restando sempre in partita contro la formazione più forte d'Italia."
"La dirigenza ha pescato un allenatore, Kosta Runjaic, che personalmente non conoscevo: è arrivato in punta di piedi, ma si sta dimostrando un ottimo tecnico. La squadra gioca bene, è fresca, è allenata con cura e ha una sua identità precisa. Tutti i giocatori si sentono coinvolti nel progetto, e questo è un suo grandissimo merito."
Avendo fatto parte dello staff tecnico friulano, come giudica il reparto offensivo a disposizione di Runjaic, da Davis a Bayo fino a Gueye, considerando anche l'imminente rientro di Zaniolo?
"Sono molto curioso di assistere al rientro in campo di Zaniolo e di vedere come potrà impattare sulla stagione dell'Udinese. Davis mi piace moltissimo: a mio avviso è un attaccante sottostimato, ma fa un lavoro eccezionale. Se riesce a mantenere la condizione fisica con continuità, è un giocatore in grado di garantire grande solidità, di trovare il gol e di far girare la squadra in un certo modo. Poi ci sono i tanti talenti in rosa, pronti a esplodere per poi magari, seguendo la filosofia storica del club, essere messi sul mercato a fine anno per andare a scovarne di nuovi. Penso ad esempio anche ad Ekkelenkamp, che con l'assenza di Zaniolo stiamo vedendo spesso e volentieri anche come sottopunta."
L'esperienza di Marco Negri a Glasgow con i Rangers
Uscendo dal contesto italiano, vorrei soffermarmi sulla sua esperienza ai Rangers, dove è stato protagonista di una stagione incredibile iniziata con ben 23 gol segnati solamente nelle prime 10 partite e addirittura 5 gol in un'unica gara contro il Dundee United. Che ricordo conserva di quell’avventura e quanto è diverso, anche a livello ambientale, giocare nel campionato scozzese rispetto alla Serie A?
"Ho ricordi meravigliosi, è stata un'avventura stupenda. Come ricordavi, dopo dieci partite avevo praticamente già ipotecato il titolo di capocannoniere in Scozia (ride, ndr). Ma, battute a parte, c'era l'orgoglio di vestire la maglia di un club leggendario e tra i più titolati al mondo, giocando in uno stadio stupendo come Ibrox. Lì ho avuto la possibilità di disputare la Champions League e di vivere l'Old Firm, uno dei derby più prestigiosi e caldi del pianeta insieme al Clásico e al Superclásico. Conservo il ricordo di un'esperienza bellissima, che mi ha fatto maturare tantissimo."
"In quegli anni fui tra i primi dieci italiani a tentare l'avventura all'estero, insieme a campioni come Vialli, Zola e Ravanelli: all'epoca era davvero un salto nel buio. Il campionato scozzese era estremamente affascinante, fatto di vere e proprie battaglie di novanta minuti in cui l'arbitro fischiava praticamente solo a inizio e fine tempo. Essere riuscito ad adattarmi così rapidamente a uno stile di calcio completamente diverso è stato un motivo di grande orgoglio."
"Quell'anno fu magico, specialmente nella prima parte: ero in uno stato di grazia totale e si parlava anche di una mia possibile convocazione in Nazionale per i Mondiali del '98. Sappiamo tutti quali fuoriclasse componessero il reparto avanzato dell'Italia in quel periodo, quindi anche solo veder accostato il mio nome a quei giganti rappresentava per me un onore enorme. Poi, purtroppo, sono subentrate varie vicissitudini, tra cui quel brutto infortunio all'occhio, ma resta un'esperienza che mi ha fatto crescere enormemente e di cui vado fiero. Da quelle parti dicono "Once a Ranger, Always a Ranger": ed è proprio così, rimani uno di loro per sempre. La prossima settimana sarò a una convention con i tifosi a Lanzarote e quella successiva volerò a Glasgow per una rimpatriata. È qualcosa di veramente magnifico: ti fanno sentire come se giocassi ancora lì, ed è una sensazione impagabile."
L'evoluzione del centravanti secondo Marco Negri
Da ex centravanti, come è cambiato secondo lei il ruolo della punta negli ultimi anni? Oggi infatti si chiede sempre più spesso agli attaccanti di partecipare alla costruzione e al pressing: pensa che il classico numero 9 abbia ancora un ruolo fondamentale?"Il ruolo dell'attaccante è cambiato tantissimo, forse al pari di quello del portiere. Ormai i portieri moderni hanno piedi migliori di quasi tutti i miei compagni di squadra dell'epoca (ride, ndr). Oggi all'estremo difensore vengono richieste grandi qualità tecniche per garantire un uomo in più nella fase di costruzione dal basso. Allo stesso modo, anche per la punta è cambiato tutto: con i portieri avversari che giocano molto più alti e fuori dall'area, agli attaccanti è stata tolta molta profondità. Di conseguenza, per forza di cose bisogna venire incontro a legare il gioco, ritrovandosi a giocare molto di più con le spalle alla porta, che è una posizione estremamente complessa. È un compito difficile, perché se perdi palla su un controllo sbagliato rischi di far innescare subito un contropiede pericoloso."
"Inoltre, rispetto ai miei tempi, secondo me è un po' peggiorata la qualità dei movimenti dentro l'area di rigore. Mi vengono in mente campioni come Inzaghi o Crespo: all'epoca si vedevano tantissimi attaccanti tagliare sul primo palo per anticipare il difensore e metterlo in crisi. Oggi questo movimento si vede sempre meno, si tende ad aspettare la palla a rimorchio e il gioco negli ultimi sedici metri si è un po' inaridito. Spesso, guardando le partite, mi capita di anticipare con il pensiero i movimenti che dovrebbe fare la punta, ma mi rendo conto che con lo stile di gioco attuale non vengono più spontanei."
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Marco Negri: "L'Old Firm una delle partite più importanti al mondo"
In chiusura volevo chiederle: c’è un derby o una partita particolarmente sentita che le è rimasta impressa più delle altre, tra le sue esperienze in Italia e in Scozia? E che cosa significava preparare una gara in cui la rivalità va ben oltre i semplici tre punti?
"L'Old Firm è una delle tre partite più importanti al mondo: è un evento che va ben oltre il calcio. Si scontrano due club storici, uno di matrice protestante e l'altro cattolica, legati a visioni anche politiche molto differenti. Sono due vere e proprie fazioni della città che si affrontano e che si impersonificano totalmente nella propria squadra. Di conseguenza, prevalere sul campo rappresenta una vittoria a 360 gradi. È una partita in grado di cambiarti la carriera, in positivo o in negativo: io ho avuto la fortuna e la bravura di fare gol nel derby e per questo vengo ancora ricordato lì, ma un singolo errore in quel contesto può costarti carissimo e segnarti in negativo.
Ricordo benissimo l'atmosfera: ai tempi dei Rangers condividevo lo spogliatoio con personaggi come Paul Gascoigne e tanti altri giocatori scozzesi dal grande temperamento. Di solito, l'approccio alle partite nello spogliatoio era piuttosto rumoroso, goliardico, fatto di musica e scherzi. Invece, prima del derby con il Celtic calava un silenzio assordante. Ti faceva capire subito che quella partita valeva molto più delle altre e che non ti sarebbe stato concesso sbagliare. Da straniero, quando arrivai a Glasgow ne avevo solo sentito parlare, ma non potevo minimamente immaginare l'importanza reale di questa sfida. Vivere quei momenti, percorrere il tunnel prima di entrare in campo, cogliere quegli sguardi carichi di tensione... per me equivaleva a giocare una finale di Champions League o dei Mondiali. Sono orgogliosissimo di averlo vissuto, perché in fondo il mio sogno da bambino era proprio quello di assaporare emozioni così intense."
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