Dagli esordi nel calcio a 5 alla consacrazione nel Barcellona e la finale di Johannesburg: la carriera del mago del centrocampo

INIESTA

Emirati, gol e beffa: segna Iniesta ma dopo 15 minuti di recupero gli avversari pareggiano...

"Il pennello sta alle mie dita come l'archetto al violino, e assolutamente per mio piacere". Diceva l'artista Vincent Van Gogh. Perché nel calcio per essere un campione serve prima di tutto l'arte e il pennello, in questo caso, sono le gambe. Ebbene, Andrés Iniesta all'arte ci ha aggiunto un tocco in più: la magia, o meglio l'illusione. Il ragazzo nato nel 1984 a Fuentealbilla, un piccolo paesino di 2000 anime situato nella Mancìa, è diventato il vero e proprio prototipo del centrocampista moderno.

Iniesta, dal provino con l'Albacete all'esordio con il Barcellona

"Quando avevo 12 anni mio padre risparmiò tre mesi per comprarmi delle scarpe Predator. Ora ho molti soldi ma riguardando quelle scarpe so da dove vengo" - Andrés Iniesta
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Il piccolo Iniesta comincia a coltivare la passione per il calcio già a 5 anni tanto che passa ore ed ore a dare calci al pallone fino a quando i genitori, convinti del suo amore per il calcio, lo portano a fare un provino all'Albacete, città situata a 45 km da Fuentealbilla. Il provino viene superato a pieni voti, ma c'è di più. Tutti quanti si accorgono che quel ragazzino ha qualcosa di speciale e la scuola gli concede il permesso straordinario di lasciare le lezioni con mezz'ora di anticipo per due volte a settimana.

Premesse tutte mantenute. Nel 1996, all'età di 12 anni, mentre è in scena il torneo infantil de Brunete, la sua prestazione attira l'attenzione di molti club spagnoli, tra cui il Barcellona. Alla fine è proprio il club blaugrana ad avere la meglio e Iniesta si trasferisce così alla Masia. L'inizio per il piccolo Andrés non è facile, ma non tanto per le prestazioni in campo, quanto per la lontananza dalla famiglia (500 km dalla casa natale). Nostalgia che però in poco tempo riesce a mettersi alla spalle grazie all'aiuto di amici che lo trattano come un fratello minore: Puyol, Victor Valdes e Gabri. Nomi non da poco.

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BARCELLONA, SPAGNA - 11 GENNAIO: Andrés Iniesta dell'FC Barcelona osserva il gioco durante la partita di andata del secondo turno di Copa del Rey tra FC Barcelona e Zamora, disputata allo stadio Camp Nou l'11 gennaio 2006 a Barcellona, ​​Spagna. (Foto di Luis Bagu/Getty Images)

L'ascesa di Iniesta è inarrestabile. Senza bruciare le tappe, lo spagnolo si dimostra indispensabile in ogni categoria e anno dopo anno il suo nome continua sempre più a circolare nella prima squadra e il 29 ottobre 2002 arriva la svolta della carriera. Nella sfida di Champions League contro il Club Brugge, Van Gaal lo manda in campo facendolo esordire ufficialmente nel calcio professionistico. La prima stagione si chiude con 9 presenze. Si tratta dell'inizio di una grande storia.

L'ascesa e la finale di Johannesburg

Iniesta non impiega molto tempo ad entrare negli schemi, indipendentemente dall'allenatore. Tuttavia non ha ancora un ruolo preciso ne una posizione rigida in campo. Stiamo parlando di una posizione che non avrà mai. Gli anni a praticare calcio a 5 gli hanno garantito abilità a giocare nello stretto, occupa ogni parte del campo e le sue verticalizzazioni sono di una perfezione senza pari. Vede dove gli altri calciatori non vedono. Con l'infortunio di Xavi, nella stagione 2005-06, diventa titolare inamovibile nel Barcellona e nel giro di poco tempo si afferma come uno dei migliori centrocampisti centrali del panorama mondiale. Il suo grande contributo porta i catalani a riconquistare la Champions League dopo ben 14 anni di digiuno.

La vera stagione di successi inizia nel 2008 quando Don Andrés guida la Spagna alla conquista dell'Europeo in un torneo in cui il classe '84 risulta l'unico giocatore delle Furie Rosse a disputare tutte le partite. Nel giro di un anno, Iniesta vince tutto con il Barcellona, in Spagna ed in Europa, compresa la Champions League, la cui finale viene raggiunta grazie al suo eurogol nella sfida allo Stamford Bridge contro il Chelsea a pochi minuti dalla fine.

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JOHANNESBURG, SUDAFRICA - 11 LUGLIO: Lo spagnolo Andrés Iniesta festeggia il primo gol della sua squadra durante la finale della Coppa del Mondo FIFA 2010 in Sudafrica tra Paesi Bassi e Spagna, disputata l'11 luglio 2010 al Soccer City Stadium di Johannesburg, in Sudafrica. (Foto di Jamie McDonald/Getty Images)

Ma il gol più importante della sua carriera arriva esattamente un anno dopo: a Johannesburg, in Sudafrica. Nella finale del Mondiale contro l'Olanda, Iniesta segna la rete decisiva a 2 minuti dalla fine permettendo agli iberici di salire sul tetto del mondo per la prima volta nella storia. Unica nota negativa di quell'anno è la mancata consegna del Pallone d'Oro che, non senza grandi polemiche, viene consegnato al compagno Leo Messi.

La "partita" più importante: la lotta contro la depressione

Per un calciatore vivere un momento del genere non può che essere un sinonimo di gioia incontenibile e invece ad Iniesta succede l'esatto contrario. Dopo il successo del Mondiale, il centrocampista del Barcellona comincia a stare male. Ma non si tratta di un problema fisico. La sua mente ed il suo corpo sembra non riescano più ad incontrarsi ed il pallone sembra sia diventato pesante: Iniesta è entrato in depressione. La morte del suo caro amico Dani Jarque (difensore dell'Espanyol) l'ha profondamente colpito. "E' stato come essere colpito da un pugno fortissimo che mi ha mandato al tappeto, mi sono sentito sprofondare".
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Non ha più gli stimoli, obiettivi da raggiungere. Si sente smarrito. Sembra che il Mondiale in Sudafrica sia stato il definitivo coronamento della carriera. Anche le sue prestazioni in campo non sono più come prima. La magia si è spenta ed anche il Barcellona ne risente. Ma come spesso si dice "è proprio in questo momento che deve venire fuori la vera stoffa del campione". Molti si sarebbero ritirati o non avrebbero mantenuto le premesse. In pratica si sarebbero arresi. Ma Iniesta non conosce questa parola.

"Quando combattevo la depressione, il momento migliore della giornata era quando prendevo le pillole e andavo a letto - ha raccontato qualche anno fa in un'intervista - Avevo perso la voglia di vivere. Abbracciavo mia moglie, ma era come abbracciare un cuscino: non provavo niente". Iniesta, alla fine, decide di rialzarsi, ritrova quella grinta che negli ultimi anni aveva perso e torna a fare quello che meglio gli riusciva: vincere. Andrés Iniesta torna a ricoprire il ruolo di Illusionista sul campo, quell'Illusionista che a Barcellona non si vedeva dai tempi di Salvador Dalì, ma soprattutto rimanendo sempre umile: "L'umiltà è la mia più grande vittoria. Non mi sono mai sentito sopra nessuno". Parole che non lasciano spazio ad interpretazioni.

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