derbyderbyderby varie Lucescu – ESCLUSIVA VIDEO – Il ricordo dei suoi giocatori: “Più di un allenatore, un punto di riferimento’”
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Lucescu – ESCLUSIVA VIDEO – Il ricordo dei suoi giocatori: “Più di un allenatore, un punto di riferimento’”

Stefano Sorce
Stefano Sorce
Un ritratto umano e professionale di uno degli allenatori più influenti del calcio europeo, capace di lasciare un segno profondo dentro e fuori dal campo
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Non parlano di schemi, né di trofei. Quando ricordano Mircea Lucescu, i suoi giocatori scelgono altre parole: cultura, cuore, fiducia. Parole che raccontano un uomo prima ancora che un allenatore. E che, messe insieme, disegnano il profilo di una figura capace di lasciare un segno profondo, ben oltre il campo. Raccogliere i filmati per commemorare la memoria del tecnico, nato a il 29 luglio 1945 a Bucarest, è stato emozionante. Un viaggio verso la scoperta di un uomo che ha arricchito le vite delle persone che hanno avuto la fortuna di incrociare la sua strada.

 

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Lucescu, tra carriera e valori: il ricordo dei suoi giocatori

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Perché Lucescu non era solo un tecnico. Era un punto di riferimento, uno di quelli che entrano nella carriera di un calciatore e non ne escono più. Lo racconta chi lo ha vissuto da vicino, giorno dopo giorno. Per Daniele Carnasciali è stato “uno dei migliori allenatori” mai avuti, mentre Alessandro Calori ne sottolinea una qualità sempre più rara nel calcio moderno: la cultura. Non solo quella tattica, ma una visione più ampia, fatta di studio, sensibilità e capacità di leggere le persone prima ancora delle partite.

Una caratteristica che ha attraversato tutta la sua carriera, lunga e internazionale, costruita tappa dopo tappa. Dalla Romania all’Italia, passando per alcune delle piazze più calde d’Europa, Lucescu ha allenato squadre come il Pisa, il Brescia, l'Inter ed il Galatasaray, per poi lasciare un segno profondo anche all’est europeo con Shakhtar Donetsk e Dinamo Kiev.

Un percorso fatto non solo di presenze, ma di risultati. Con il Galatasaray ha conquistato la Supercoppa UEFA 2000, battendo il Real Madrid e portando il club turco sul tetto d’Europa. Con lo Shakhtar Donetsk ha aperto un ciclo storico, vincendo numerosi campionati ucraini e soprattutto la Coppa UEFA 2008-2009, primo grande trionfo internazionale della storia del club.

Da Nappi ad Angelo Carbone, passando per Ze Elias, Zago ed il mister Marco Rossi

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E poi c’è l’allenatore avanti, quello che vede prima degli altri. Marco Nappi lo definisce “moderno già negli anni Novanta”. Una frase che pesa, perché racconta di un uomo capace di anticipare tempi e idee, di lavorare su concetti che oggi sono diventati la normalità, ma che allora erano intuizioni. Preparazione, attenzione ai particolari, gestione del gruppo: elementi che oggi sono centrali, ma che in quegli anni facevano davvero la differenza. Una visione condivisa anche da Angelo Carbone, che lo ha avuto per un breve periodo ma ne ha colto subito l’essenza: "un uomo di grande cultura, intelligente e scaltro, con un pensiero calcistico evoluto rispetto al suo tempo. Non a caso, un vincente."

Lucescu non era un allenatore che si limitava a dare indicazioni. Era uno che costruiva mentalità. Che chiedeva partecipazione, responsabilità, presenza. Con lui, come spesso accade con i grandi allenatori, non era possibile nascondersi: ogni giocatore veniva coinvolto, responsabilizzato, messo davanti ai propri limiti ma anche alle proprie possibilità.

Ma è nel lato umano che il ricordo si fa più forte, quasi intimo. Zé Elias parla di “un cuore grandissimo”. Antonio Carlos Zago arriva a definirlo un padre. E Marco Rossi, attuale allenatore dell'Ungheria, racconta forse la cosa più semplice e più vera: proprio negli ultimi giorni della vita del Mister è riuscito anche a dirgli che gli voleva bene. Parole che escono dal calcio e raccontano un legame raro, costruito nel quotidiano, tra allenatore e uomo.

Saurini, Baronio, Pagliuca e Paganin: "Lucescu oltre il calcio, tra umanità e rispetto”

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Un legame che va oltre il campo, come racconta anche Giampaolo Saurini. Il suo è un ricordo intimo, quasi trattenuto: Lucescu, per lui, ha rappresentato qualcosa di veramente importante, una figura fondamentale non solo nella formazione calcistica, ma soprattutto in quella umana. Parole semplici, ma pesanti, che raccontano quanto profondo possa diventare il rapporto tra un allenatore e i suoi giocatori.

Un rapporto fatto anche di fiducia, soprattutto verso i più giovani. Roberto Baronio ricorda quanto sia stato importante per lui agli inizi, quando ancora era un ragazzo e qualcuno doveva scegliere se credere o meno in quel talento. Lucescu, ancora una volta, aveva visto prima degli altri. Aveva intuito non solo il giocatore, ma la persona che poteva diventare. E questa capacità di leggere dentro i calciatori è forse una delle sue eredità più grandi. Perché nel calcio moderno, sempre più veloce e spesso superficiale, trovare un allenatore capace di costruire rapporti così profondi è diventato raro.

E poi c’era lo stile. Quello che non si insegna e non si allena. Gianluca Pagliuca lo definisce “un gran signore”, mentre Massimo Paganin parla di “un grande dispiacere” per la perdita di un allenatore che ha lasciato il segno. Un modo di essere, prima ancora che di allenare, che ha accompagnato tutta la sua carriera, dentro e fuori dal campo.

Non era solo rispetto delle regole. Era rispetto delle persone, dei ruoli, del calcio stesso. Una cifra stilistica che oggi viene ricordata quasi con nostalgia, in un mondo in cui spesso tutto corre più veloce del necessario. E forse, a raccontarlo fino in fondo, aiuta anche il significato del suo cognome. “Lucescu” affonda le sue radici nel latino lux, luce, con il suffisso romeno “-escu” che indica discendenza. Un cognome che può essere letto come “figlio della luce”. Un dettaglio linguistico, certo, ma che sembra riflettersi nelle parole di chi lo ha conosciuto: nella cultura che trasmetteva, nella guida che rappresentava, nella capacità di dare chiarezza dentro e fuori dal campo.

Forse è proprio qui che si misura davvero l’eredità di Mircea Lucescu. Non solo nei risultati, nei trofei o nelle squadre allenate, ma nelle persone che lo hanno conosciuto e che oggi lo ricordano così. Perché alla fine, più che un allenatore, è stato un punto di riferimento. E nel calcio, come nella vita, ci sono allenatori che passano. E altri che restano.