L'avventura calcistica di Sergio Barboza

Ci sono carriere passate nei migliori club d'Europa, alcune di successo nel proprio paese d'origine o nella squadra in cui si è cresciuti e poi c'è quella di Sergio Barboza, attaccante brasiliano che ha trasformato il giro del mondo in una vera e propria professione. A 33 anni, il giocatore ha raggiunto un traguardo storico, diventando il primo calciatore di movimento a disputare partite in tutte e 6 le confederazioni FIFA, dall'Africa all'Asia, passando per Europa, Nordamerica, Sudamerica e Oceania. Un'impresa incredibile, passata spesso in Paesi lontanissimi dai riflettori del calcio che conta, tra esperienze incredibili, situazioni pericolose e incontri decisamente fuori dal comune, il tutto documentato sul suo profilo Instagram che ad oggi conta più di 300.000 seguaci.

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L'avventura di Sergio Barboza: "La mia squadra viaggiava su voli militari e io non lo sapevo"

Intervistato dal giornale argentino TyC Sports, Barboza ha raccontato alcuni degli episodi più incredibili della propria carriera, dalle trasferte in Angola alla guerra civile sfiorata in Honduras, passando per la pandemia in India e un'insolita parentesi da ballerino in Nepal.

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Fonte foto: Facebook/Jogador Duble

Ha iniziato l'intervista parlando delle differenze tra i campionati in cui ha giocato, soffermandosi in particolare sull'intensità fisica del calcio a Tahiti: "Se non sei in ottima condizione fisica, gli avversari sanno come metterti in difficoltà, per questo essere preparati fisicamente è fondamentale. A Tahiti ho la fortuna di giocare nella squadra più forte, ma le partite sono incredibilmente dure, perché ti arrivano addosso da ogni lato. Sono più lavoratori che calciatori, non si preoccupano di colpirti e rischiare un cartellino rosso, ti costringono a correre tantissimo".

Sulla guerra civile sfiorata quando giocava in Honduras: "Quando ho giocato in Honduras nel 2017, il presidente si rifiutò di cedere il potere dopo aver perso le elezioni, e ci fu un blackout nazionale durante il quale lo accusarono di corruzione. La gente iniziò a dare fuoco a tutto per protesta, fu quasi una guerra civile. Il torneo fu sospeso per un mese, ed ero spaventato perché era stato dichiarato lo stato di emergenza, avevano autorizzato l'uccisione dei manifestanti, e rimasi chiuso in un appartamento per 30 giorni".

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Sul momento in cui ha iniziato a capire di poter battere il record: "L'anno scorso ho creato il mio canale YouTube, Double Player, per raccontare la mia realtà. Non sono una stella del calcio, ma un giocatore che spesso fatica anche ad arrivare a fine mese. Dopo essere stato invitato a un podcast, ho capito che segnando in Africa e Oceania sarei potuto diventare il primo al mondo a riuscirci. Una casa di produzione mi ha contattato per seguire la sfida e, ricordando alcune offerte ricevute in passato, sono riuscito a trovare un posto in Angola, firmando con il Bravos do Maqui. Il piano era restare sei mesi lì e altri sei in Oceania, ma sono sorti alcuni problemi".

Sui problemi citati prima: "Siamo andati in Sudafrica per il ritiro pre-campionato e l'ultimo giorno abbiamo giocato un'amichevole contro una squadra locale, durante la quale mi sono rotto una gamba. Sono riuscito a riprendermi dopo otto mesi, che sono stati incredibilmente difficili. Il mio obiettivo era segnare un gol e fare un assist in ogni confederazione, non solo giocare, ma non ci sono riuscito". Sulla decisione di andare in certi paesi: "Non me ne pento perché ho fiducia nel piano di Dio ma l'esperienza in Angola è stata molto triste. Ho comprato un biglietto e sono partito con il mio zaino, non ci ho pensato bene e quello che è successo è successo".

Infine, ha raccontato la cosa più assurda che gli è capitata durante la sua carriera: "La mia squadra si trovava molto lontano da Luanda, la capitale, e dovevo raggiungere Moxico in aereo. Ho preso un taxi convinto che mi avrebbe portato all'aeroporto, ma mi sono ritrovato in una caserma. Ho mostrato il passaporto, ma mi hanno detto che non sarebbe servito. Mi hanno fatto salire su un aereo militare, dove non c'erano nemmeno posti a sedere. Ero solo con tre soldati armati, finché non hanno caricato anche due bare con altrettanti cadaveri. Quando sono arrivato, ho chiesto spiegazioni ai miei compagni e ho scoperto che la squadra aveva un accordo con l'esercito per risparmiare sui voli".

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