L'ex capitano racconta il legame con Verona, le delusioni e le sue riflessioni sul calcio moderno, dai giovani talenti al futuro del movimento italiano
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Ci sono calciatori che lasciano il segno per i gol, altri per le vittorie e altri ancora per il legame speciale che riescono a costruire con una maglia e una città. Sergio Pellissier appartiene senza dubbio a quest'ultima categoria. Il suo nome è indissolubilmente legato al Chievo Verona, una storia fatta di sacrifici, emozioni e senso di appartenenza, vissuta da protagonista dentro e fuori dal campo. Oggi, con una nuova veste dirigenziale, Sergio Pellissier guarda il calcio da una prospettiva diversa, ma con la stessa passione di sempre. Ai microfoni di DerbyDerbyDerby, si è raccontato ripercorrendo il passato in gialloblù e soffermandosi sulle differenze tra essere calciatore e dirigente. Perché certe storie non finiscono con l'ultima partita: cambiano semplicemente prospettiva.
Sergio Pellissier tra la favola Chievo, i ricordi e la retrocessione fino al fallimento
Sergio, nel calcio moderno è sempre più raro vedere un giocatore legare praticamente tutta la propria carriera a una stessa realtà. Tu sei diventato il simbolo del Chievo Verona: quando hai capito che quella maglia sarebbe diventata parte della tua identità, dentro e fuori dal campo?"Quando arrivi in una squadra, non sai quanti anni ci starai, sono abbastanza un abitudinario, se mi trovo bene preferisco stare in una società che conosco, piuttosto che andare a rischiare e cominciare da capo, però non puoi mai sapere come andrà, quindi posso dirti che, quando ho cominciato qui, per me era la mia squadra, avevo un contratto di cinque anni, quindi ero abbastanza tranquillo, però probabilmente quando sono diventato capitano, quando ho iniziato a capire che credevano in me fortemente, li ho pensato che potesse essere la squadra definitiva".
Il Chievo ha rappresentato una delle storie più belle e sorprendenti del calcio italiano, arrivando dalla provincia fino alla Champions League. Qual è stato il momento in cui hai realizzato che quella squadra stava davvero scrivendo una pagina di storia?
"Probabilmente come detto in precedenza, quando sono diventato capitano ho capito realmente quanto ero importante per loro e quindi da quel giorno ho iniziato a viverla più come casa mia piuttosto che come una società di calcio".
Hai segnato gol indimenticabili, alcuni dei quali sono entrati nella storia del Chievo. Se dovessi sceglierne uno che rappresenti meglio la tua carriera, quale indicheresti e perché?
"Per me sono tutti importanti, probabilmente come carriera, direi il gol in nazionale, per il semplice fatto che quello ha simboleggiato l'apice della mia carriera e quindi per me era molto importante, credo che a quei tempi la Nazionale, era il massimo a cui ambire e quindi per me già fare una presenza in amichevole era molto soddisfacente. Nel Chievo, difficile ricordare, ma sicuramente posso dirti i gol che ci hanno portato alla salvezza nei match importanti. Fortunatamente ho fatto tanti gol qui, sono momenti che difficilmente si scordano perché portano a risultati di squadra."
Nel corso degli anni hai affrontato alcuni dei difensori e dei portieri più importanti del panorama internazionale. C'è stato un avversario che ti ha impressionato particolarmente o contro il quale era davvero difficile giocare?
"Io credo che i primi anni della mia carriera sono stati molto duri, soprattutto quando giocavi con le grandi squadre perché c'erano nomi importanti, è vero che io non avevo l'esperienza che ho avuto dopo, però devo dire che la mia fortunata è stata anche che i migliori difensori avevano anche smesso quando io ho iniziato a fare tanti gol, alcuni di questi sono senza dubbio Nesta, Maldini, Thiago Silva e tantissimi altri, non puoi dirne uno perché ognuno di loro aveva caratteristiche diverse, ma li sicuramente se facevi gol potevi essere sicuramente contento visti giganti che avevi davanti."
Dopo tanti anni ai massimi livelli, hai vissuto anche la retrocessione del Chievo dalla Serie A nel 2019. Quanto è stato doloroso quel momento per te, considerando il legame profondo che avevi con la società e con la città?
"Io avevo via vissuto questa esperienza purtroppo, nel 2007 e quindi so come si prova ecco, però quell'anno lì avevamo una società sana, avevamo dietro giocatori importantissimi e forti e successivamente l'anno in B non è stata di certo una passeggiata, ma eri consapevole della tua forza e alla fine sei riuscito a portare il massimo. L'ultimo anno invece io sapevo che potevo dare un mio ultimo contributo prima di smettere quindi il dispiacere della retrocessione è stato tanto, non potendo più contare di scendere in campo l'anno dopo e quindi è stata veramente una batosta, oltre questo poi anche l'essere andato via su delle motivazioni all'interno della società e dopodiché il fallimento, ecco quello è stata la delusione più grande".
Tra bandiere, nuove generazioni e dirigenza
Oggi si parla spesso di calciatori che cambiano squadra con grande facilità, mentre figure come la tua sembrano appartenere a un'altra epoca. Secondo te, è cambiato il rapporto tra calciatore e maglia oppure è semplicemente cambiato il calcio?"E' cambiato tanto, ad oggi i giocatori non hanno quell'ambizione di rimanere in una stessa squadra, perché cambiando spesso hanno un guadagno diverso, l'altro motivo secondo me deriva dal fatto che le società non hanno più lo stesso interesse di mantenere un giocatore perché non hanno più un presidente che tiene a cuore tutto ciò, ma solo il bilancio".
Dopo aver chiuso la carriera da calciatore, hai scelto di rimanere legato al mondo del calcio anche attraverso ruoli dirigenziali e la rinascita del Chievo. Quanto è stato difficile passare dall'essere protagonista sul terreno di gioco a dover prendere decisioni fuori dal campo?
"Sicuramente è difficile, perché si tratta di due ruoli completamente diversi. Quando sei calciatore, sei direttamente protagonista e artefice del risultato: ciò che fai in campo può determinare l'esito della partita. Da dirigente, invece, le dinamiche cambiano. Puoi anche riuscire ad acquistare il giocatore più forte del mondo, ma se poi non riesce a rendere secondo le aspettative, rischi comunque di non ottenere i risultati sperati. Il tuo lavoro diventa quindi più complicato, perché non dipende più direttamente da te, come accadeva quando eri in campo, ma dalle prestazioni dei giocatori che hai scelto e portato in squadra".
Da uomo che ha vissuto tante stagioni di Serie A, come giudichi il calcio italiano attuale? Secondo te, quali sono i principali problemi che impediscono al nostro movimento di tornare stabilmente ai vertici del calcio europeo?
"Secondo me ci sono due problemi fondamentali alla base di questa situazione. Il primo è la tendenza a far giocare i giovani quasi per obbligo, anche quando non sono ancora pronti. Credo invece che il posto debba essere conquistato sul campo, indipendentemente dall'età: questo è un principio fondamentale. Il secondo problema riguarda gli investimenti nei settori giovanili. Bisognerebbe incentivare e, in un certo senso, obbligare le società a investire maggiormente nella crescita dei ragazzi, dando loro strutture, competenze e opportunità per formarsi. È proprio partendo dal settore giovanile che si possono costruire basi solide e ottenere risultati nel tempo. Lo stesso discorso vale anche per il calcio dilettantistico, che troppo spesso viene lasciato in secondo piano".
Guardando ai giovani calciatori di oggi, pensi che abbiano ancora la stessa fame, la stessa voglia di sacrificarsi e la stessa capacità di aspettare un'opportunità che avevate voi della vostra generazione?
"No, assolutamente. Come ho già detto, oggi sembra quasi che un giovane debba essere schierato per forza, ed è proprio questa, a mio avviso, l'assurdità della situazione. Un ragazzo va scelto perché dimostra di avere qualità, non semplicemente perché esiste l'obbligo di farlo giocare. Deve allenarsi, lavorare, crescere e migliorarsi, conquistandosi il posto sul campo. Solo così può raggiungere la maturità necessaria per affrontare determinate responsabilità. Se invece lo si lancia senza che sia realmente pronto, si rischia di bruciarlo e, in alcuni casi, persino di comprometterne la crescita".
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"Partendo dal sogno, mi piacerebbe che il Chievo tornasse nel calcio professionistico il prima possibile, quello per me sarebbe un sogno enorme e un desiderio grande. Per quanto riguarda il fatto da dire ai giovani, la mia qualità più grande era la testa, non ho mai mollato in vita mia, non mollerò mai, e la ringrazio perché è stata la mia forza da sempre soprattutto in ambito calcistico ed è la classica cosa che deve fare un giocatore per arrivare ad alti livelli. Io sono la dimostrazione che, anche giocatori normali possono arrivare a fare tante cose importanti nel mondo calcistico e professionistico solo ed esclusivamente con la testa".
Sergio, un aneddoto della trattativa riguardante Douglas Costa al Chievo, l'emozione soprattutto, cosa si prova ad acquistare un giocatore così?
"È stata sicuramente un'esperienza emozionante e molto positiva. E' un ragazzo straordinario, che si è messo fin da subito a disposizione. Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la sua umiltà: non l'ho mai visto negare un autografo o una foto a un tifoso o a un ragazzo che glielo chiedesse. È sempre stato disponibile con tutti, senza mai tirarsi indietro. Si è allenato con costanza, ha dato sempre il massimo e si è comportato da vero professionista. Sono davvero contento di aver avuto l'opportunità di conoscerlo anche sotto il profilo umano, oltre che come giocatore".
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