L'intervista a cuore aperto tra momenti in salita e soddisfazioni
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Per molti calciatori il momento più difficile non coincide con il ritiro, ma con tutto ciò che arriva dopo. È una realtà di cui si parla poco, spesso nascosta dietro l'immagine di un mondo fatto soltanto di fama e stipendi milionari. Fabrizio Cacciatore, ex difensore e adesso allenatore che in Serie A ha vestito le maglie di Sampdoria, Chievo, Cagliari e Crotone, ha deciso di raccontare senza filtri la sua esperienza in una lunga intervista concessa a Fanpage, ripercorrendo la sua carriera da calciatore, gli anni successivi all'addio al calcio e le difficoltà incontrate nel ricostruirsi una vita dopo il ritiro.
Le parole di Cacciatore
Intervistato da Fanpage, ha cominciato parlando degli inizi della sua lunga carriera: "Il mio è stato un percorso fatto di piccole conquiste. Ho iniziato nella giovanili della Juve, poi mio papà mi ha portato al Toro, ma ero piccolino, faticavo a crescere. Quindi il Torino mi aveva proposto un altro anno nella seconda squadra dei Giovanissimi, ma io volevo potermela giocare alla pari. C’era l’opportunità di andare alla Pro Vercelli: certo, era un rischio, ma me lo sono assunto, perché il mio unico obiettivo era quello di restare tra i professionisti, e così è stato".
Successivamente ha parlato della sua avventura all'Olbia: "Quando ho finito le giovanili, che mi sono ritrovato ad Olbia, non è stato facile. Un posto meraviglioso, intendiamoci, ma a 18 anni, solo e lontano da casa, a volte la nostalgia può prendere il sopravvento. E quando sei ad Olbia, non è che dici “Aspetta un attimo, torno a casa”, ma ho tenuto duro, sapevo di poter dire la mia e, alla fine, la mia occasione è arrivata".
Dopo ha raccontato uno dei momenti più iconici della sua carriera, le manette contro la Juventus: "Col senno di poi ti dico che non lo rifarei, ma l’adrenalina delle partite ogni tanto ti porta a fare cose stupide. Mi sono scusato, ma non è bastato. Maresca se l’è legata al dito. La prima volta che l’ho incontrato dopo quell’episodio, è andato dal dirigente e gli ha detto: “Cacciatore gioca? Perché al primo fallo lo ammonisco”. Io, però, ero tranquillo perché rientravo da un infortunio ed ero in panchina".
Poi ha parlato di cosa ha fatto con il primo stipendio da calciatore professionista: "Ho sempre dovuto lottare per salire di categoria e, poi, stare sulla corda per non retrocedere. E, comunque, il mio primo stipendio da calciatore era di 800 euro, non è che potessi fare granché. Non mi bastavano nemmeno per i voli per tornare a casa dalla Sardegna a trovare i miei".
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Alla domanda sugli allenatori che lo hanno ispirato maggiormente ha risposto così: "Sembra una frase fatta, ma in effetti è così: ho cercato di prendere qualcosa da ognuno, anche se inevitabilmente avendo trascorso gran parte della carriera con Maran, è da lui che ho inevitabilmente assorbito di più. Tuttavia, ho avuto grandi maestri come Conte e Mihajlovic, che sono stati davvero fondamentali. Ricordo i discorsi motivazionali di Sinisa, mi vengono ancora i brividi. Ti metteva in cerchio o ti riuniva nello spogliatoio e, finito quel discorso, eri pronto per spaccare il mondo. Conte, invece, lo sento ancora nelle orecchie, quando giocavi vicino alla panchina eri rovinato".
Infine ha parlato di uno dei momenti più complicati della sua carriera: "Avevo rinunciato ad un triennale per aiutarlo e, poi, quando è stato il momento, lui ha detto al direttore sportivo di non rinnovarmi il contratto e mi sono trovato senza squadra. È stato l’inizio della mia disavventura. Da lì devo aver pestato qualche piede importante, perché qualcuno ha messo in giro voci false sul fatto che non fossi a posto fisicamente. Si diceva che fossi sempre rotto e non sono più riuscito a venirne fuori. Ho provato anche a fare un post sui social per smentire, ma niente da fare, ormai le voci erano in giro. Non so bene chi ce l’avesse con me, ma qualcosa è successo".
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