Alla Johan Cruijff Arena la Conference League diventa tragedia greca: l’Ajax ospita l’Atalanta e due leggende antiche si ritrovano sullo stesso prato
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Nessun sorteggio, nessun algoritmo UEFA avrebbe potuto scrivere un accoppiamento più antico. Giovedì 22 ottobre, all’Amsterdam Arena, in una serata di Conference League, si guarderanno negli occhi un gigante che combatté sotto le mura di Troia e una cacciatrice che sfidò un cinghiale mostruoso e, per un attimo, anche gli dei.
Ajax-Atalanta è una partita di calcio, con i suoi punti, le sue classifiche e le sue ansie. Ma è anche l’incontro di due miti che la Grecia raccontava già ventotto secoli fa e che due città, una sul mare del Nord e una ai piedi delle Orobie, hanno deciso di portarsi addosso come uno stemma. Per capire cosa si giocherà davvero, bisogna partire da lì.
Aiace, il gigante che non seppe perdere
Nell’Iliade Aiace Telamonio è il più grande dei Greci dopo Achille: un colosso che si muove dietro uno scudo enorme, fatto di sette strati di pelle di toro. Non ha l’astuzia di Odisseo né la rabbia divina di Achille, ha la solidità di un muro. Quando Ettore sfida i migliori degli Achei a duello, è lui a farsi avanti, e il combattimento finisce senza vincitori, con uno scambio di doni tra nemici: Ettore riceve un balteo, Aiace una spada.
Il mito, però, ha un secondo atto crudele. Morto Achille, le sue armi vanno assegnate al più meritevole e i capi greci le consegnano a Odisseo. Aiace non regge l’umiliazione. Atena gli offusca la mente e lui, nella notte, massacra un gregge convinto di colpire i capi che lo hanno tradito. Quando recupera la lucidità e vede cosa ha fatto, si getta su quella stessa spada di Ettore. Sofocle ne ricavò una tragedia.
Il legame con Amsterdam è meno oscuro di quanto sembri. I fondatori, nel 1900, scelsero il nome del campione greco, simbolo di forza e di coraggio, e nei Paesi Bassi la squadra finì per essere chiamata De Godenzonen, i figli degli dei. Più avanti, la storia del club ha dato ragione a quell’ambizione: le Coppe dei Campioni dei primi anni Settanta e quella del 1995 hanno fatto di Aiace una presenza fissa nell’aristocrazia del calcio europeo. Anche per questo, perdere ad Amsterdam è sempre sembrato qualcosa di più di una sconfitta.
Atalanta, la ragazza che correva più del destino
Atalanta nasce già sconfitta: il padre, che voleva solo figli maschi, la abbandona su un monte. Una orsa la allatta, dei cacciatori la crescono, e lei diventa la più veloce tra i mortali. Partecipa alla caccia al cinghiale di Calidone, tra i più grandi eroi dell’epoca, ed è la prima a ferire la bestia. Poi, quando il padre la ritrova e vuole darla in sposa, impone una condizione: sposerà solo chi la batterà in una corsa, e chi perde muore.
Ad avere la meglio è Ippomene, ma non con le gambe. Afrodite gli dà tre mele d’oro che lui lascia cadere lungo il percorso, e Atalanta, incuriosita, rallenta per raccoglierle. In alcune versioni il mito si chiude con una punizione, e i due vengono trasformati in leoni. È la storia di una donna che si rifiuta di essere un premio e viene fermata solo da un inganno.
Quando nel 1907 a Bergamo nacque la società, il nome venne preso da questa figura, e da allora “la Dea” è diventato il soprannome più naturale per i nerazzurri. Non è una divinità, a rigore, ma una mortale entrata nella leggenda per merito. Atalanta ha la velocità, l’indipendenza e una certa ostinazione contro i pronostici, e sono tratti che i tifosi bergamaschi riconoscono nella loro squadra. La notte di Dublino del maggio 2024, con l’Europa League alzata davanti a mezza Europa, è stata la loro corsa più bella.
Due eroi, un solo avversario: gli dei
La coincidenza più interessante è che questi due personaggi vengono abbattuti nello stesso modo. Né Aiace né Atalanta perdono in uno scontro leale: li ferma una dea. Atena porta alla follia il primo, Afrodite attira la seconda con un trucco. Il guerriero più forte e la corridora più veloce, cioè la forza bruta e la rapidità, cadono davanti all’intelligenza e alla metis, quella furbizia pratica che nei miti appartiene a Odisseo e agli dei. È un avvertimento che il calcio conosce bene: contro una squadra che sa leggere la partita, la sola fisicità e la sola velocità non bastano.
C’è poi una differenza di temperamento. Aiace è l’eroe dell’onore: vive di riconoscimento, e quando gli viene tolto non trova una strada alternativa. Atalanta è l’eroina della libertà: rifiuta le regole che altri hanno scritto per lei e le riscrive. Trasportate nel calcio, queste due inclinazioni descrivono due modi di stare in una grande competizione. Da una parte c’è chi porta il peso di un blasone e di un passato da onorare ogni volta che entra in campo. Dall'altra chi ha costruito la propria identità sull’avere qualcosa da dimostrare.
Infine, i due miti si rispecchiano nella biografia dei club. Amsterdam è una città che ha inventato un modo di giocare e lo ha esportato in tutto il mondo, e vive con la memoria di quel primato. Bergamo ha dovuto costruirsi un posto tra le grandi senza averlo ricevuto in eredità, e non l’ha mai dato per scontato. L’una convive con un’eredità, l’altra con una conquista, e nessuna delle due è una condizione comoda.
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Quando il mito scende dagli spalti
Giovedì sera, quando l’arbitro fischierà l’inizio, nessuno dei ventidue in campo penserà a Sofocle o a Ovidio. Penseranno ai pressing, alle palle inattive, ai duelli da vincere. Eppure sotto la superficie la partita ha una trama antica: da una parte chi deve dimostrare di meritare ancora il proprio nome, dall’altra chi quel nome lo ha reso credibile a forza di corsa e di coraggio.
La domanda che la mitologia lascia aperta è se vincerà la forza che non vuole cedere o la velocità che non vuole farsi fermare. Aiace ha perso perché non ha saputo cambiare strada, Atalanta perché ha guardato dove non doveva. Ad Amsterdam, a entrambe verrà offerta la possibilità di scrivere un epilogo diverso da quello dei miti, e ciò rende la serata più di una semplice partita.
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