Anthony Gordon racconta la sorpresa per la sostituzione contro l’Argentina e ammette di non aver ancora superato quella sconfitta.
Inghilterra, è qui la festa: semifinale e lo stadio canta Wonderwall
La semifinale del Mondiale contro l’Argentina è ancora una ferita aperta per Anthony Gordon. L’inglese aveva portato avanti la sua nazionale al 55’, avvicinandola alla prima finale mondiale dal 1966, ma undici minuti più tardi Tuchel decise di sostituirlo con Ezri Konsa. Da quel momento l’Inghilterra perse campo, mentre l’Argentina riuscì a ribaltare la partita con due gol nel finale.
Gordon, secondo quanto riportato da The Irish News, è tornato su quella scelta e su una sconfitta che continua a portarsi dietro. Ma il suo racconto va oltre la semifinale: oggi che gioca in Spagna, l’esterno inglese vede con occhi diversi anche uno dei limiti più discussi della propria nazionale, la capacità di controllare le partite attraverso il possesso.
Gordon e la sostituzione contro l’Argentina: “Sono rimasto sorpreso”
Il ricordo parte dal momento in cui Tuchel decise di richiamarlo in panchina, pochi minuti dopo il gol del vantaggio: “Sono rimasto sorpreso, a essere sincero. Solo perché avevo appena segnato, quindi sono il tipo di giocatore che, come ho già detto, dà il meglio di sé quando gioca spinto dall’adrenalina”.Gordon ha spiegato quanto il gol incida sul suo modo di stare dentro la partita: “Quando segno, di solito non ho molte partite negative perché entro in uno stato di fiducia ineguagliabile”. In quella semifinale, la sensazione era proprio quella di poter incidere ancora:“Mi fa sentire al settimo cielo. Soprattutto in quel momento, su quel palco, mi sentivo davvero bene”.
La sostituzione arrivò però poco dopo. Con l’uscita di Gordon e l’ingresso di Konsa, l’Inghilterra abbassò progressivamente il proprio baricentro, fino a subire la rimonta argentina nel finale.
“Non credo che supererò mai quella sconfitta”
Più ancora della sostituzione, a pesare è ciò che quella partita ha lasciato dopo il fischio finale. Alla domanda se riuscirà mai a superare quella delusione, Gordon non ha cercato risposte di circostanza: “No, non credo”. Poi ha spiegato perché alcune sconfitte continuano a restare dentro anche molto tempo dopo: “A essere del tutto sincero, penso che ogni volta che si perde qualcosa di valore nella vita, che si tratti di una persona, di una partita, di qualcosa che si desidera ardentemente avere o vincere, o di qualsiasi altra cosa di grande valore, non si sarà mai più la stessa persona. Lascia una cicatrice, ma quella cicatrice non deve essere necessariamente negativa”.Caricamento post Instagram...
Gordon sull’Inghilterra: “Non sappiamo controllare le partite come la Spagna”
Dopo il Mondiale, una parte dell’analisi si è concentrata proprio sull’incapacità dell’Inghilterra di mantenere il possesso nei momenti decisivi. Tuchel aveva parlato di una caratteristica poco presente nel “DNA” calcistico inglese e Gordon, oggi al Barcellona, è arrivato a una conclusione simile: “Credo che a livello culturale non si tratti solo di quel torneo o di quella partita in cui non siamo riusciti a controllare il gioco. L’Inghilterra, come nazione, non ha la stessa forza degli spagnoli, non sa controllare le partite come fanno loro. Non è nella nostra natura”.L’esperienza in Spagna gli ha permesso di osservare da vicino un modo diverso di intendere il possesso: “Non sono sicuro che sia qualcosa che si possa insegnare, perché ora che gioco in Spagna posso parlare con cognizione di causa del modo in cui gestiscono il possesso palla, che è diverso”.
Il confronto con il calcio inglese, per Gordon, è diventato ancora più evidente da quando ha cambiato campionato: “È un’esperienza molto diversa da qualsiasi altra che abbia mai vissuto giocando in questo paese”. E proprio il trasferimento in Spagna gli ha fatto comprendere meglio una differenza che prima percepiva solo in parte: “Non fa parte del DNA inglese e probabilmente me ne sono reso conto in questa misura solo giocando in Spagna”.
La differenza con gli spagnoli: “A volte non so come vedano certe giocate”
Gordon non ritiene che il problema sia legato alla formazione tecnica ricevuta dai calciatori inglesi: “Credo che noi, come giocatori inglesi, riceviamo la stessa formazione dei giocatori spagnoli”. La differenza, secondo lui, emerge soprattutto nel momento della scelta: “Sappiamo come mantenere il possesso palla, ma è la capacità decisionale di certi giocatori in Spagna che non viene loro naturale. A volte guardo alcune delle scelte che fanno con la palla tra i piedi e penso: ‘Non so come abbiano fatto a vederla’”.
È proprio questa lettura del gioco a colpirlo maggiormente: “E il modo in cui sono costruiti. Non so cosa sia, qualcosa a cui forse non riusciremo mai a dare un nome, ma sono sicuramente costruiti in modo diverso”. Da qui nasce anche il dubbio sulla possibilità che l’Inghilterra possa arrivare a interpretare il gioco esattamente allo stesso modo: “Non sono sicuro che riusciremo mai a raggiungere quel livello”.
Gordon indica un’altra strada per l’Inghilterra
Il confronto con la Spagna non porta però Gordon a chiedere all’Inghilterra di copiarne completamente il modello. Anzi, secondo l’esterno inglese esiste anche una seconda possibilità: migliorare nel controllo oppure valorizzare ancora di più le caratteristiche che appartengono già alla squadra: “Possiamo sicuramente migliorare, o magari andare nella direzione opposta e giocare sfruttando i nostri punti di forza, che sono il gioco fisico, il gioco diretto e il contropiede”.
È qui che le due parti del racconto finiscono per incontrarsi. La semifinale persa contro l’Argentina ha mostrato quanto l’Inghilterra possa soffrire quando smette di avere il controllo della partita; l’esperienza spagnola ha invece aiutato Gordon a capire quanto quel controllo dipenda anche da una cultura calcistica diversa.
La cicatrice del Mondiale resta. Ma, nelle parole di Gordon, può diventare anche il punto da cui capire meglio cosa l’Inghilterra sa fare e quale identità vuole scegliere per il futuro.
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