Una scissione, due fratelli giornalisti e quasi duecentomila persone al Maracanã: la storia di come il Fla-Flu diventò molto più di un derby.
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“Nos Fla-Flus é o Ai, Jesus!”. Quando Lamartine Babo inserì il rivale nella marcia popolare del Flamengo, il Fla-Flu aveva già smesso da tempo di essere una semplice voce del calendario carioca. La canzone, presentata nei primi anni Quaranta e incisa nel 1945, lasciava spazio anche al gioco delle interpretazioni: per i rubro-negros quell’“Ai, Jesus” poteva indicare il prediletto, il favorito; i tricolores potevano ascoltarlo come il sospiro di chi teme l’avversario. In entrambi i casi il Fluminense era lì, dentro l’inno del Flamengo, come se neppure una canzone dedicata a un solo club riuscisse a tenere fuori l’altro.
Nelson Rodrigues fece qualcosa di ancora più radicale: al Fla-Flu tolse perfino una data di nascita. Per il drammaturgo e cronista, tifoso dichiarato del Fluminense, il derby era cominciato “quaranta minuti prima del nulla”. La storia offre coordinate molto meno misteriose: 7 luglio 1912, campo di Rua Guanabara, oggi Laranjeiras, circa ottocento spettatori e vittoria tricolor per 3-2. Ma nelle cronache di Rodrigues una data non bastava. Flamengo e Fluminense sembravano appartenere a un tempo precedente al risultato e alle classifiche, destinati a incontrarsi prima ancora di sapere che un giorno sarebbero diventati il Fla-Flu.
Prima del Fla-Flu
All’inizio c’erano due club e una lite. Il Flamengo era nato nel 1895 come società di canottaggio; il Fluminense nel 1902, con il calcio al centro della propria identità. Gli ambienti delle due società non erano mondi separati e alcuni uomini frequentavano entrambi. Virgílio Leite, tra i fondatori del Fluminense, era anche socio del Flamengo. Il punto di rottura arrivò nel 1911, quando una crisi interna alla squadra tricolor spinse un gruppo di giocatori ad andarsene. Tra loro c’era Alberto Borgerth, capitano del Flu e socio rubro-negro, che partecipò alla nascita della sezione calcistica del Flamengo. Nove ex giocatori del Fluminense sarebbero scesi in campo nel primo confronto dell’anno successivo.Una separazione abbastanza rumorosa da offrire a Nelson Rodrigues tutto ciò di cui aveva bisogno. Anni dopo avrebbe descritto Flamengo e Fluminense come gli “Irmãos Karamazov” del calcio brasiliano, una famiglia condannata a portarsi dietro il proprio conflitto. Nella sua versione il Flamengo calcistico nasceva quasi dal risentimento verso il Fluminense; le fonti dell’epoca raccontano una storia meno brutale. Anche dopo la scissione i rapporti tra le dirigenze restarono stretti e lo stesso Fluminense favorì l’ingresso del nuovo Flamengo calcistico nella prima divisione carioca. La contrapposizione tra le due tifoserie acquistò contorni molto più netti negli anni Trenta, con il professionismo e con l’espansione della stampa sportiva.
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Mário Filho, Nelson e lo spettacolo del Fla-Flu
Per trasformare quella storia in qualcosa di più grande serviva il Rio de Janeiro degli anni Trenta. Il calcio si professionalizzava, le tribune cambiavano, il giornalismo sportivo imparava a parlare ogni giorno a un pubblico sempre più largo. Mário Filho, fratello maggiore di Nelson, fu uno degli uomini decisivi di quella trasformazione. Aveva lavorato a O Globo e nel 1936 prese la guida del Jornal dos Sports, facendone uno dei grandi laboratori del nuovo racconto calcistico brasiliano. Flamengo e Fluminense offrivano il materiale ideale: stessa città, storia intrecciata, pubblici enormi e abbastanza differenze reali o immaginate da alimentare una narrazione continua.Il 15 dicembre 1936 il Jornal dos Sports annunciò una “competição das torcidas” legata al Fla-Flu. Il giornale voleva che la partita si giocasse anche fuori dal campo e presentò la sfida sugli spalti come un vero concorso, fatto di grida, cartelli, inni e sostegno alle squadre. Le ricostruzioni storiche basate sulle pagine originali del quotidiano mostrano come il modello guardasse agli spettacoli sportivi statunitensi, adattati al contesto carioca. Il Flamengo vinse quella gara del tifo e il giornale insistette sulla forza della sua massa popolare; al Fluminense veniva associata soprattutto un’idea di eleganza. Etichette schematiche, destinate a restare a lungo nel lessico della rivalità.
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Il Maracanã del 1963
Il 15 dicembre 1963 quel racconto trovò uno stadio delle stesse dimensioni. Flamengo e Fluminense arrivarono all’ultima giornata del Campeonato Carioca separati da un punto: ai rubro-negros bastava pareggiare, il Flu doveva vincere. Non era formalmente una finale, perché il torneo si disputava a punti, ma la classifica aveva preparato qualcosa di molto simile. Secondo la ricostruzione di ge/Globo, al Maracanã furono registrati 194.603 presenti, dei quali 177.020 paganti. Il numero è rimasto legato al più grande pubblico per una partita fra club nella storia del calcio brasiliano e a uno stadio nel quale trovare qualche centimetro libero era già una piccola vittoria.Caricamento post Instagram...
Nelson scelse un’altra strada. Era preoccupato che il pubblico del Fluminense venisse sommerso dalla massa rubro-negra e utilizzò le proprie colonne per chiamare a raccolta i tricolores. Nella cronaca del 12 dicembre immaginò il Fla-Flu insinuarsi persino in un funerale, con i vivi intenti a discutere della partita e il morto contrariato dall’unico inconveniente davvero grave della propria condizione: non avrebbe potuto essere al Maracanã la domenica successiva. Se il Jornal dos Sports aveva interrogato scrittori, deputati e militari, Nelson aveva allargato la lista fino a comprendere chi non poteva più rispondere.
La domenica arrivò con quasi duecentomila persone attorno al campo e terminò senza un gol. Il Fluminense attaccò, il Flamengo difese il punto che gli serviva e Marcial diventò uno dei volti di quella giornata, soprattutto negli ultimi minuti, quando fermò Escurinho e tenne lo 0-0. Al fischio finale il titolo fu rubro-negro. Per uno dei Fla-Flu più grandi della storia non servì una rete: bastavano il Maracanã stipato, una città mobilitata per giorni e un pareggio che aveva obbligato quasi duecentomila persone ad aspettare fino all’ultimo pallone.
Un derby scritto prima di essere giocato
A quel punto distinguere il Fla-Flu giocato da quello raccontato era diventato difficile. Mário Filho aveva contribuito a trasformare la tifoseria in parte dello spettacolo e a dare alla rivalità uno spazio quotidiano sui giornali; Nelson Rodrigues le aveva consegnato un linguaggio. Il primo partiva dalle tribune, organizzava concorsi, interrogava scrittori e militari, misurava la dimensione di ciò che stava accadendo. Il secondo poteva prendere gli stessi novanta minuti e riempirli di morti, fratelli di Dostoevskij, profezie e paure. Studi dedicati alla stampa sportiva di quell’epoca hanno letto proprio in questa costruzione una delle ragioni per cui Flamengo-Fluminense finì per essere raccontato come qualcosa di più di una rivalità locale.È anche per questo che molte cronache di Nelson hanno resistito meglio dei risultati che le avevano generate. I protagonisti cambiano, gli stadi cambiano, la città cambia. Il Maracanã da 194.603 persone appartiene ormai a un calcio impossibile da ricostruire e perfino le vecchie immagini sociali associate alle due tifoserie sono state corrette dalla storia. Restano alcune frasi e il modo in cui hanno insegnato a generazioni di lettori a pensare il Fla-Flu. Lamartine Babo lo aveva fatto entrare in una canzone con un “Ai, Jesus!”. Nelson Rodrigues gli tolse persino l’obbligo di iniziare il 7 luglio 1912. Nel suo calendario era già lì, quaranta minuti prima del nulla.
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