Non poteva smettere di pescare: Carlovich salta il Mondiale 1978 e muore per salvare la sua bicicletta

Tomas Felice Carlovich: sfumature e particolari di una vita incredibile

di Redazione DDD

di Luigi Furini –

Maledetta è stata la canna a pesca. ”El Flaco” Menotti lo convoca in Nazionale. C’è giocare il mondiale 1978, giusto in Argentina. E lui, da Rosario, decide di partire in macchina. “Non sono tanti trecento chilometri – pensa -. Li faccio con calma”. In effetti il tempo è dalla sua. E allora cosa fa? Mette in auto la canna da pesca. Vede il fiume, il Paranà, si ferma un attimo e butta la lenza. I pesci abboccano, è una pesca quasi miracolosa. E lui a Buenos Aires non ci va più. La Nazionale farà a meno. E che cosa ha risposto al Ct Menotti? Che era un peccato smettere di pescare. Tomas Felice Carlovich era fatto così. Prendere o lasciare. Era tranquillo, viveva e giocava nella sua città, Rosario, senz’altro la capitale calcistica dell’Argentina. Non si allontana dal suo quartiere, dalla casa dei suoi genitori, dal bar che frequenta  insieme a “il Vasco”, l’allenatore dei ragazzini che gli ha insegnato come colpire il pallone. Un giorno a Rosario arriva Maradona e un tifoso lo definisce “il miglior giocatore di sempre”. “No – gli risponde il Pibe de oro – il miglior calciatore è Tomas Carlovich”.

Lo stadio Gabino Sosa, il campo delle magie del Trinche Carlovich

El Trinche, così lo chiamano gli sportivi, è specializzato nel doppio tunnel, prima muovendo la palla avanti e poi indietro. Impazziscono i difensori e, soprattutto i tifosi. Nel 1974, a Rosario, la Nazionale argentina va a giocare un’amichevole prima di imbarcarsi per i Mondiali di Germania. Le mettono contro una rappresentativa delle due squadre cittadine, il Central e il Newell’s. Alla fine del primo tempo la squadra mista vince 3-0. L’allenatore dell’albiceleste entra furioso negli spogliatoi e, rivolto ai due colleghi che guidano la rappresentativa di Rosario, chiede e ottiene che Carlovich venga tolto dal campo. “La Nazionale non può fare questa figura”. E, infatti, El Trinche viene richiamato in panchina. E’ il momento magico della partita. Tutto il pubblico si alza in piedi, applaude, lo stadio trema. Qualche minuto dopo l’Argentina segna un gol e renderà meno umiliante la sconfitta. Poi, in Germania, farà comunque una brutta figura.

E Carlovich? Continua a giocare qua e là, è di una bravura incredibile ma troppo lento.

“Ho giocato in tutto 16 anni come professionista. Ho fatto anche due stagioni in seconda divisione e in quei club mi pagavano un bonus speciale per i tunnel e un doppio bonus per il doppio tunnel”. Ultimo di sette fratelli, Carlovich è figlio di un immigrato croato andato a cercare fortuna in Argentina negli anni ’30. Quando ha smesso di giocare è tornato al bar con gli amici. Nel maggio scorso hanno cercato di rubargli la bicicletta. Lui ha reagito. L’hanno aggredito e colpito alla testa. E’ morto due giorni dopo in ospedale. Aveva 74 anni.

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